A volte, nella vita, si può cambiare
radicalmente opinione. A volte lo si fa riguardo una singola persona, a volte
riguardo un’intera categoria di persone.
E’ dal 1988
che, in quanto persona affetta da tetraparesi spastica, ho a che fare con gli
educatori; per venticinque anni è stato un rapporto continuativo, poi si è un
po’ diradato, fino ad arrivare alla mia ultima esperienza, almeno per il
momento, avvenuta tra il maggio e il giugno del 2021.
All’inizio,
quando avevo vent’anni, provando ammirazione per loro mi domandavo: “Ma chissà
che studi fanno per diventare educatori?”. Poi, col passare del tempo, la
domanda è rimasta quella ma ha acquisito un’accezione completamente diversa.
Concentrarmi
solo sull’aspetto negativo di questo tipo di rapporto non sarà facile, dato che
ho vissuto molti momenti simpatici, e a volte proprio unici, grazie anche alla
categoria degli educatori, ma comunque lo farò, perché, oltre a essermi stato
richiesto dalla LEDHA, ritengo sia mio dovere di scrittore affrontare questo
tema in modo diretto, senza usare, per una volta, personaggi inventati come
filtro.
Si sa che, nel corso della vita,
si possono incontrare delle persone più o meno simpatiche, con le quali ci si
sente più o meno affini. E questo è normale. Almeno finché c’è il rispetto.
Quando invece il rispetto viene a mancare, il
rapporto sviene. Se poi la mancanza di rispetto viene da parte di un educatore
o di un’educatrice, allora lo svenimento è totale. E l’educatore in questione,
molto probabilmente, non si renderà mai conto di quanto abbia fatto la figura
dell’antipatico e dell’imbecille.
Ora, cominciando da alcuni casi
meno gravi e poco eclatanti, per poi aumentare man mano di intensità, voglio
citarne tre che mi sono capitati in altrettante vacanze di gruppo.
Un giorno,
per colpa di un obiettore di coscienza che continuava a farmi scherzi in
piscina, avevo perso un sandalo, e l’educatore, anziché mostrarmi solidarietà, non
solo non disse nulla all’obiettore ma avrebbe voluto far ricomprare i sandali a me (poi però, per fortuna, il sandalo
fu ripescato dall’équipe del villaggio turistico). In un’altra vacanza, invece,
nonostante le mie raccomandazioni di non affidarmi a un certo volontario che
nella vacanza precedente mi aveva maltrattato fisicamente, l’educatore mi mise
proprio in stanza con lui, e quando glielo feci notare, mi rispose: “Ormai è
fatta, mi dispiace”. Infine, in una terza vacanza, un altro ragazzo in
carrozzina mi stuzzicò a tal punto da indurmi a reagire, e l’educatore in
questione, vedendo solo che l’altro le stava beccando (per gioco, naturalmente),
ma non sapendo che era stato lui a cominciare, approfittando di un successivo
momento di pioggia mi lasciò fuori dal bungalow, e, riparatosi assieme a tutti
i volontari, che lo spalleggiavano, continuava a domandarmi se volessi chiedere
scusa, e io, con un bel sorrisone, caparbiamente continuavo a rispondere di no,
per diversi minuti (poi, alla fine, l’educatore si stufò e mi fece entrare): un
fatto che avrei potuto archiviare come semplice goliardia, sennonché alla fine
l’educatore, in tono un po’ piccato, mi disse: “Guarda che lo so che hai fatto
così perché sapevi che alla fine avremmo ceduto!”. Praticamente quello che
secondo me, e probabilmente anche secondo i volontari, era uno scherzo, secondo
lui avrebbe dovuto essere un metodo
educativo.
Ma ciò che mi è accaduto con gli
educatori a Milano, nel corso degli anni, è decisamente peggio, dato che ogni
volta che tentavo di chiarirmi - con un’altra persona disabile, un autista di
pulmini, un volontario, o con altri - anziché venire aiutato venivo sempre
osteggiato. E quelli che seguiranno sono solo un paio di esempi, di cui uno, il
secondo, particolarmente grave.
Una volta, un’educatrice
si offrì di aiutarmi con una coppia di volontari per chiarire un pagamento non
corretto del cinema; uscì con noi, ma, al momento opportuno, cambiò idea, non
disse nulla, e, quando la interrogai con lo sguardo, si limitò a bofonchiare
qualcosa di incomprensibile, alzando le spalle. Mentre un’altra volta, che
stavo attraversando un periodo particolarmente ostico col gruppo di volontari
con cui uscivo settimanalmente - fatto di scambi molto duri tramite e-mail -,
l’educatore-capo, che chiamerò Gelsomino - come ho già fatto in qualche mio
racconto -, mi convocò coi miei genitori, e, pur vedendomi disperato, negò che
i volontari mi avevano scritto delle e-mail particolarmente dure, rinnegò di
avermi dato ragione per iscritto, mi disse che era ora di smetterla, e suggellò
il tutto con questa frase: “Il mio compito è organizzare le uscite; poi, quello
che accade dopo, sono cavoli vostri, ma proprio cavoli vostri!”… paragonandosi,
praticamente, a un centralinista.
Concludo questa rapida carrellata
di fatti autobiografici con due casi emblematici: il primo è piuttosto
conosciuto, per via di un mio racconto autobiografico, intitolato Solo!, che mi ha portato veramente molta
fortuna; il secondo è molto più recente, ma merita di essere portato alla luce.
Solo! è il racconto, che potete trovare tuttora sul web, in cui
narro, attimo per attimo, tutto quello che ho realmente pensato e vissuto in
due ore da incubo, da quando un gruppo di volontari - guidati da un educatore
volpone - mi abbandonò con la mia piccola carrozzina elettrica in mezzo al
Parco di Monza per farsi un giro in risciò, a quando riuscii farmi ritrovare.
Ma Solo! non è nato per vanità, per
mostrare a tutti com’ero stato bravo a cavarmela da solo in una situazione
fortemente anomala, bensì come gesto di ribellione e di speranza.
Infatti,
quello che mi ferì di più è stato ciò che accadde dopo, sia perché riscontrai
subito nei volontari uno stato di indifferenza sull’accaduto che proprio non mi
aspettavo, sia perché, quando tornammo a Milano, l’educatore volpone - che in Solo! ho chiamato Carletto - si rivolse
ai miei genitori col tono scherzoso, come se io avessi combinato una bricconata. Ma quello che è stato ancora
più deprimente e allucinante è stato il clima di assoluta omertà che subii per
diversi mesi da parte di Gelsomino e di quei volontari coinvolti che avrebbero
potuto contattarmi tramite e-mail per chiedermi come stavo e che, invece, non
l’hanno fatto, tacendo anche quando mi vedevano di persona.
Io, in fondo,
a Gelsomino chiedevo solo due cose: un incontro con quei volontari e con
Carletto, e il numero di cellulare dei due giovani sconosciuti che mi avevano
aiutato in maniera encomiabile, per poterli ringraziare. Quando, dopo mesi di
solleciti e di pazienza, capii che Gelsomino non aveva intenzione di fare
nulla, prima scrissi Solo!, per far
conoscere quello che mi era capitato e, soprattutto, nella speranza di
rintracciare i due giovani che mi avevano aiutato, e poi scrissi un’e-mail ai
diretti interessati e a una marea di persone legate all’Associazione in
questione, denunciando quello che mi era accaduto e il clima di omertà che
stavo subendo.
Solo! non mi fece ritrovare i miei due
giovani soccorritori, ma mi regalò tantissime soddisfazioni, anche inaspettate.
Dopo l’e-mail, invece, Gelsomino si affrettò a organizzare addirittura due
incontri.
E ora veniamo all’ultimo
capitolo, a quello che mi capitò tra il maggio e il giugno del 2021 in quella
che chiamerò Disability House.
Io c’ero già
stato, nell’ottobre 2019, a fare una sperimentazione di vita indipendente della
durata di due settimane, che andò benissimo, inducendomi a regalare loro una
copia del mio libro Le avventure di
Mister Noir, con tanto di dedica, ringraziandoli per avermi fatto
assaporare un sogno.
Infatti, oltre a essere riuscito a riprodurre la mia vita quotidiana
quasi come se fossi a casa - seppur venendo incontro alle richieste dell’équipe
-, ero riuscito a tessere un buon rapporto con ciascuno di loro… tanto da
indurmi a fare un’altra sperimentazione, molto più lunga, che, se fosse andata
bene come pensavo, si sarebbe trasformata in una permanenza definitiva.
Invece andò male, un disastro totale: non
passava giorno senza una polemica o un problema.
I membri dell’équipe, pur essendo gli stessi
della sperimentazione precedente, non volevano darmi retta (né su ciò di cui
ero stato diretto testimone né su quello che riguardava proprio me), mentivano,
e si spalleggiavano a vicenda (confermando, a prescindere, ciò che diceva uno
di loro, anche se non c’erano al momento del fatto, ignorando totalmente ciò che
dichiaravo io), e nessuno ammetteva mai le proprie responsabilità,
attribuendole, invece, agli altri
abitanti, al Covid, e persino a due divani che avevano (leggermente) spostato.
E quindi, molto fantasyosamente, alla mia diversa percezione
della Casa; come se il loro comportamento avesse qualcosa a che fare con l’arredamento.
E,
quando qualcuno di loro parlava con mia mamma o mia sorella, ovviamente dava loro
un’impressione
completamente diversa su come andassero le cose, omettendo sempre tutte le
difficoltà che mi avevano creato.
Tutto
questo senza contare che le due educatrici, che chiamerò Camilla e Miriam, e
che durante la prima sperimentazione mi sembravano due miracoli e con le quali
ero rimasto in contatto, erano le più agguerrite nell’applicazione
dell’Ostinato Diniego; come se avessero ricevuto un preciso ordine al riguardo.
E quando, una
volta che eravamo soli in casa, dissi a Miriam - che, di sua iniziativa, la
volta precedente, mi aveva dato la sua e-mail, il suo contatto Facebook, e il
suo numero di cellulare - che mi sembrava diventata un po’ fredda nei miei confronti, lei non solo lo
negò ma arrivò persino a rinnegare il passato, spiegandomi cos’è un’amicizia e
asserendo che in quel lungo periodo ci eravamo sentiti perché c’era il Covid…
informandomi, praticamente, con mio grande stupore, sul motivo per cui io le telefonavo!... E’ vero che, avendo
anticipato a un operatore e alla coordinatrice della Casa la mia intenzione di
voler parlare con Miriam, dubito che sia stata una sua completa iniziativa
comportarsi così, ma comunque, in quel momento, eravamo soli.
La mia
sperimentazione a Disability House terminò dopo solo ventitré giorni, anziché
le sette settimane programmate, dopo aver adeguatamente risposto a un’e-mail di
Camilla - indirizzata a un gruppo di persone coinvolte a vario titolo in questo
mio progetto -, dove l’educatrice in questione, narrando alcuni fatti in modo
distorto, aveva tentato di farmi passare per uno squilibrato!... E così, ora,
anche la responsabile generale - che ricopre un ruolo superiore a quello della
coordinatrice -, che fino a quel momento era stata all’oscuro di tutto,
cominciò a sapere che a Disability House c’era qualcosa che non andava.
Bene, il mio resoconto finisce
qui. Ho cercato di selezionare i fatti più narrabili tra i molti che mi
venivano alla mente, cercando di raccontarli nel modo più sintetico possibile.
Una sera, al Boulevard Café, durante un’intervista
che gli stavo facendo per l’Agenzia giornalistica Hpress, Andrea G. Pinketts mi
disse: “Io credo che la letteratura possa migliorare quelle persone che hanno
voglia di essere migliorate, e a volte persino la necessità di essere
migliorate”.
Io credo che
avesse ragione, e spero, con questo mio articolo
narrativo, di poter aiutare a migliorare le cose.
©Sergio Rilletti, venerdì 24 dicembre 2021,
ore 22.45