mercoledì 29 luglio 2026

MIO INTERVENTO SUL "CANTICO DELLE CREATURE" DI SAN FRANCESCO D'ASSISI (Letto durante la S. Messa alla Chiesa di San Francesco al Fopponino)


 

Il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi richiama, sin dal titolo, due sensazioni meravigliose: la melodia della musica & del bel canto e le creature  favolistiche delle fiabe & del fantasy.

E lo offre, in forma d’amore, a Dio, come lode a tutto il Suo Creato.

E lo mette in chiaro da subito: Lodato tu sia, mio Signore, per tutte le tue creazioni.

E, detto ciò, inizia specificando specialmente per il  fratello sole, esaltando il fatto che ci illumina durante il giorno.

Ma Francesco di Bernardone, il vero nome di San Francesco, non allude semplicemente a un’illuminazione esterna, che comunque è utilissima per non andare a sbattere contro gli ostacoli, ma a una luce che penetra sin dentro il nostro animo, illuminandoci nelle scelte.

Poi, piano piano, cala la notte, il periodo più buio della giornata, quello dove si affastellano tutti i pensieri più cupi. Ma Francesco, volgendo lo sguardo al Cielo, loda Dio per sorella luna e le stelle, che in effetti, pur non essendo possenti come il sole, emanano comunque il loro chiarore.

E il futuro San Francesco, quando scrisse questo cantico, aveva gravi problemi di vista (e svariati altri tipi di handicap); quindi era, a tutti gli effetti, una persona con disabilità.

Esattamente come me.

E io lo capisco bene, quel Francesco, perché anch’io sono uno scrittore, e anch’io, a causa della mia disabilità, ci impiego un’infinità di tempo a digitare una frase; sicuramente molto di più che a pensarla. Ma, nonostante ciò, scrivere è l’unica cosa che mi fa sentire veramente bene; perché mi permette di comunicare al mondo esterno, anche a chi non conosco, i miei pensieri, il più delle volte pure divertendo.

Ed è grazie a un racconto, Il labirinto magico, che una magica sera dell’autunno 1987, ed esattamente domenica 15 novembre 1987, che conobbi la fondamentale Simona, anche oggi qui al mio fianco, e un gruppo di ragazzi, e soprattutto di ragazze, che si trasformò nel nucleo principale delle mie amicizie, basilare per la mia nuova vita.

Ebbene sì; perché io, come Francesco, ho avuto due vite: una prima e una dopo quella fatidica domenica 15 novembre 1987.

Prima vivevo una vita casa-scuola-casa. Una vita comunque soddisfacente, perché avevo una famiglia (madre, padre, sorella) che mi faceva vivere una vita il più normale possibile (viaggi in camper, tutti insieme, compresi). E io ero talmente sereno che non avevo voglia, né tanto meno sentivo la necessità, di ampliare i miei orizzonti e le mie conoscenze.

Poi mi si è aperto un mondo, anzi un intero universo, di cui non sospettavo l’esistenza.

Io dico, da sempre, che Simona è un fiorellino; ma, in realtà, lei è il sole. E’ lei che, con il suo radioso sorriso e il suo caloroso interesse, mi ha catapultato alla scoperta di un mondo, e di relative creature, che non conoscevo.

E poi ci sono gli altri miei amici, tutti preziosi e rassicuranti come le stelle del firmamento, che sanno tenermi compagnia ma anche confortarmi nei momenti più bui: come un innamoramento non corrisposto, o come un’omertà di gruppo, una delle  esperienze più dolorose che ti possa capitare, perché ti trafigge il cuore come la morte contemporanea di più persone in cui credevi e di cui ti fidavi.

Sì. Sono proprio stelle rare e preziose, gli amici.

E poi esistono le stelle comete, che possono apparire in qualunque periodo dell’anno. Anche lontano dal Natale.

Io una stella cometa l’ho conosciuta, vent’anni fa: domenica 9 aprile 2006, in pieno giorno, al Parco di Monza.

Era una splendida coppia di giovani - un lui e una lei - che, trovandomi a girovagare da solo e spaventato sulla mia piccola carrozzina elettrica, capirono tutto, ma proprio tutto, in maniera assolutamente encomiabile.

Ora non scenderò nei dettagli, che potrete leggere nel mio prossimo libro, ma il Signore mi diede il consiglio giusto e la forza di metterlo in atto: descrissi quella mia avventura nel racconto autobiografico Solo!, nell’annosa speranza di rintracciare i miei due giovani soccorritori; e, grazie all’attivo interessamento di Simona, il mio sole, riuscii persino ad andare a parlarne, insieme a lei, in un programma radiofonico di Rai Radio Due.

Forse è proprio questo il senso ultimo del Cantico delle Creature: ricordarci che il Signore ci dà sempre tutto quello di cui abbiamo realmente bisogno. Anche se, magari, in una forma un po’ diversa da quella che ci aspettiamo.

E se qualcuno all’inizio si fosse un po’ stupito che abbia accostato il Cantico al genere fantasy, sappia che per me tutto il Creato è qualcosa di magico; e sono anche convinto che i miei amici, e soprattutto le mie amiche, mandatimi dal Signore, sono tutti delle creature magiche!


©Sergio Rilletti, domenica 24 maggio 2026, ore 11.30  -  Letto da Simona Pirola

 

martedì 28 luglio 2026

LA POTENZA DELLA FRAGILITA' (Il mio intervento durante l'omonima serata al Teatro della Parrocchia di Gesù Buon Pastore con Guido Marangoni)


Salve a tutti, e Benvenuti a questa serata dal titolo fortemente evocativo: La potenza della fragilità.

Innanzitutto, devo precisare che, anche se ufficialmente appartengo alla categoria delle persone fragili, io non mi sento affatto fragile. Tant’è che, quando in televisione sento nominare la categoria delle persone fragili, devo subito appuntarmi di farne parte e prestare attenzione.

In effetti, è un po’ difficile considerarsi una persona fragile quando si ha una famiglia che ti fa vivere una vita normale, pienamente integrata (viaggi in camper compresi), e che ti aiuta a coltivare le tue passioni (tra cui la lettura e, soprattutto, la scrittura creativa) e i tuoi sogni.

Poi, la sera di domenica 15 novembre 1987, a causa di una lunga concatenazione di eventi fortuiti, o di un accurato disegno divino (come mi piace sostenere), durante l’annuale festa di quartiere - che quell’anno coincideva con quella parrocchiale -, a Villa Radice Fossati conobbi Simona.

E, da quel momento in poi, la mia vita cambiò. Anzi, si rivoluzionò completamente.

Non so quanto lei avesse già capito l’importanza che aveva la scrittura creativa per me (lei riesce a leggermi nel pensiero, anche quando parliamo al telefono), ma le sue prime parole furono: “Sei tu Sergio?... Ho letto il tuo racconto: è bellissimo!”.

Il racconto in questione era Il labirinto magico, che avevo scritto, con il benestare di don Serafino Marazzini, per un libretto della Parrocchia San Martino in Villapizzone.

Io cominciai improvvisamente a interessarmi alle attività parrocchiali e a frequentare l’oratorio. Simona iniziò a venire a trovarmi a casa, tutte le settimane, e ogni settimana pretendeva, ma proprio pretendeva, almeno tre novità… che potevano essere in campo artistico e/o relazionale.

In campo artistico, sapendo e condividendo la mia passione per la scrittura creativa, voleva sempre leggere qualche mio racconto. Ed era un’esperienza fantastica, inimmaginabile, sentirla leggere i miei racconti; perché, durante i dialoghi, lei riusciva sempre a indovinare e interpretare il tono che adoperavano i vari personaggi, ben prima di leggerlo alla fine del virgolettato.

Simona, evidentemente, non leggeva solo nella mia mente ma pure in quella dei miei personaggi.

In campo relazionale, invece, Simona non solo mi stimolava a uscire, affrontando anche realtà in cui non c’era lei, ma, da autentica mental coach, mi dava preziosi consigli su come comportarmi con le ragazze che mi erano simpatiche, e, con la sua ironia, mi demoliva dei problemi che in effetti non erano tali. E se quando andavo in vacanza con l’AIAS Milano mi trovavo in difficoltà con qualche persona, telefonavo a lei.

Insomma, un autentico fiorellino… come la soprannomini in un resoconto d’un pellegrinaggio che avevamo fatto a Lourdes.

Ma quel 15 novembre 1987 non conobbi solo la fondamentale Simona, ma anche uno stuolo di ragazzi, e soprattutto di ragazze, dell’oratorio, che avrebbero costituito la rete più importante delle mie amicizie, consolidandosi non solo nei ritiri spirituali in una baita a Saint-Nicolas - dove Simona mi trascinò, a forza di braccia, a vedere uno splendido panorama chiamato il presepe - o in un monastero al Passo del Sempione, ma anche in vacanze a Celle Ligure (senza familiari) e persino nel mio primo Capodanno fuori casa e leggermente fuori porta. A Cannes.

E l’interesse di Simona per la mia attività di scrittore e per la mia passione dei fumetti l’ha indotta a invitarmi a iscrivermi a un corso serale di sceneggiatura alla Scuola del Fumetto. Una proposta che all’inizio fece annichilire mia madre; ma che poi, grazie ai miei genitori, a Simona e a una compagine di amiche - che si alternavano ad assistermi durante le lezioni -, e a don Serafino e a una compagine di amici - che invece si alternavano come autisti per l’andata o il ritorno -, sono riuscito a concretizzare in un’esperienza memorabile; anche con i docenti e i compagni di classe.

Non solo. Ma un’altra amica di quella compagnia, Francesca, anni dopo mi accompagnò a un corso di scrittura mystery dove conobbi Mario Gombòli, direttore editoriale di Diabolik, che negli anni portò i suoi frutti; mentre Federica, sorella di Simona, vinse la sua proverbiale timidezza per accompagnarmi agli incontri letterari di Andrea G. Pinketts & Andrea Carlo Cappi, che mi presero sotto la loro ala introducendomi nel magico mondo del noir.

E tutto questo, e molto altro ancora, è accaduto perché domenica 15 novembre 1987 ho conosciuto Simona… e per tutta la serie di eventi che ne è conseguita.

Quindi, considerando tutta la tenacia che mi ci è voluta per affermarmi come scrittore, no, non mi sento affatto una persona fragile.

 

Tuttavia, nella mia vita, ci sono stati anche due momenti particolarmente bui: un innamoramento non corrisposto, che mi impediva letteralmente di vivere, e un aberrante caso di omertà di gruppo, che però, grazie anche a Simona, riuscii a ribaltare a mio vantaggio.

Nel primo caso, lei, Francesca, e Michela, si sono mostrate tre amiche vere, le uniche che hanno avuto il coraggio e la tenacia di non abbandonarmi in quel periodo nero in cui ero poco socievole, standomi sempre vicino con costanza. E Simona, in modo particolare, mi aiutava sì a organizzare delle serate in cui invitava anche lei, Pinuccia (chiamiamola così), ma ammonendomi allo stesso tempo, in modo abbastanza rude, che avrei dovuto uscire comunque, che lei avesse accettato l’invito oppure no.

Il secondo caso, invece, ha una data e un luogo di inizio ben precisi: domenica 9 aprile 2006, Parco di Monza, ore 13.10 circa.

Fu lì che ebbe inizio la vicenda, un vero e proprio thriller psicologico che nei mesi successivi si tramutò in un noir, che intitolai Solo! (con tanto di S maiuscola e punto esclamativo finale). Fu lì, al Parco di Monza, che un gruppo di volontari guidati da un educatore volpone mi abbandonò sulla mia piccola carrozzina elettrica per farsi un giro in risciò… dandomi solo un’indicazione sommaria per raggiungerli, che poi risultò impraticabile. Dopo due ore di assidui tentativi per cercare una strada alternativa e per chiedere aiuto incontrai una splendida coppia di giovani - un lui e una lei -, che capì tutto, ma proprio tutto, e, attraverso un piccolo giro di telefonate - suggerito da me - riuscirono a rintracciare l’educatore volpone e a farmi venire a riprendere.

Una coppia come quella, che oltretutto aveva avuto un comportamento assolutamente encomiabile, meritava di essere ringraziata come si deve, ma non mi fu possibile, perché le persone che erano entrate in possesso del loro numero di cellulare non me lo diedero mai. Non solo, ma tutte le persone coinvolte fecero finta, da subito, che non fosse accaduto nulla.

Ora non scenderò nei dettagli, che potrete leggere nel libro che uscirà tra qualche mese in occasione del Ventennale di questa vicenda, ma questa odiosa cappa di omertà, che proprio non mi aspettavo, mi provocò un forte senso di ribellione.

E la potenza della fragilità, sottovalutata proprio perché celata dalla mia disabilità, si manifestò in tutta la sua maestosità.

Approfittando della mia assidua collaborazione con M-Rivista del Mistero - fondata e diretta da Pinketts e Cappi -, scrissi Solo!, sia per tentare di rintracciare i miei due giovani soccorritori, sia per far conoscere questa vicenda che qualcuno voleva insabbiare, generando un’immaginabile serie di reazioni a catena che mi consacrarono come scrittore. E Simona, indignata per il silenzio omertoso di chi mi aveva abbandonato e dei loro responsabili, mi fece mandare un appello alle radio… che lo diffusero, mostrandomi anche solidarietà con le loro e-mail. Un’iniziativa, quella della mia super-amica, che oltretutto mi permise di partecipare a due programmi radiofonici della RAI: Tutti i colori del giallo, di Luca Crovi, e Diversi da chi?, di Ilaria Maria Sotis.

Ma la realtà può fondersi con la fantasia, e la vicenda di Solo! e di Tutti i colori del giallo diventarono il tema del romanzo breve Assalto alla RAI, dove Mister Noir ed Elena Fox, i due detective privati protagonisti dei miei thriller umoristici, si trovano a dover salvare la vita a me,  a Simona, e a Luca Crovi, combattendo contro un’organizzazione criminale chiamata La Spada di Damocle che vuole l’assoggettamento delle menti e l’annientamento di chi osa ribellarsi e di coloro che li aiutano.

La fusione tra fantasia e mia autobiografia avviene anche in altri racconti, tra cui Tre primi incontri, dove Mister Noir, dopo aver incontrato per la prima volta Elena Fox alla Villa Radice Fossati, nota il primo incontro tra me e Simona, decidendo di prendermi come suo biografo personale; e la somiglianza e il parallelismo tra le due coppie è inevitabile, tanto che, spesso, veniamo confusi con i nostri due alter ego.

Ebbene sì. Perché quando si tratta di me e Simona, o di Mister Noir ed Elena Fox, tutto può accadere.

Anche una serata come questa!


©Sergio Rilletti, lunedì 18 maggio 2026  -  Letto da Simona Pirola


sabato 14 febbraio 2026

MISTER NOIR: SANREMO CODE (New Version 2026)

Milano, lunedì 8 febbraio 2016, ore 12.00

Mister Noir ed Elena Fox stavano seguendo a distanza un uomo uscito da un portone in Viale Romolo: lui, Mr. Noir, seduto davanti, lei, Elena, in piedi dietro, a spingere la carrozzina del suo capo.

Guardando il cielo qualcuno aveva prognosticato il diluvio universale. Invece no: il cielo non era proprio blu, ma nulla di cui preoccuparsi. O almeno così speravano!...

 

Tre giorni prima, ore 10.15

L’aspirante cliente che era seduta di fronte a lui era bionda, disperata, e bella. E tra le lacrime, che si detergeva con un fazzoletto bianco, gli aveva mostrato una delirante lettera che aveva ricevuto. In piedi alla destra dell’investigatore privato c’era, come sempre, Elena Fox, la sua bella e indomabile assistente.

 

 
Cara Chiara, mia dolce neo-ex, io non ti amo più. Lo so che infinite volte ti ho detto che noi siamo infinito e che ti avrei portato via da qui, promettendoti cieli immensi. Ma il primo amore non si scorda mai.

 

Mister Noir guardò per un attimo la donna, poi posò uno sguardo interrogativo su Elena, che ne intercettò subito l’implicita domanda. Ma che scrive questo?

Lei rispose con un leggero colpo di tosse, e i due detective ripresero a leggere.

 

Quando sono lontano da lei, non vivo più. Lo so che ti sto facendo del male, ma ora o mai più (le cose cambiano). Mi dispiace tanto, ma torno da lei. Un giorno mi dirai come te la passi. Per ora, addio. Ex Tuo, DD

 

“Se gli dispiace tanto, perché allora torna dall’altra?” proruppe Mr. Noir, con la sua pronuncia imperfetta dovuta alla propria tetraparesi spastica, ma dal tono chiaramente ironico.

“Come, scusi? Non ho capito” disse la donna.

Elena si trattenne dal proprio abituale ruolo di traduttrice simultanea, intuendo che, per una volta, l’ironia del suo capo non era indirizzata all’interlocutore di turno.

“E quella doppia D, che cosa significa?” finse di ripetere il detective, sempre in sintonia con la propria assistente.

“Dario Duchi: è il suo nome.”

“E il suo cognome?”

“Come, scusi?” chiese la donna, sgranando con dolcezza gli occhi. Questa volta l’aveva capito, ne era sicura, ma ciò che aveva capito non aveva alcun senso!

Elena, abituata alle manifestazioni di incredulità (o di irritazione) di chi incocciava nell’umorismo di Mister Noir, decise di intervenire. “E cosa possiamo fare per lei?”

“Non è da lui scrivere una lettera così. Non è in sé.”

“E chi ne dubita?!” esclamò ironico il carrozzinato.

“E voglio scoprire il perché.” E, detto ciò, la donna diede loro un proprio biglietto da visita.

Il detective lesse l’indirizzo

 

Viale Liguria, 16

 

e sbuffò. Non sapeva perché, ma tra Celle Ligure e Sanremo, la Liguria aveva già reclamato più volte le sue attenzioni di detective. E ora l’avrebbe fatto pure in qualità di Viale!

 

Oggi, ore 12.10

Non era stato difficile decodificare il messaggio per il detective. Dopo che aveva accettato il caso, ammesso che potesse essere definito tale, Mister Noir si era fatto subito raccontare dalla sua cliente che tipo era Dario Duchi, chiedendole anche qualche informazione specifica, tra cui l’indirizzo. E, una volta congedata la donna e riletto con attenzione il messaggio, la soluzione gli si era parata davanti agli occhi.

Ora i due detective svoltarono in Viale Liguria, e si bloccarono: Dario Duchi, l’uomo che stavano seguendo, era arrivato sotto casa della loro cliente.

Lei uscì dal portone, e insieme raggiunsero un bar coi tavolini fuori. L’aria tiepida di quell’anomalo febbraio primaverile permise loro di stare all’aperto.

I due detective rimasero in disparte, a osservare la scena. L’uomo gesticolava, sventolando con passione la lettera che pensava gli avesse scritto lei, inneggiando all’intesa finalmente ritrovata; la donna cercò di dissimulare lo stupore, come le avevano consigliato i due detective al telefono, e in quel momento capì che Dario, da lei, voleva solo più attenzione, più complicità.

Poi, a un certo punto, li vide. E li notò anche lui.

Si avvicinarono.

“Sono due miei amici” annunciò Chiara.

“Piacere, Elena” si presentò la detective, stringendo la mano all’uomo.

”E lei?” chiese l’uomo all’uomo in carrozzina.

“E io no!” ribatté Mister Noir, sottolineando l’ovvietà.

Dopo qualche secondo di costernazione, che si era dipinta sul viso dell’uomo, Elena prese la parola. “Be’, visto che siete reciprocamente in buona compagnia, ora vi lasciamo.”

Chiara li salutò con un sorriso, e, prima che Dario potesse chiederle spiegazioni su quel tipo indisponente, gli andò alle spalle e cominciò a leggere la lettera insieme a lui.

 

Caro Dario, ho riflettuto molto su quanto mi hai scritto, portando la tua lettera sempre con me nella mia borsa, la borsa di una donna. Ti avviso che non farò recriminazioni, parlando di me e di te, perché ho impostato la mia vita a vincere l’odio e tutto quello che può generarlo. Ma non accetterò nessun grado di separazione, rimuginando su sogni e nostalgia. Ti scrivo queste parole semplicemente, col cuore che mi batte forte e facendo mezzo respiro per volta; ma ho capito ciò che hai voluto dirmi. Quindi, wake up baby, e ricominciamo! Ti amo. Sempre Tua, Chiara

 

Ormai a parecchi metri di distanza dalla cliente, Elena, con fare noncurante, fece cadere due parole dal cielo. “Finalmente piove” disse. “O comunque… pioverà!”

“In che senso?” domandò lui, guardandola in tralice.

“Be’, in tanti anni che ci conosciamo, è la prima volta che ci occupiamo di un giallo-rosa!... E l’idea di rispondere a Dario Duchi con una lettera utilizzando i titoli delle altre canzoni di questo Festival di Sanremo, fingendo di essere Chiara, è stata davvero geniale!”

“Be’, cara Elena, leggendo la lettera di Duchi alcune parole mi balzavano agli occhi, come fossero scritte in neretto. Poi, quando Chiara ci ha detto che lui era un grande appassionato di musica, e quindi anche di Sanremo, ormai alle porte, ho capito che la lettera che le aveva scritto doveva essere un test: una richiesta di attenzione alle sue passioni e di complicità. E, una volta verificata questa mia ipotesi, ho attuato la mia soluzione.”

“E poi, com’era assolutamente prevedibile,” continuò Elena, “appena Duchi l’ha contattata per vederla, lei ci ha telefonato, informandoci pure sull’orario.”

“Già. E noi siamo venuti qui per verificare che, in effetti, tutto filasse liscio, senza improvvisi scatti di follia” finì lui.

Elena fece ancora qualche passo, poi si fermò. “Una curiosità” enunciò in tono beffardo. “Racconterai al tuo biografo anche questa nostra anomala avventura romantica?”

“Certo. Anzi, lo farò appena arrivati a casa!... E sono certo che lui la scriverà e la pubblicherà prima dell’inizio del Festival!”

Ovviamente, Mister Noir avrebbe avuto ragione anche questa volta!

  

©Sergio Rilletti, 2016-2026

 

mercoledì 11 febbraio 2026

ORNELLA SENZA FINE... E LO SPETTACOLO CONTINUA! (Un articolo inedito)



L’eternità esiste. L’hanno dimostrato Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, e tutti i loro ospiti, domenica 18 gennaio 2026, durante Ornella Senza Fine, una serata-evento che lo storico programma Che tempo che fa, che dall’ottobre 2023 è approdato sul NOVE, ha voluto dedicare a Ornella Vanoni: alla sua vita, alle sue idee, alle sue passioni, e, ovviamente, alla sua musica.

 Tutto era misurato per farle piacere, come se lei fosse lì, in attesa, a osservare ogni cosa. A cominciare dalle vie e dai luoghi caratteristici della sua Milano che lei aveva frequentato abitualmente, ripresi dall’alto, di notte, come per riprodurre il suo attuale punto di vista.

Poi, l’inquadratura penetra nello studio del programma, buio e silenzioso, sorvola  il pubblico - che si alza in piedi applaudendo -, e si avvicina al palco vuoto; sullo sfondo, il ledwall - con un’immagine di Ornella Vanoni sorridente e a braccia spalancate - si apre ed entra Marco Mengoni, che, dopo qualche passo, comincia a intonare Che cosa c’è.

E lo spettacolo comincia.

Da quel momento in poi, gli artisti si susseguono eseguendo i brani più iconici della cantante, mettendo in mostra lei anziché se stessi.

Loredana Bertè propone una coinvolgente versione rock di Domani è un altro giorno; Annalisa, dopo aver proposto una versione intimista di Una ragione di più, ci spiega le difficoltà nell’approcciarsi a un testo come questo; un commosso Gianni Morandi interpreta Ti lascio una canzone e spiega come questo brano fosse stato una suprema forma d’amore di Gino Paoli, che l’ha scritto, verso Ornella Vanoni; la sempre sorprendente Virginia Raffaele, in coppia con Toquinho, ha incantato con Tristezza (per favore va’ via) riuscendo, nonostante la sua evidente emozione, a farci pure sorridere; subito dopo Toquinho e Fiorella Mannoia danno vita alla ballata La voglia, la pazzia; e, qualche minuto dopo, Paolo Fresu, in mezzo al pubblico con la sua immancabile tromba, inizia a far echeggiare le note de L’appuntamento - il brano che aveva dovuto suonare durante il funerale della cantante su specifica richiesta della stessa -, per poi fondersi nella splendida esecuzione di Elisa.

In questo clima ovattato di assoluto rispetto per l’Artista, si sono susseguite molte altre emozioni canore: Mahmood, Emma, Malika Ayane, Francesco Gabbani con Noemi, Arisa, e Giuliano Sangiorgi con Toquinho, hanno dato vita a un lunghissimo piano sequenza di aneddoti e canzoni; infine, Diodato e Camilla Ardenzi, giovane e talentuosa nipote di Ornella Vanoni, chiudono la serata, e il cerchio, cantando, appunto, Senza fine.

Ma limitarsi a descrivere questo evento come una semplice kermesse canora di altissimo livello sarebbe un po’ riduttivo.

E’ stato anche uno spettacolo della parola. A cominciare da quelle di Vincenzo Mollica, che nella chiacchierata iniziale con Fabio Fazio, in una sorta di prologo del concerto, ha dedicato alla cantante - esaltandola come simbolo di emancipazione, per il suo alto livello professionale, e per la sua voce attoriale - e agli inizi della sua carriera: dalla conoscenza con Giorgio Strehler e i relativi esordi al Piccolo Teatro, che successivamente è stato intitolato a lui, alle collaborazioni con Gigi Proietti, Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Franca Valeri, Luigi Tenco, Vittorio De Sica, Giorgio Gaber, Corrado, e, ovviamente, Gino Paoli.

Un omaggio ai suoi esordi che poi, durante il concerto, è stato ampliato da un collettivo di artisti milanesi - composto da Ale & Franz, Enrico Bertolino, Lella Costa, Angela Finocchiaro, Enzo Iacchetti, Marina Massironi, Maria Amelia Monti, Cochi Ponzoni, Paolo Rossi, e, al pianoforte, Paolo Jannacci - che, in collegamento proprio dal Piccolo Teatro Strehler, hanno cantato Ma mi, uno dei primi successi di una giovanissima Ornella Vanoni.

Una canzone dalle parole importanti, come quelle incise sulla targa commemorativa nell’aiuola di fronte allo stesso Piccolo Teatro Strehler, che, alla presenza del sindaco Beppe Sala e dell’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, le è stata intitolata, esaudendo, così, un suo desiderio. Poche parole incise, e incisive, che la ritraggono appieno: Cantante, Artista, e Donna libera.

Concetti espressi, oltre che dai cantanti che le hanno reso omaggio e da Vincenzo Mollica, anche da autorevoli esponenti del mondo della musica - quali Pacifico, Mara Maionchi, e Mario Ravezzi -, che hanno offerto un quadro sfaccettato dell’artista. Quadro che viene completato dalle parole della magnifica rettrice Marina Brambilla dell’Università Statale di Milano quando legge la motivazione con cui, l’11 giugno 2025, tale Università ha conferito la laurea honoris causa alla Vanoni.

Già, la Vanoni. Anzi l’Ornella - rigorosamente con l’articolo davanti -, come sostiene Luciana Littizzetto, per ribadirne l’unicità, nella sua consueta letterina settimanale che per l’occasione ha dedicato a lei, unendo ironia e tenerezza, e fornendo a sua volta un ritratto unico. Unicità che è stata dimostrata anche dall’affetto del Reparto Audio, che, attraverso un comunicato affidato alla stessa Littizzetto, ha voluto renderle omaggio attribuendo al microfono numero 18 - da lei sempre usato in tutte le sue partecipazioni a Che tempo che fa -, il nome Microfono Vanoni.

E, per finire, le parole della stessa artista, lette da Fabio Fazio e Luciana Littizzetto: battute ironiche e aforismi seri che fanno della cantante una vera e propria filosofa; e con la sua esortazione, espressa durante un’intervista rilasciata nel settembre 2014 a Vincenzo Mollica, ad avere il coraggio di osare sempre e di non mollare mai.

Dopo i saluti finali, con tutti i partecipanti che si sono palesati sul palco accompagnati dalle galvanizzanti note di Musica musica, lo spettacolo televisivo si conclude con due video con protagonista Ornella Vanoni: la sua interpretazione, durante un concerto, proprio di Musica musica; e la lettura, in una sorta di saluto, di un brano tratto dalla sua autobiografia Vincente o perdente (edita da La nave di Teseo).

E lo spettacolo continua!... Sì. Perché, come ha dimostrato questa serata-evento, l’eternità esiste! 

©Sergio Rilletti, mercoledì 11 febbraio 2026 – ore 11.41