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giovedì 23 gennaio 2025

IO E MISTER NOIR... ALL'UNIVERSITA' COMPLUTENSE DI MADRID (Un articolo inedito)

Salve a tutti, e Benvenuti alla prima newsletter del 2025!...

Tra le esperienze più eclatanti che mi sono capitate nel 2024, come scrittore, c'è sicuramente l'inattesa intervista, ad alto livello culturale, che la docente Ellen Patat dell’Università di Instanbul ha voluto farmi per il nuovo numero della rivista scientifica on-line "CUADERNOS DE FILOLOGIA ITALIANA" - edita dalla prestigiosa Università Complutense, di Madrid -, che ha curato insieme alla ricercatrice indipendente Daniela Bombara, e dedicato alla disabilità nella letteratura italiana.

Oltre a questa bella e profonda intervista, pubblicata all’interno dell’Introduzione di questo numero, Ellen Patat ha dedicato un lungo e accurato articolo a “CAPACITA’ NASCOSTE – LA PRIMA ANTOLOGIA Diversamente THRILLER” (edizioni No Reply), che curai nel 2012 con Elio Marracci, analizzando scrupolosamente ciascun racconto rispetto alla disabilità scelta e trattata dall’autore… e dedicando un capitolo a me, all’indimenticabile Andrea G. Pinketts, e al mio Mister Noir.

Un importante riconoscimento, proveniente oltretutto dall’estero, che mi ripaga pienamente di tutti gli sforzi che ho fatto finora, confermando la validità delle mie intenzioni, e spronandomi a continuare nella realizzazione dei progetti che ho in programma per il futuro!...

    Se volete leggere l'introduzione (con la mia intervista a pag. 8), il link diretto è:  https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/view/97136/4564456570840 .
    Se volete leggere la profonda analisi che Ellen Patat ha fatto di Capacità Nascoste, l'antologia che curai nel 2012 con Elio Marracci, il link diretto è:  https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/view/92743/4564456570848 .
    Per vedere invece l'indice completo di questo numero, con i relativi link ai vari articoli, l'indirizzo è:  https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/issue/view/4533?fbclid=IwY2xjawHE98lleHRuA2FlbQIxMAABHZma2F31prBzup1qdqCkdSwjMhiNLgmm6A4w3IBy8pRlCMojXr7DLpsPkQ_aem_WZilFdq7y0KX_hDvcm0F4A .


BUONA LETTURA A TUTTI!


©Sergio Rilletti, giovedì 23 gennaio 2025

lunedì 16 ottobre 2023

PAROLA DI SCRITTORE (2x02): MyLife - UNA PICCOLA LEZIONE DI INDISCIPLINA (Un articolo autobiografico inedito - Scritto per Radio Skylab)

Salve a tutti, e Benvenuti alla seconda puntata di Parola di scrittore!... Oggi vi farò una vera e propria lezione di Indisciplina; ma non quel tipo di indisciplina, brutta e violenta, di cui veniamo a conoscenza tramite i telegiornali, bensì un altro tipo di indisciplina, risoluta ma non violenta, atta a migliorare il nostro mondo circostante (e, di conseguenza, la società).

Sì, perché Mister Noir è ufficialmente presentato come L’investigatore più ironico e meno politically correct d’Italia, ma il suo biografo, affetto da tetraparesi spastica come lui, non è certo da meno.

Quindi ora comincerò a raccontarvi due fatti risalenti al mio periodo scolastico, per poi arrivare ai giorni nostri.

Innanzitutto, io, dalle scuole elementari in poi, ho frequentato solo scuole normali, che, a differenza di quelle speciali, ammettevano anche l’inclusione di persone senza disabilità.

Un lungo periodo in cui, tra le altre cose, mi è capitato di contrappormi a delle realtà che non mi piacevano, armato solo della mia macchina per scrivere elettrica.

Il primo fatto è accaduto alle scuole medie, quando, su suggerimento di mia madre, scrissi una lettera, che feci recapitare alla preside, per protestare contro il cambio della mia insegnante di sostegno, che, a differenza di quella precedente, non mi sembrava molto lungimirante. La preside lesse con piacere la mia lettera, ma mi disse che purtroppo tale sostituzione non dipendeva da lei ma dal Provveditorato, e che quindi non poteva farci nulla. Già, non avevo ottenuto quello che speravo, ma intanto l’avevo fatta partecipe di quello che pensavo.

Il secondo fatto, invece, è avvenuto alle scuole superiori, quando, approfittando di un tema in classe, decisi di esternare il mio disappunto sul comportamento persecutorio che la professoressa di Francese, che nominai precisandone pure il cognome, secondo me aveva nei confronti di una certa mia compagna di classe. Alla riconsegna dei temi, parlando in generale, la professoressa di Italiano - una delle undici persone piuttosto speciali a cui ho dedicato il mio libro -, con un po’ di imbarazzo, volutamente accentuato, ci disse che non era affatto necessario essere così precisi con i nomi dei professori; ma intanto aveva dovuto prenderne atto.

Ebbene sì; perché, come molte cose importanti della vita, anche l’indisciplina si impara a scuola.

Un tipo di indisciplina che non ho mai smesso di coltivare, come persona e come scrittore, applicandola in diverse circostanze, convinto che sia doveroso, per chiunque, non limitarsi ad alzare le mani in segno di illusoria astensione da ciò di cui si è visto e sentito (alleandosi così, automaticamente e silenziosamente, con chi ha torto), ma di rendersi partecipe di un tentativo di miglioramento dei rapporti altrui o di un vero e proprio atto di solidarietà verso chi sta subendo il torto.

 Un tipo di indisciplina a cui mi hanno responsabilizzato i lettori dopo il successo di Solo! (CLICCA QUI), la mia drammatica avventura al Parco di Monza che vi invito caldamente a scaricare gratuitamente dal web, dicendomi che ora dovevo continuare a denunciare ciò che non andava.

E così ho fatto.

Nel corso degli anni ho sempre testimoniato cercando di far trasparire la verità, che non ha nulla a che fare con il punto di vista, mettendo in crisi anche organizzazioni di volontari, educatori, fisioterapisti, operatori socio-sanitari… fino ad arrivare a polverizzare, quasi letteralmente, l’équipe di una struttura - tipo comunità - che, per qualche imperscrutabile motivo, aveva deciso di osteggiarmi in tutti i modi, tentando pure di farmi passare per un tipo problematico.

E tutto questo, armato solo del mio computer: l’evoluzione naturale della mia macchina per scrivere elettrica.

Lo stesso computer che uso per scrivere le avventure di Mister Noir e le sue estenuanti battaglie contro la famigerata Organizzazione della Spada di Damocle, che, con i suoi Agenti Operativi e Agenti Inconsapevoli, si cela nella vita di ciascuno di noi con volti di persone di cui ci fidiamo. Ma a cui tutti, persone disabili  comprese, con le proprie capacità, possono, e devono, opporsi. Anche a costo di fare palesemente la figura degli indisciplinati.


©Sergio Rilletti, sabato 14 ottobre 2023, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta


lunedì 11 settembre 2023

PAROLA DI SCRITTORE (2x01): MyLife - IO E IL PICCOLO TUFFATORE (Un racconto autobiografico inedito - Scritto per Radio Skylab)

Salve a tutti, e Benvenuti alla prima puntata di questa seconda stagione di Parola di Scrittore!... Oggi vi racconterò una vicenda che ho realmente vissuto, a  luglio, a Celle Ligure. Una storia che avevo già raccontato, brevemente, in un post su Facebook, ma che ora, per la prima volta, narrerò in versione integrale, con particolari inediti mai raccontati prima. Una storia che invito tutti i ragazzi, ma anche gli adulti, ad ascoltare attentamente.

Celle Ligure, venerdì 14 luglio 2023, ore 18.30 circa

Era una giornata di pieno sole, e io stavo andando, con la mia carrozzina elettrica, sulla passeggiata lungomare; mi trovavo all’altezza della spiaggia libera e dei Piani di Celle, quando vedo un ragazzino dai capelli castani e corti abbarbicato sull’angolo in cemento che completa il parapetto d’acciaio e da cui spunta un lampione. Con la schiena appoggiata a quel lampione, diversi metri sotto di lui c’è il mare con scogli sparsi appena sotto il pelo dell’acqua, un po’ più a destra un molo costituito da altri scogli, e, a sinistra, una serie di piccole insenature scavate nella parete rocciosa sotto la passeggiata.

Il ragazzino vuole tuffarsi, e fa lo spavaldo con due o tre amici che sono già in acqua e che lo incitano a buttarsi. Lui continua a fare lo spavaldo, si vede che ci tiene proprio a fare bella figura con loro, ma non si decide a saltare. Gli amici lo scherniscono, e lui, per farsi sentire da loro, urla: “Io voglio farlo, ma mi […] addosso!”.

A questo punto una signora bionda, con marito e figlia adolescente al seguito, si ferma e tenta di farlo ragionare, dicendogli che non deve fare una cosa solo perché qualcuno gli dice di farla: il marito la deride, dicendole che dice così solo perché vorrebbe farlo lei, e incita il ragazzino a tuffarsi; e la figlia, seppur in modo poco convinto, le dice di lasciarlo fare.

Poi, l’adolescente, vedendolo ancora lì, con aria un po’ di sfida ma sempre poco convinta, gli dice: “Dài, tuffati”.

Il ragazzino urla ancora la sua incertezza, la signora gli dice che se non è sicuro non deve farlo e gli chiede se si è già tuffato da lì: lui prima risponde di sì,

(la ragazza fa notare la risposta a sua mamma),

ma poi, quando la donna gli ripete la domanda, ci ripensa e risponde di no; la signora allora gli consiglia di non farlo, io le do ragione, e la adolescente, rivolgendosi a lui, glielo fa notare.

Lui si gira di scatto verso di me, e mi nota. Mi chiede “Devo farlo?”, e io rispondo (anche con un deciso gesto di diniego con la testa): “No”.

Ma i tipi di sotto continuano a confondergli le idee, e lui si distrae. E, rivolgendosi sempre a loro, urla, per la terza volta, la sua incertezza; e, sempre in modo concitato, aggiunge: “Appena va via lei, lo faccio!”.

Ma la signora è spaventatissima, probabilmente non sente le parole del ragazzino, ed esclama: “Non voglio vedere, non voglio vedere!”; e, con marito e figlia, se ne va. Si gira ancora una volta verso il ragazzino, ma poi, con mio grande stupore, prosegue per la sua strada.

Anch’io vorrei andarmene, la situazione non è affatto piacevole, ma non voglio lascare da solo il ragazzino.

Lui si rivolge a uno dei suoi giovani incitatori invitandolo a raggiungerlo e a tuffarsi anche lui da lì, ma l’altro gli risponde che non ci pensa proprio, che è lui che vuole farlo.

Il ragazzino allora ribatte: “Appena va via lui, lo faccio!”.

Ok, penso, rimango.

Il ragazzino si mette parzialmente al sicuro, al di qua del lampione, che ora può abbracciare. Si volta di nuovo verso di me, e mi chiede: “Allora, devo farlo?”.

E io: “No”.

Finalmente scende; si avvicina a me, mi chiede come mi chiamo e quanti anni ho, io glielo dico, e lui mi saluta e si avvia per raggiungere la spiaggia. Io penso che vada a raggiungere la scala che porta alla spiaggia libera sottostante, invece lui scavalca la balaustra, e opta, questa volta sicuro di ciò che fa, per una bella discesa lungo la parete rocciosa. Mi saluta ancora una volta, e prosegue.

 

Ecco: tutto questa storia, di cui io sono solo un comprimario, dimostra, in modo assolutamente inconfutabile, che migliorare un pochino il nostro mondo è possibile: basta non farsi gli affari propri al momento opportuno!...

©Sergio Rilletti, sabato 9 settembre 2023, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino


domenica 10 aprile 2022

SOLO!... UN EDUCATORE DI NOME CARLETTO (Un racconto autobiografico - Il terzo seguito di "SOLO!")

 Premetto: Io non sono un fan dei romanzi autobiografici. Ritengo che nessuna persona, soprattutto se non famosa, possa essere così presuntuosa da pensare di aver avuto una vita tale da poter interessare centinaia, o addirittura migliaia, di persone che non conosce.

Per i vip può essere diverso, ma rimane comunque il dubbio sulla loro totale sincerità. E, in ogni caso, su di loro grava sempre l’incombente ombra dei ghost writer: anonimi scrittori che, sotto cospicuo compenso, scrivono le suddette autobiografie… firmandole col nome del vip in questione.

Ritengo, altresì, che uno scrittore, più o meno conosciuto ma non anonimo, esprimendo ciò che pensa attraverso i propri personaggi, si faccia conoscere benissimo da ciò che scrive.

Tuttavia, a volte, nel corso della vita, si vivono delle esperienze che vale la pena di sviscerare fino in fondo.

Una di queste, per quanto mi riguarda, è la drammatica vicenda che ho vissuto Domenica 9 Aprile 2006 al Parco di Monza, di come - nonostante la mia grave disabilità motoria - sono riuscito a cavarmela, e di quello che ho dovuto subire nei mesi successivi.

Finché ho potuto, finché non hanno esagerato abusando a dismisura della mia pazienza facendomi dire “Ora Basta!”.

Una vicenda talmente lunga e intricata che le ho dovuto dedicare diversi racconti, uno per ogni aspetto, trasformando quello che avrebbe dovuto essere il titolo d’un singolo racconto (Solo!), come sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente, in quello di un’intera saga autobiografica di cui sono stato leale ma reattivo protagonista.

Una saga a cui ho dato un certo ordine logico, più che cronologico, permettendo al lettore di seguire ogni singolo aspetto di questa intricata e oscura vicenda, ma che, in realtà, essendo ogni episodio autonomo - seppur correlato con gli altri - e autoconclusivo, si può cominciare a leggere partendo anche da questo stesso capitolo.

Comunque, se volete leggere i primi tre racconti, qui sotto ci sono i relativi link.

Solo! (versione originale del 2006)  -  http://rilletti.blogspot.it/2014/01/solo-versione-originale-2006.html .

Solo!... Come sfondai il muro dell’omertà  -   http://rilletti.blogspot.it/2014/02/solo-come-sfondai-il-muro-dellomerta-un.html .

Solo!... I volontari tra il Bene e il Male  -  http://rilletti.blogspot.it/2014/03/solo-i-volontari-tra-il-bene-e-il-male.html .

Tre testi, tre capitoli della stessa vicenda, un unico modo di intendere la vita, i rapporti umani, la lealtà.

Bene. Ora, se volete, seguitemi nei meandri di questo nuovo capitolo, che ha come co-protagonista Carletto, nome fittizio dell’educatore volpone che quella fatidica domenica mi abbandonò, da solo, in mezzo al Parco di Monza per fare un giro in risciò.

Seguitemi, perché ci sarà un piccolo, inaspettato, colpo di scena finale.

 

Parco di Monza, Domenica 9 Aprile 2006, ore 15 circa

Carletto, educatore volpone, mi aveva riportato, finalmente, a Cascina Costa Alta. Avevo passato le ultime due ore alla disperata ricerca di un modo per raggiungerla, dato che Carletto, insieme a tutti i volontari che erano con lui (con alcune persone disabili come me), mi aveva abbandonato, da solo con la mia piccola carrozzina elettrica, in mezzo al Parco di Monza, per farsi un giro in risciò; dandomi solo delle indicazioni sommarie su come arrivare a destinazione… che poi erano risultate fasulle.

Certo, colpa anche mia che, per troppa generosità, per non far perdere loro quell’esperienza, avevo acconsentito, seppur con aria dubbiosa, a lasciarli andare; ma, ovviamente, credevo che mi tenessero sempre d’occhio.

Invece no.

Per fortuna, dopo quasi due ore ad alta tensione vissute alla ricerca di un percorso alternativo valido e di aiuto, incontrai una coppia di giovani - un lui e una lei - che, vedendomi spaventato e aiutandomi in maniera assolutamente encomiabile, riuscirono a rintracciare Carletto e a fargli capire dove venire a prendermi.

Lui arrivò, mi fece caricare sul pulmino da un volontario, e, senza dire una parola di ringraziamento alla giovane coppia che mi aveva soccorso, mi riportò alla Cascina, dove avevamo alloggiato quel week-end.

Lì,  mi fecero solo un piccolo applauso, ma nessuno mi chiese cosa avessi fatto o come stessi.

Niente di niente. Come se fosse andato tutto secondo i programmi.

Alle 15.30, Carletto telefonò a mia madre per avvertirla che stavamo per tornare a Milano, annunciandole, in tono allegro, “Sentirà cos’ha combinato Sergio!”; illudendola, così, che avessi fatto una bricconata.

 

Quando arrivammo a Milano, Carletto mi accompagnò dai miei genitori; e quando mia madre chiese allegramente cos’era successo, lui, sempre in tono gioviale, rispose: “Eh!... Suo figlio non ha molto il senso dell’orientamento!”… facendosi mandare ripetutamente a ‘fanculo dal sottoscritto.

Una volta a casa, i miei genitori mi chiesero cosa fosse successo, ma io fui evasivo, dicendo semplicemente che era accaduta una cosa grave, che era finita bene, ma che l’avrei raccontata con calma perché era lunga.

 

Passarono tre giorni. Venne Mercoledì. Noi intanto eravamo andati a Celle Ligure, e io decisi che era venuto il momento di raccontare ai miei genitori cosa mi era accaduto, rivelando, alla fine, che Asdrubale e Carletto avevano il numero di cellulare del ragazzo che mi aveva soccorso con Lisa.

Come andò con Asdrubale l’ho già raccontato in Solo!... I volontari tra il Bene e il Male, ma, quella sera, mia madre, me presente, telefonò a Carletto.

Lui rispose che avrebbe provato a cercare quel numero, ma era dubbioso perché il suo cellulare teneva memorizzate solo le ultime 20 telefonate effettuate. Ma, cosa alquanto anomala, lui, col quale in passato avevo condiviso pure un’uscita extra-lavorativa, non chiese minimamente di me, di come stessi. Perché?

 

Passarono i mesi senza ricevere più sue notizie; finché, a Dicembre, otto mesi dopo la vicenda del Parco di Monza, mi scrisse dicendomi che era molto dispiaciuto per quello che era successo, che si scusava di avermi messo in quella situazione, ma che ormai lui mi vedeva più come Mister Noir che come me stesso... e che, quindi, era convinto che me la sarei cavata!

In effetti, alla fine aveva avuto ragione. Ma se anziché Mister Noir avessi creato Superman, che sa volare, cosa mi avrebbe fatto fare?

Nel frattempo, come ho raccontato in Solo!... Come sfondai il muro dell’omertà, avevo già inviato la mia e-mail "NO PARTY, NO OMERTA'" all’Organizzazione, e quindi ora, a Gelsomino, l’educatore-capo, era venuta la smania di accontentarmi, organizzando, finalmente, l’incontro chiarificatore con Carletto che stavo richiedendo da otto mesi.

 

E così venne Venerdì 26 Gennaio 2007, il giorno della riunione con Carletto.

Eravamo nella sede dell’Organizzazione, e, oltre a noi due, c’erano i miei genitori, Gelsomino, l’educatore-capo, e Chiara, l’altra educatrice.

L’incontro iniziò in armonia, con la mamma che ricordò a Carletto la sua e-mail dove mi paragonava a Mister Noir; poi, però, la situazione precipitò.

Appena iniziai a raccontare che mi avevano mollato senza più voltarsi indietro, Carletto negò, dicendo che, comunque, mi avevano ritrovato entro dieci minuti. Io lo corressi su entrambi i punti.

Mi contestò persino che c’era una strada trafficata dalle auto, lasciandomi allibito.

Io rimarcai che quello che era accaduto al Parco di Monza era un fatto gravissimo, e che lui non aveva neanche ringraziato i due giovani che mi avevano soccorso. Lui ribatté che i due ragazzi li aveva ringraziati, ma, soprattutto ripeté, più volte, che quello che era accaduto era grave per noi.

Per noi? Come Per noi?

E mi disse che non mi aveva mai contattato per sentire come stessi perché non era di sua competenza.

Poi, durante la riunione, mia madre sbottò dicendo che non era possibile aver dovuto aspettare nove mesi per avere quel colloquio; lui le diede ragione, specificando, però, che aveva manifestato subito, a Gelsomino e Chiara, la sua disponibilità a incontrarmi. Loro si guardarono, e tacquero.

Ci lasciammo con l’impegno, suo, di inviarmi la corrispondenza che aveva avuto con la Wind riguardo il recupero del numero di cellulare del ragazzo che mi aveva soccorso… e che lui aveva richiamato.

 

Una volta tornato a casa, però, mi accorsi che, nella bagarre generale della riunione, c’erano alcune questioni che erano rimaste irrisolte; e, contrariamente a quanto avrei fatto in seguito coi volontari, decisi di scrivere un’e-mail a Carletto, mettendo in copia Gelsomino e Chiara.

Innanzitutto gli dissi che la sua risposta sulla sua mancata telefonata mi aveva offeso e ferito molto, perché io non mi aspettavo una telefonata da un ruolo o da una competenza, ma da una persona fisica, lui, col quale credevo - quando era un educatore fisso dell’Organizzazione - di aver instaurato un rapporto speciale; e lui invece non l’aveva fatta.

Poi gli spiegai che, anche se lui mi aveva lasciato in un tratto pedonale, nella strada parallela - che stavo considerato di percorrere al posto di quella insistente che mi aveva indicato lui - le auto sfrecciavano, eccome; e che, comunque, un parco non è un luogo affatto sicuro, perché è accessibile a chiunque, ma proprio a chiunque: cretini pericolosi compresi!

Gli comunicai anche il mio smarrimento quando, quella Domenica, alla fine, vedendolo arrivare col pulmino, notai che con lui non c’erano solo dei volontari ma pure delle persone disabili come me, che, inevitabilmente, li avrebbero rallentati nelle ricerche.

Infine gli chiarii che quello che era accaduto non era grave solo per noi, ma anche per tutti quelli a cui l’avevo raccontato. E sottolineai il fatto che, se fosse capitato a un altro ragazzo di nostra comune conoscenza, si sarebbe beccato una querela per abbandono e danni morali. Invece io non l’avevo fatto, andando contro i miei stessi interessi; e quindi almeno un Grazie, da parte sua, me l’aspettavo proprio.

 

Alcuni giorni dopo, lui mi rispose, mettendo in copia Gelsomino, l’educatore-capo, e Chiara.

Iniziò dichiarando che non avrebbe ribattuto punto per punto a tutto quello che avevo scritto, e si concentrò, invece, su un’unica questione, suddividendola in due punti.

Innanzitutto diede ancora ragione a mia madre, dicendo che non era giusto che avessi dovuto aspettare nove mesi per avere un incontro chiarificatore con lui, e ribadì che aveva detto subito a Chiara e Gelsomino che secondo lui bisognava farlo il più presto possibile, confermando la propria disponibilità ogni volta che, nei mesi successivi, l’Organizzazione lo contattava al riguardo.

Anche in questo caso, Gelsomino e Chiara non risposero.

Poi, però, mi disse che si riteneva ancora nel giusto per non avermi contattato personalmente, perché continuava a credere che la faccenda dovesse essere gestita dall’Organizzazione; non accorgendosi, a quanto pare, che la brutta figura l’aveva fatta comunque lui.

Infine, come Grazie, mi assicurò che di questa esperienza ne avrebbe fatto tesoro.

Della sua corrispondenza con la Wind, che mi aveva promesso, purtroppo non mi fornì alcuna prova. E il numero del ragazzo che mi aveva soccorso, assieme a Lisa (il nome di lei me lo ricordo bene), non saltò mai fuori.

 

Ma quella non fu l’ultima volta che ricevetti sue notizie.

Cinque anni dopo, nel 2012, ricevetti una sua lunga e-mail dove si mostrava sinceramente dispiaciuto per quello che era successo, e dove mi invitava ad andare a trovarlo nel suo agriturismo.

Io non risposi mai a quell’e-mail, non sapevo cosa dire, ma mi ripromisi che, quando avessi scritto il capitolo della saga di Solo! dedicato a lui, gli avrei reso giustizia, raccontando anche questo piccolo, gradito, colpo di scena finale.

 

 

©Sergio Rilletti, domenica 10 aprile 2022

lunedì 24 gennaio 2022

MyLife - IO E GLI EDUCATORI DA RIEDUCARE


 A volte, nella vita, si può cambiare radicalmente opinione. A volte lo si fa riguardo una singola persona, a volte riguardo un’intera categoria di persone.

E’ dal 1988 che, in quanto persona affetta da tetraparesi spastica, ho a che fare con gli educatori; per venticinque anni è stato un rapporto continuativo, poi si è un po’ diradato, fino ad arrivare alla mia ultima esperienza, almeno per il momento, avvenuta tra il maggio e il giugno del 2021.

All’inizio, quando avevo vent’anni, provando ammirazione per loro mi domandavo: “Ma chissà che studi fanno per diventare educatori?”. Poi, col passare del tempo, la domanda è rimasta quella ma ha acquisito un’accezione completamente diversa.

Concentrarmi solo sull’aspetto negativo di questo tipo di rapporto non sarà facile, dato che ho vissuto molti momenti simpatici, e a volte proprio unici, grazie anche alla categoria degli educatori, ma comunque lo farò, perché, oltre a essermi stato richiesto dalla LEDHA, ritengo sia mio dovere di scrittore affrontare questo tema in modo diretto, senza usare, per una volta, personaggi inventati come filtro.

 

Si sa che, nel corso della vita, si possono incontrare delle persone più o meno simpatiche, con le quali ci si sente più o meno affini. E questo è normale. Almeno finché c’è il rispetto.

 Quando invece il rispetto viene a mancare, il rapporto sviene. Se poi la mancanza di rispetto viene da parte di un educatore o di un’educatrice, allora lo svenimento è totale. E l’educatore in questione, molto probabilmente, non si renderà mai conto di quanto abbia fatto la figura dell’antipatico e dell’imbecille.

 

Ora, cominciando da alcuni casi meno gravi e poco eclatanti, per poi aumentare man mano di intensità, voglio citarne tre che mi sono capitati in altrettante vacanze di gruppo.

Un giorno, per colpa di un obiettore di coscienza che continuava a farmi scherzi in piscina, avevo perso un sandalo, e l’educatore, anziché mostrarmi solidarietà, non solo non disse nulla all’obiettore ma avrebbe voluto far ricomprare i sandali a me (poi però, per fortuna, il sandalo fu ripescato dall’équipe del villaggio turistico). In un’altra vacanza, invece, nonostante le mie raccomandazioni di non affidarmi a un certo volontario che nella vacanza precedente mi aveva maltrattato fisicamente, l’educatore mi mise proprio in stanza con lui, e quando glielo feci notare, mi rispose: “Ormai è fatta, mi dispiace”. Infine, in una terza vacanza, un altro ragazzo in carrozzina mi stuzzicò a tal punto da indurmi a reagire, e l’educatore in questione, vedendo solo che l’altro le stava beccando (per gioco, naturalmente), ma non sapendo che era stato lui a cominciare, approfittando di un successivo momento di pioggia mi lasciò fuori dal bungalow, e, riparatosi assieme a tutti i volontari, che lo spalleggiavano, continuava a domandarmi se volessi chiedere scusa, e io, con un bel sorrisone, caparbiamente continuavo a rispondere di no, per diversi minuti (poi, alla fine, l’educatore si stufò e mi fece entrare): un fatto che avrei potuto archiviare come semplice goliardia, sennonché alla fine l’educatore, in tono un po’ piccato, mi disse: “Guarda che lo so che hai fatto così perché sapevi che alla fine avremmo ceduto!”. Praticamente quello che secondo me, e probabilmente anche secondo i volontari, era uno scherzo, secondo lui avrebbe dovuto essere un metodo educativo.

 

Ma ciò che mi è accaduto con gli educatori a Milano, nel corso degli anni, è decisamente peggio, dato che ogni volta che tentavo di chiarirmi - con un’altra persona disabile, un autista di pulmini, un volontario, o con altri - anziché venire aiutato venivo sempre osteggiato. E quelli che seguiranno sono solo un paio di esempi, di cui uno, il secondo, particolarmente grave.

Una volta, un’educatrice si offrì di aiutarmi con una coppia di volontari per chiarire un pagamento non corretto del cinema; uscì con noi, ma, al momento opportuno, cambiò idea, non disse nulla, e, quando la interrogai con lo sguardo, si limitò a bofonchiare qualcosa di incomprensibile, alzando le spalle. Mentre un’altra volta, che stavo attraversando un periodo particolarmente ostico col gruppo di volontari con cui uscivo settimanalmente - fatto di scambi molto duri tramite e-mail -, l’educatore-capo, che chiamerò Gelsomino - come ho già fatto in qualche mio racconto -, mi convocò coi miei genitori, e, pur vedendomi disperato, negò che i volontari mi avevano scritto delle e-mail particolarmente dure, rinnegò di avermi dato ragione per iscritto, mi disse che era ora di smetterla, e suggellò il tutto con questa frase: “Il mio compito è organizzare le uscite; poi, quello che accade dopo, sono cavoli vostri, ma proprio cavoli vostri!”… paragonandosi, praticamente, a un centralinista.

 

Concludo questa rapida carrellata di fatti autobiografici con due casi emblematici: il primo è piuttosto conosciuto, per via di un mio racconto autobiografico, intitolato Solo!, che mi ha portato veramente molta fortuna; il secondo è molto più recente, ma merita di essere portato alla luce.

 

Solo! è il racconto, che potete trovare tuttora sul web, in cui narro, attimo per attimo, tutto quello che ho realmente pensato e vissuto in due ore da incubo, da quando un gruppo di volontari - guidati da un educatore volpone - mi abbandonò con la mia piccola carrozzina elettrica in mezzo al Parco di Monza per farsi un giro in risciò, a quando riuscii farmi ritrovare.

Ma Solo! non è nato per vanità, per mostrare a tutti com’ero stato bravo a cavarmela da solo in una situazione fortemente anomala, bensì come gesto di ribellione e di speranza.

Infatti, quello che mi ferì di più è stato ciò che accadde dopo, sia perché riscontrai subito nei volontari uno stato di indifferenza sull’accaduto che proprio non mi aspettavo, sia perché, quando tornammo a Milano, l’educatore volpone - che in Solo! ho chiamato Carletto - si rivolse ai miei genitori col tono scherzoso, come se io avessi combinato una bricconata. Ma quello che è stato ancora più deprimente e allucinante è stato il clima di assoluta omertà che subii per diversi mesi da parte di Gelsomino e di quei volontari coinvolti che avrebbero potuto contattarmi tramite e-mail per chiedermi come stavo e che, invece, non l’hanno fatto, tacendo anche quando mi vedevano di persona.

Io, in fondo, a Gelsomino chiedevo solo due cose: un incontro con quei volontari e con Carletto, e il numero di cellulare dei due giovani sconosciuti che mi avevano aiutato in maniera encomiabile, per poterli ringraziare. Quando, dopo mesi di solleciti e di pazienza, capii che Gelsomino non aveva intenzione di fare nulla, prima scrissi Solo!, per far conoscere quello che mi era capitato e, soprattutto, nella speranza di rintracciare i due giovani che mi avevano aiutato, e poi scrissi un’e-mail ai diretti interessati e a una marea di persone legate all’Associazione in questione, denunciando quello che mi era accaduto e il clima di omertà che stavo subendo.

Solo! non mi fece ritrovare i miei due giovani soccorritori, ma mi regalò tantissime soddisfazioni, anche inaspettate. Dopo l’e-mail, invece, Gelsomino si affrettò a organizzare addirittura due incontri.

 

E ora veniamo all’ultimo capitolo, a quello che mi capitò tra il maggio e il giugno del 2021 in quella che chiamerò Disability House.

Io c’ero già stato, nell’ottobre 2019, a fare una sperimentazione di vita indipendente della durata di due settimane, che andò benissimo, inducendomi a regalare loro una copia del mio libro Le avventure di Mister Noir, con tanto di dedica, ringraziandoli per avermi fatto assaporare un sogno.

Infatti, oltre a essere riuscito a riprodurre la mia vita quotidiana quasi come se fossi a casa - seppur venendo incontro alle richieste dell’équipe -, ero riuscito a tessere un buon rapporto con ciascuno di loro… tanto da indurmi a fare un’altra sperimentazione, molto più lunga, che, se fosse andata bene come pensavo, si sarebbe trasformata in una permanenza definitiva.

Invece andò male, un disastro totale: non passava giorno senza una polemica o un problema.

I membri dell’équipe, pur essendo gli stessi della sperimentazione precedente, non volevano darmi retta (né su ciò di cui ero stato diretto testimone né su quello che riguardava proprio me), mentivano, e si spalleggiavano a vicenda (confermando, a prescindere, ciò che diceva uno di loro, anche se non c’erano al momento del fatto, ignorando totalmente ciò che dichiaravo io), e nessuno ammetteva mai le proprie responsabilità, attribuendole, invece, agli altri abitanti, al Covid, e persino a due divani che avevano (leggermente) spostato. E quindi, molto fantasyosamente, alla mia diversa percezione della Casa; come se il loro comportamento avesse qualcosa a che fare con larredamento.

E, quando qualcuno di loro parlava con mia mamma o mia sorella, ovviamente dava loro unimpressione completamente diversa su come andassero le cose, omettendo sempre tutte le difficoltà che mi avevano creato.

Tutto questo senza contare che le due educatrici, che chiamerò Camilla e Miriam, e che durante la prima sperimentazione mi sembravano due miracoli e con le quali ero rimasto in contatto, erano le più agguerrite nell’applicazione dell’Ostinato Diniego; come se avessero ricevuto un preciso ordine al riguardo.

E quando, una volta che eravamo soli in casa, dissi a Miriam - che, di sua iniziativa, la volta precedente, mi aveva dato la sua e-mail, il suo contatto Facebook, e il suo numero di cellulare - che mi sembrava diventata un po’ fredda nei miei confronti, lei non solo lo negò ma arrivò persino a rinnegare il passato, spiegandomi cos’è un’amicizia e asserendo che in quel lungo periodo ci eravamo sentiti perché c’era il Covid… informandomi, praticamente, con mio grande stupore, sul motivo per cui io le telefonavo!... E’ vero che, avendo anticipato a un operatore e alla coordinatrice della Casa la mia intenzione di voler parlare con Miriam, dubito che sia stata una sua completa iniziativa comportarsi così, ma comunque, in quel momento, eravamo soli.

La mia sperimentazione a Disability House terminò dopo solo ventitré giorni, anziché le sette settimane programmate, dopo aver adeguatamente risposto a un’e-mail di Camilla - indirizzata a un gruppo di persone coinvolte a vario titolo in questo mio progetto -, dove l’educatrice in questione, narrando alcuni fatti in modo distorto, aveva tentato di farmi passare per uno squilibrato!... E così, ora, anche la responsabile generale - che ricopre un ruolo superiore a quello della coordinatrice -, che fino a quel momento era stata all’oscuro di tutto, cominciò a sapere che a Disability House c’era qualcosa che non andava.

 

Bene, il mio resoconto finisce qui. Ho cercato di selezionare i fatti più narrabili tra i molti che mi venivano alla mente, cercando di raccontarli nel modo più sintetico possibile.

Una sera, al Boulevard Café, durante un’intervista che gli stavo facendo per l’Agenzia giornalistica Hpress, Andrea G. Pinketts mi disse: “Io credo che la letteratura possa migliorare quelle persone che hanno voglia di essere migliorate, e a volte persino la necessità di essere migliorate”.

Io credo che avesse ragione, e spero, con questo mio articolo narrativo, di poter aiutare a migliorare le cose. 

©Sergio Rilletti, venerdì 24 dicembre 2021, ore 22.45

 

sabato 14 dicembre 2019

MyLife - LA CALDA ACCOGLIENZA DI CASA CALDERA (Il mio intervento per l'inaugurazione di Casa Caldera)

Salve a tutti, e Benvenuti a questa gioiosa inaugurazione ufficiale di Casa Caldera!...
Alcuni anni fa, molto prima di conoscere questa bella realtà e la sua splendida équipe, scrissi un racconto per un’antologia, in cui Mister Noir, il mio eroe seriale - un detective privato di Milano affetto da tetraparesi spastica, esattamente come me -, esaltava la fortuna che aveva di poter vivere a casa sua con una domestica filippina che lo aiutava totalmente, vivendo la propria vita come meglio credeva, senza doversi rapportare ogni giorno con certe regole e figure di riferimento, caratteristiche di istituti e comunità, che limitano, di fatto, la libertà individuale.
E in effetti, per pura combinazione, la pensavo anch’io così!
Poi, una serie di vicissitudini, tra cui il reale rapporto con un mio momentaneo assistente - col quale ho gestito personalmente anche l’intera parte burocratica -, mi hanno fatto riconsiderare la possibilità di andare a convivere con altri coinquilini con disabilità.
Anche perché sapevo che stava per profilarsi questa specifica realtà.
E così decisi di avvicinarmici; e, dopo un paio di incontri, in cui capii che l’individualità e la vita di ogni possibile coinquilino veniva posta al centro del progetto, decisi di verificare personalmente tali intenzioni, facendo una sperimentazione, venendo a vivere qui per due settimane.
Due settimane in cui cercai di trasferire la mia vita quotidiana qui, a Casa Caldera.

Quindi, mi crearono uno spazio - all’interno di questa sala -, semichiuso da un séparé e denominato Il mio ufficio, in cui installai il mio computer e relative attrezzature, permettendomi così di continuare la mia attività di scrittore; mi misero la televisione in camera, in modo che potessi rilassarmi, in privato, come faccio a casa; continuai a ricevere il mio fisioterapista a domicilio, pur avendo cambiato domicilio; effettuai, da solo con la mia carrozzina elettrica, una piccola esplorazione del cortile, dove un gentil signore mi salutò; e ospitai un po’ di amici, a diversi orari, andando, una volta, persino una pizzeria qui vicino dove, per puro caso, incontrai lo stesso gentil signore che mi aveva salutato in cortile, e col quale, coadiuvato dalla mia amica Simona, scambiai quattro chiacchiere.
Tutto questo, e molto altro, in un clima di assoluta allegria e serenità, che tutti coloro che lavorano qui dentro sanno creare; e trovando in Sillia, l’unica attuale residente fissa di Casa Caldera, una compagnia proprio piacevole.
Certo, ho dovuto anche andare un po’ incontro alle esigenze di chi era di turno, anche perché è comunque nella mia natura immedesimarmi negli altri, ma, rispetto ad altre realtà che ho visitato in passato - e a cui, in alcuni casi, non ho concesso neanche un giorno di prova -, è sicuramente un idillio, la soluzione migliore a cui posso aspirare.
Non so se Neil Armstrong, il primo uomo che approdò sulla Luna, con la sua celebre frase “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità” alludesse esattamente a questo. Ma, sicuramente, è una frase che calza alla perfezione a questa nuova realtà!
©Sergio Rilletti, giovedì 12 dicembre 2019  -  Letto da Sonia Rilletti

martedì 25 giugno 2019

PAROLA DI SCRITTORE (1x15): MEZZI PUBBLICI E RISPETTO LONDINESE (Un articolo inedito - Scritto per Radio SkyLab)


Salve a tutti, e Benvenuti all’ultima puntata della prima stagione di Parola di Scrittore. E voglio salutarvi con una notizia strepitosa. O, comunque, che vi farà riflettere un po’.
Sei una persona disabile, e vuoi muoverti agevolmente in città? Non c’è alcun problema: basta andare a Londra!
Innanzitutto, una volta atterrati all’aeroporto, qualche metro oltre trovi subito una sorta di sala d’aspetto con accoglienti poltrone rosse che, come indicano i quattro inequivocabili simboli posti sugli schienali, sono riservati a: non vedenti, non udenti, deambulanti con bastone, e carrozzinati (o più probabilmente, in quest‘ultimo caso, ai loro accompagnatori).
E le persone, per non essere da meno di tali poltrone, sono accoglienti pure loro.
Ed è questa la caratteristica principale di chi vive a Londra (londinese, italiano, o thailandese che sia): l’accoglienza.
Addetti alle informazioni in divisa, che, stazionando in strada, intuiscono che hai bisogno d’aiuto e te lo offrono, venendo a interpellarti loro. Persone che, vedendoti in carrozzina, si preoccupano di farti una gentilezza… e, a volte, persino della tua postura. Conducenti di autobus che ti accolgono con un sorriso e a cui puoi persino chiedere delle delucidazioni.
Eh, già. Perché a Londra puoi andare dove vuoi, anche se sei una persona con disabilità motoria. Autonomamente.
Tutti gli autobus sono muniti di una pedana elettrica funzionante, la maggior parte delle stazioni della metropolitana sono accessibili a tutti, e tutti i taxi hanno una pedana laterale retrattile che permette di salire e scendere direttamente con la carrozzina.
E poi, la gentilezza express delle persone che, sul bus o sulla metro, sembrano concentrate con la mente altrove, ma che, appena ti vedono, non esitano a scattare in piedi cedendo il posto a tutti coloro che stanno con te.
Insomma, tutto un altro mondo.
E’ vero, anche in Italia ci si sta attrezzando con bus e metro accessibili anche alle persone con disabiliTà; ma questi mezzi sono ancora troppo rari, e non costituiscono una reale alternativa alle auto private o ai taxi.
Taxi che comunque occorre prenotare prima, specificando che c’è una carrozzina da caricare (nel bagagliaio)… e sperando che non sopraggiunga un taxi talmente alto da costringere il disabile motorio in questione a un improvviso corso di Arrampicata per salirvi.
In effetti, anni fa, il Comune di Milano aveva provato a incentivare i tassisti a fornirsi di vetture provviste di pedana, in cambio di una licenza a doppio turno e la possibilità di un secondo tassista, che avrebbe incrementato lavori e guadagni. Ma, purtroppo, l’esperimento durò poco.
I tassisti milanesi di oggi, però, vorrebbero avere una seconda possibilità: sia per offrire un servizio migliore sia, parole loro, per un proprio tornaconto personale.
Londra lo dimostra: con un po’ di buona volontà, le cose possono cambiare. Basta rendere accessibili i taxi, i bus, le metro, e le menti delle persone al rispetto e alle esigenze altrui.
Bene. Parola di scrittore termina qui. Ringrazio Stefano Pastorino, per avermi dato questa splendida opportunità, che mi ha permesso di esprimermi in diversi modi; sua moglie Eleonora, per il pronto supporto tecnico;  e tutti voi, che mi avete seguito con gioia e passione per ben quindici puntate.
Vi confesso che all’inizio ero un po’ preoccupato di riuscire a scrivere un testo alla settimana, e quindi sono contento di avercela fatta… riproponendolo poi sul mio blog - rilletti.blogspot.com - e sulla mia Pagina Facebook, Sergio Rilletti’s.
E mi sono pure divertito a fare, a volte, il d.j., proponendovi delle canzoni in tema con l’argomento trattato.
Ora vi lascio con una promessa. Probabilmente con una formula un po’ diversa, ma, parafrasando la scritta finale di tutti i film di 007, “Parola di Scrittore... tornerà”.
©Sergio Rilletti, lunedì 24 giugno 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

sabato 22 giugno 2019

PAROLA DI SCRITTORE (1x14): MyLife - RICORDANDO LA MIA CIVETTINA D'ORO-4^ Parte: MISTER NOIR E LA CIVETTINA D'ORO (Un mio articolo inedito - Scritto per Radio SkyLab)

Salve a tutti, e Benvenuti alla quarta e ultima puntata di Ricordando la mia Civettina d’Oro, ovvero i quattro speciali appuntamenti che ho voluto dedicare all’onorificenza che il sindaco di Celle Ligure, Renato Zunino, mi ha conferito Sabato 20 Maggio 2017, per meriti culturali, e a tutto quello che vi gravita attorno.
Chi mi ha seguito nelle puntate precedenti sa del mio rapporto con Celle Ligure, del mio livello diintegrazione in questa città priva di barriere architettoniche, e di come MisterNoir è stato favorevolmente accolto dal pubblico cellese, nelle varie manifestazioni che lo riguardavano.
Oggi invece, come vi ho anticipato nella puntata precedente, vi racconterò di come una presentazione particolarmente felice del mio libro, Le avventure di Mister Noir, abbia indotto il sindaco a conferirmi la prima Civettina d’Oro della città. Un libro, ormai fuori commercio, la cui gestazione ha avuto molto a che fare con la mia vita cellese.
Un libro di thriller rigorosamente umoristici dove, tra le altre vicende, nel bel mezzo di un’anomala rapina palindroma, Mister Noir interviene, un po’ alla Bud Spencer, in difesa di due bambini, vittime di un atto di bullismo.
Un libro grazie al quale, a causa di una sagace battuta di Mister Noir sulle barriere architettoniche, un reale negoziante cellese - di cui sono un assiduo cliente da svariati anni -, si è accorto che il suo locale non è accessibile alle carrozzine, inducendolo a promettermi che si sarebbe adoperato a risolvere il problema.
Un’antologia di racconti che, secondo diversi docenti, sarebbe da far leggere nelle scuole… e che, a ogni presentazione, ha sempre attirato una marea di pubblico, per la gioia, e lo stupore, dei diversi organizzatori.
Un libro dove una felice presentazione, avvenuta Mercoledì 24 Agosto 2016 allo Spazio SMS Messaggi d’Arte con il patrocinio del Comune di Celle Ligure, era stata annunciata dall’intera città, rendendo quasi impossibile trovare un luogo dove non fosse esposta la locandina di quell’evento. Un calore smisurato che ho riscontrato anche durante l’incontro, quando, vedendo persino persone in piedi assieparsi fin fuori dal locale, per un attimo ho avuto una crisi d’identità, pensando di essere Vasco Rossi.
E poi, durante quell’incontro, domande a raffica fioccavano da tutte le parti, e, nell’entusiasmo generale, un certo Marco Minuto si alzò e propose di nominare Mister Noir cittadino onorario di Celle Ligure, provocando un’ovazione generale.
E infine, dopo qualche giorno da quella magica presentazione condotta da Martin Zanchetta e Daniele G. Genova, ricevetti pure una proposta di trasportare Mister Noir in un film.
Ora, mentre mi avvio verso il rush finale di questo mio lungo percorso, non posso non ricordare ino dei miei primi racconti, La Grande Truffa (Un giallo tutto d’oro), un thriller umoristico a puntate che scrissi nel lontano 1988 per Notizie Da, il notiziario della Parrocchia San Martino in Villapizzone a Milano che, in cuor mio, ho sempre considerato, e trattato, come una rampa di lancio per il mio sogno di diventare uno scrittore famoso.
Un racconto, ambientato qui a Celle Ligure, che aveva come protagonisti me e un gruppo di miei amici.
Un racconto che, per via dello stile e di certe idee - ed essendo io convinto, anche allora, di quello che stavo facendo -, oggi posso considerare, a tutti gli effetti, l’antesignano delle avventure di Mister Noir. Un transfert talmente ben riuscito, che, ormai, tutti considerano me l’alter ego di Mister Noir (anziché viceversa).

Bene. Ora è veramente giunto il momento del rush finale.
Quindi, ringraziando ancora di tutto cuore il sindaco Renato Zunino per la lungimiranza e il coraggio con cui ha voluto conferire la prima Civettina d’Oro al sottoscritto, voglio dedicare il mio ultimo pensiero ai miei genitori, a mia sorella, alla mia amica Simona, e a tutti coloro che hanno sempre concretamente sostenuto il mio sogno di affermarmi come scrittore; ma, soprattutto, a mia nipote e a tutti i miei giovani e piccoli amici.
Eh sì. Perché, come dico sempre quando vado a incontrare gli studenti nelle scuole - citando la canzone Uno su mille (ce la fa) di Gianni Morandi, che ha fatto da colonna sonora al mio sogno, soprattutto nei momenti più bui -, impegnandosi sempre al meglio, approfittando di ogni opportunità (e magari andandole pure a cercare), e non mollando mai, ma proprio mai, prima o poi i propri sogni si realizzano.
E la Civettina d’Oro che mi è stata conferita, e a cui ho dedicato queste quattro speciali puntate di Parola di Scrittore, ne è la prova!
©Sergio Rilletti, lunedì 17 giugno 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

F  I  N  E