venerdì 14 febbraio 2014

MyLife - CUORE INNAMORATO (Un racconto autobiografico inedito)

Amore. Amore. Cos’è questo grande sentimento che tutti chiamano amore? E’ il desiderio di lei. Di lei, come moglie e come amante. Di lei, che è l’essenza della bontà.
Sì, bontà. Bontà d’animo. Quel tipo di bontà che non è rappresentata dalla scelta di un’azione specifica, ma che traspare da ogni atomo della sua persona.
Ho conosciuto pochissime persone così, e tutte di sesso femminile. Una è la mia miglior amica (anzi, il mio miglior amico per eccellenza, come mi piace definirla!), un’altra è un’ex mia carissima amica che si è fatta fagocitare dalla passione per un uomo, rinnegando, di fatto, la nostra amicizia.
E poi c’è lei!
Lei, che ha il sorriso di un angelo. Lei, che ha la grazia di una principessa delle favole. Lei, che infonde tenerezza a tutto quello che la circonda.
Sì, proprio lei! Tu la guardi, e la tenerezza che risplende nei suoi occhi si riflette nella tua anima!
La guardi.
Una ragazza così deve aver bisogno di protezione, della tua protezione! Sì, perché la sua tenerezza è contenuta in un involucro soffice e delicato, e allora la vorresti abbracciare, stringerla con forza, affondare le tue mani nella sua pelle, per farle capire che ci sei, che è protetta, che finché è con te non può capitarle nulla di male; e magari lo faresti, se un suo movimento repentino non ti facesse capire che ha paura che tu la rompi.
E allora

STOP!,
BASTA!,

freni tutti i tuoi desideri e rispetti i suoi. Tu sai che non ha nulla da temere; ma se lei non si fida, cosa puoi fare? Costringerla con la forza?, no di certo!
Rimani lì, fermo, e ti limiti a contemplarla. Come un bel fiore. Come l’unica margherita in mezzo ad un immenso prato verde.
La guardi, e quel fiore diventa semplicemente meraviglioso; come se tutto il prato risplendesse della sua luce; e hai paura delle intemperie, che una bufera lo possa strappare, buttare via.
E infatti la bufera arriva. Improvvisamente, inaspettatamente. Con un impeto che non ha eguali. Arriva, e si abbatte su di lei con una ferocia sconcertante, che non potevi neanche immaginare.
E ora, cosa accadrà? Lei è un fiore, un fiore delicato; si spezzerà sicuramente.
Invece no.
La bufera imperversa, imperversa per parecchi mesi, senza alcuna pietà. Io mi vesto da cavaliere, e cerco di difenderla da quella terribile tempesta sovrannaturale, una tempesta che solo un essere alieno particolarmente crudele o lobotomizzato può generare.
La difendo, le infondo coraggio, e sarei disposto anche ad affrontare il mostro dalle sembianze umane a viso aperto, se non fosse per un piccolo particolare.
Lei gli parla. Gli parla amabilmente. Come una principessa delle favole.
E la mia stima in lei sale alle stelle.
Salgo fin lassù, e mi guardo intorno: il suo animo si è espanso, ed è diventato l’intero universo.
Tutte le stelle e i pianeti gravitano al suo interno. Io rimango lì, affascinato, rischiando di perdermi nell’immensità di quell’universo. Solo una stellina rimane luminosa. E’ lì, è il mio punto di riferimento. Imperturbabile.
E’ lì, e quando ne ho bisogno, io la guardo, e, come d’incanto, la stellina si trasforma in una fata. Lei mi dà dei buoni consigli, mi mostra tutto quello che mi circonda. E io vedo tutto quello che comprende quest’universo.
Un universo al quale io appartengo, certamente, e dentro il quale sono un importante punto di riferimento; ma io non vorrei essere un punto di riferimento, io vorrei essere il punto di riferimento, la stella più luminosa, la Stella Polare di lei, della mia amata.
Invece non è così.
Lei mi considera solo un amico; un buon amico, ma niente di più.
E forse dovrei farlo anch’io, se voglio recuperare l’amicizia d’un tempo.
Già, perché lei è una ragazza buona, genuinamente buona; non una di quelle persone che fanno del bene per dovere, ma una di quelle persone le cui azioni non partono dalla testa ma direttamente dal cuore.
Sì, perché esistono due categorie di persone: quelle che fanno del bene, e quelle che sono il bene. Le prime si impegnano persino una volta alla settimana come volontari, sentendosi particolarmente brave e orgogliose, obbedendo pedissequamente agli "ordini" che vengono dall'alto, senza ragionare, come dei robot, obbligando chi aiutano a considerarli tali; le seconde, invece, il bene se lo portano sempre appresso, senza neanche accorgersene, perché fa parte della loro stessa essenza. E quando sei con loro sei al sicuro: non potrai ricevere delle coltellate alla schiena. Mai! Non ne sarebbero capaci!
Lei appartiene a quest’ultima categoria.
Ti accorgi che tutto quello che fa è qualcosa di speciale: come parla, quello che dice, il modo semplice e sereno con cui accetta l’ineluttabilità degli eventi, la gioia con cui si fa sempre prossima.
E poi, ancora: le idee che ha sulla vita, sull’amicizia, sulla religione; idee che, guarda a caso, coincidono perfettamente con le tue. Non esiste la benché minima divergenza. Ti accorgi che siete due binari, due binari paralleli che conducono lo stesso treno sulla lunga tratta della vita.
Vorresti abbandonare il tuo destino da rotaia, e salire su quel treno con lei. Vorresti seguirla; ma non a distanza… oh, no di certo… ma proprio a diretto contatto con lei, con gli umori della sua pelle…
Ma non è possibile!
Mi guardo intorno, a bordo di una nave spaziale che non riesco più a governare.
Mi guardo intorno, vagando in quell’universo di candido splendore.
Mi guardo intorno, e mi accorgo che anche quell’universo di candido splendore ha i suoi buchi neri.
Ti immagini che una ragazza così bella non possa avere difetti; invece non è così.
Lei ha dei difetti.
Sì. Lei ha dei difetti!
E' distante, sempre più distante. Io le parlo, ma lei no, mi evita.
Io vorrei stare sempre più con lei, sentire la sua voce, il suo respiro, illuminarmi del suo sguardo e del suo sorriso.
Cerco di farglielo capire in tutti i modi.
Forse troppo.
E' palese quello che provo per lei. Non glielo dico, ma lei lo sa; come tutti, d'altronde. Non mi perdo neanche una sua mossa. Mi piace la sensuale linea del suo corpo quando è appoggiata ad un tavolo, mi piace come si alza e come si muove; e infine... mi piace come si volta e sorride.
Peccato però che, quando incontra il mio sguardo entusiasta, il suo sorriso si smorza.
E io sento il mio animo rimpicciolire a dismisura e premermi, come una tonnellata, sul cuore.
Ho invaso la sua privacy, la sua intimità.
Che diritto avevo di intromettermi in quella parte di mondo alla quale non ero stato invitato?
Ora non mi guarda più, mi evita. Dà la precedenza a tutti, anche a quella bionda che le sta pure odiosa, ma da me non viene. Io la chiamo, lei mi dice di aspettare e non viene.
Cerco di distrarmi, conversando con gli altri, ma il mio pensiero è sempre là là là. Da lei.
E, purtroppo, si nota.
L'angoscia sale, mentre il tempo passa e il momento degli inevitabili saluti si avvicina sempre più.
Lui si avvicina, lei no.
Ecco, il tempo dei saluti è già iniziato. Gli altri si infilano i cappotti, mentre un amico munito di auto le chiede se vuole un passaggio: lei risponde di sì.
Si avvicina per salutare, e mi dice di fare in fretta perché deve andare.
Io, che avevo tante cose da raccontarle e da chiederle, che mi ero organizzato tutto un bel discorso da fare, mi trovo spiazzato, cancello tutto, e mi limito a fare l'elenco di tutti i futuri appuntamenti, con quel gruppo di amici o con altri, in cui potremmo vederci.
La mia mente è in fibrillazione per paura di dimenticare qualcosa di fondamentale per il suo interesse, e il mio cuore palpita nella speranza di ricevere almeno un sì.
Ma i sì non arrivano, giungono solo una sfilza di no. Lei rifiuta tutte le mie offerte; solo alla fine, quando arrivo all'ultima proposta, lei si concede un Forse, vedremo!. Dovrei essere più sereno, almeno ho una speranza, invece no; perché quando nella tua vita hai solo un unico obiettivo, e quando questo obiettivo annienta tutti i tuoi interessi, allora la fievole speranza di raggiungere quell'unico obiettivo è la cosa peggiore che ti possa capitare.
Sì, perché tu hai altri impegni, avresti anche altri interessi; ma non importa: meglio programmare una serata forse con lei, a seguire una conferenza che ti interessa relativamente, piuttosto che partecipare ad una serata di tuo sicuro interesse ma senza di lei.
Ed è qui che la tua anima, la tua energia, viene risucchiata da un terribile buco nero. Tu non sei più tu, non sei più padrone di te stesso; ti accorgi che stai andando alla deriva, ma non puoi farci niente. E allora, lei, la tua amica che ti ha rubato il cuore contro la sua volontà, si allontana.
Non ti dice addio.
Non scompare dalla tua vita.
E' sempre lì, sai dove trovarla.
Però si allontana. Impercettibilmente. Inesorabilmente. Fluttuando nell'aria.
E lei, che è tua amica, te lo dice pure, ti avverte, che le stai troppo addosso.
Tu sai che ha ragione, e cominci a trattenerti. Ma, così facendo, vai contro la tua stessa natura, il cervello ti si blocca e ti fa ansimare, alla ricerca di aria.
L'unica cosa che posso fare è scrivere. Mettermi al computer e scrivere, impegnando la mente in storie di mia totale invenzione.
Ma il pensiero di lei permane.
Cerco di chiamarla il meno spesso possibile, lottando contro il mio desiderio di chiamarla sempre, ma ormai lei è sulla difensiva.
Ogni volta che le propongo qualcosa, lei rifiuta oppure dice Vabbè, vedremo!, che ormai so essere il preludio ad un altro no ma che mi fa lo stesso accendere quell'infernale speranza.
E lo fa sempre. Anche quando una determinata proposta l'aveva lanciata lei, mandandomi in confusione e in agitazione sempre di più.
No, non posso continuare così: la mia mente e il mio stomaco sono attorcigliati, aggrovigliati tra loro da una ragnatela. E io non vivo più.
Me ne accorgo, ma non posso farci niente.
Per fortuna c’è lei, sempre lei. La mia amica. No, non quella che mi aggroviglia; quella che mi sbroglia.
Lei mi aiuta nel mio rapporto con la mia amata, mi aiuta a incontrarla, ma, intanto, mi fa notare che la vita continua. E mi sprona a viverla!
Già, mi sprona. Non proprio con la frusta, ma sicuramente con due begli speroni.
E io le do retta. Do retta sia a lei sia al Dottore, che, pur non conoscendola, è sempre d’accordo con lei.
E’ dura fare quello che dicono loro: non mitizzarla, collocandola al giusto posto e nella giusta dimensione; ma, con molto impegno, ci sto riuscendo.
E le cose vanno meglio. Decisamente meglio.
Se non altro ricomincio a vivere. E non è poco!
All’orizzonte si sta profilando un corso di scrittura creativa, tenuto da uno scrittore simpatico, che a sua volta sembra avermi preso in simpatia.
Strano, lo sto prendendo in considerazione!
Già. Nonostante una di queste date coincida con un incontro di catechesi in cui molto probabilmente ci sarà anche lei, sto considerando di partecipare a questo corso.
Anche in quella data!
Mi sento stranito, quasi euforico; non posso credere a me stesso.
Ma è ancora presto per cantare vittoria. Davvero avrò il coraggio di fare questa scelta?
Mi sembra impossibile!
Aspetto.
Il giorno si avvicina, e io mi sento sempre tranquillo, leggero. Non mi affiora alcun dubbio. Provo a farmelo venire, a scovare ben dentro il mio animo, ma niente: rimango fermo nella mia decisione!
A quanto pare, quella sera, non la vedrò. Pazienza!
Wow!... Pazienza!... Che sensazione fantastica!
Comunque ci crederò solo quando lo farò.
E il fatidico giorno, anzi la fatidica sera, finalmente arriva.
Sono in auto con una mia carissima amica; non quella che mi aveva imbrogliato il cuore, e neanche quella che mi aveva aiutato a sbrogliarlo, ma con un’altra, che mi era stata comunque vicina nel mio lungo e oscuro travaglio, nonostante la mia chiusura al mondo, e che ora mi accompagnerà a tutte le lezioni del corso.
“E con la tua amica, come va?” mi chiede, con la voce limpida e un velo di apprensione.
“Be’, se ora sono qui,” le dico, facendo una pausa misurata e guardandola di sottecchi, “penso proprio di poter asserire di essere finalmente guarito!”


NOTA DELL’AUTORE

Questo racconto è nato da un “compito a casa” del mio psicologo, il Dott. Angelo Vittorio Cantoni, che, come si può intuire, ha avuto un compito piuttosto ostico, che mi aveva chiesto di scrivere un racconto su cosa era per me l’amore.
Non ho controllato, ma ho ragione di pensare che questo compito me l’avesse dato nel 2002, e che io l’avessi iniziato subito, ancora in pieno fermento amoroso. Ma poi, nel novembre di quell’anno guarii, e persi l’impulso necessario.
Qualche anno dopo decisi di riprenderlo, per partecipare ad un concorso letterario. Purtroppo non lo finii in tempo, e il racconto rimase di nuovo incompiuto. Comunque credo che questa seconda parte risalga al 2005, quando ci sono state un paio di gravi bagarre con un gruppo di volontari.
Infine, due giorni fa, soppiantando improvvisamente l’idea di scrivere una short-story rosa per la Festa di San Valentino, decisi di finire questa e di pubblicarla al posto dell’altra. Purtroppo non ce l’ho fatta, ma credo comunque di fare un regalo speciale a tutte quelle persone, sempre più numerose, che vorrebbero vedermi cimentare in un romanzo autobiografico.
Con il Dott. Angelo Vittorio Cantoni, persona gradevolissima che ricordo sempre con grande affetto, non ho perso i contatti, e ogni tanto ci scriviamo o ci sentiamo.


©Sergio Rilletti, 2002-2013


REGALO DI SAN VALENTINO (Un racconto)

Valentino camminava spedito per le vie della città diretto a casa di Valentina; ed era incazzato nero! Era il suo onomastico, e nessuno gli aveva fatto gli auguri! Di solito glieli faceva Valentina, e lui li faceva a lei. Valentina era la sua ragazza. Già, era! Perché lei l'aveva lasciato due giorni prima.

Ma come cazzo si fa a lasciare il proprio ragazzo due giorni prima di San Valentino?

Stronza!

Già, San Valentino, proprio una bella festa! Tutti i fidanzati andavano in giro a festeggiare, come se avessero tutti come secondo nome Valentino, donne comprese. D'altronde, se il secondo nome di un uomo può essere Maria, non vedo perché il secondo nome di una donna non possa essere Valentino! Con il risultato che tutti i fidanzatini ricevono auguri, regali, e pensieri da parte di chiunque, mentre i legittimi proprietari di questo nome non se li fila mai nessuno!
Guardò dentro le vetrine di alcuni negozi: vari Valentino di sesso maschile facevano gli acquisti dell'ultimo momento.
Lui no! Lui il regalo ce l'aveva già, e ora sarebbe andato a darglielo!
Si infilò una mano nella tasca del cappotto, e ne tastò il contenuto.
Accelerò. Non vedeva l'ora di arrivare a casa di Valentina!
Era solo, e nessuno si era ricordato di fargli gli auguri per il suo onomastico!
La pubblicità comincia a ricordarlo quindici giorni prima. Ma come cazzo si fa a dimenticarsi di un simile onomastico? Dopo il Natale è la festa più rinomata dell'anno, ancora più della Pasqua!
Sì, certo, dopo avrebbero detto che non volevano disturbarlo, che non gli sembrava il caso…
Ma non era vero!
Tutte palle!
La verità era che tutti si dimenticavano di lui, punto e basta!
Tutti avevano in mente solo Fulvio, suo fratello. Lui non era umano, era un genio! All'università prendeva voti migliori; durante le discussioni Valentino elaborava un ragionamento ordinato, e Fulvio lo sovrastava con un guizzo d'ingegno; e anche con le ragazze, Che palle!, mentre Valentino era timido e impacciato, Fulvio risultava simpatico e socievole.
Fulvio saturava l'aria, anche quando non c'era. Valentino a casa raccontava quello che gli era accaduto, ma l'aria era permeata della presenza di Fulvio, che ne fagocitava le parole; e ogni volta che i suoi genitori si mostravano stupiti, magari anche piacevolmente stupiti, di una notizia che lui aveva già dato, una grossa pietra gli frantumava il cuore.
Solo con Valentina gli era andata bene. Lei lo capiva e lo apprezzava, lei riusciva a sondargli l'anima penetrando nei suoi occhi; e quando lui parlava, le sue parole le si avviluppavano attorno alla mente e al cuore.
Sì, Valentina non era come le altre! Era più stronza, ecco la verità! Almeno le altre non l'avevano illuso, non erano Bestie travestite da angeli!
Valentina era il suo universo, e lei lo sapeva! Come aveva potuto fargli questo? Come aveva potuto mollarlo due giorni prima di San Valentino, due giorni prima della loro festa?
Eppure l'aveva fatto, mandando il suo mondo in frantumi.
La rabbia divampò in lui mentre si dirigeva verso la casa di Valentina. Ma aveva un regalo da consegnarle!
Lo strinse con forza, all'interno della tasca del cappotto, mentre i suoi occhi scintillavano di follia.
Proseguì tra tutti quei Valentino in festa.
Si bloccò.
Davanti a lui si ergeva un palazzo, il palazzo dove abitava lei. Citofonò, si annunciò, salì.
Valentina lo aspettava sulla soglia, con un'espressione di sopportazione. “Cosa vuoi?” gli chiese.
“Ho un regalo per te!” rispose, muovendo la mano nella tasca del cappotto.
Lei sbuffò, alzando gli occhi al cielo. Lui la guardò, le sorrise in modo glaciale, e…
Le sparò.


©Sergio Rilletti, 2002


giovedì 13 febbraio 2014

SANREMO 2013: UN FESTIVAL DA FAVOLA (Un articolo)

C’erano una volta le Polemiche, e, dietro a loro, come un carro trainato dai buoi, il Festival della Canzone Italiana.
O, almeno, così si pensava!
Anzi, secondo alcuni opinionisti e benpensanti, erano proprio le Polemiche il vero fulcro della manifestazione, che, senza di esse, avrebbe perso gran parte del suo fascino.
Poi, il 12 febbraio scorso (un martedì sera), davanti al Teatro Ariston di Sanremo, comparve una carrozza principesca, come quella delle favole. E la Magia iniziò.
Per cinque giorni, la Canzone Italiana si è riappropriata della propria Festa, coinvolgendo subito attivamente il pubblico a casa nella selezione delle canzoni stesse, ma non dei cantanti, permettendo comunque a questi di rimanere fino alla fine della manifestazione, e quindi della Festa.
E il clima festivaliero, appunto, è rimasto intatto in ogni momento, grazie sia alla naturale effervescenza dei due conduttori - Fabio Fazio e Luciana Littizzetto -, che hanno saputo tramutare in un momento ludico persino la gara, sia alla complicità degli autori e del cast tecnico - provenienti in parte da Che tempo che fa -, che hanno saputo permeare di leggiadria momenti a sfondo sociale importanti.
Una favola di festival caratterizzato anche dall’eleganza e dalla simpatia delle belle ospiti, che si prestavano a fare da spalla alle punzecchiature tra i due conduttori, e, per quanto mi riguarda - da autentico non-sportivo quale sono -, dal discorso che Roberto Baggio ha dedicato ai giovani sull’importanza di perseguire caparbiamente i propri sogni basandosi solo sulle proprie capacità, senza accettare scorciatoie. Un discorso che, in qualità di scrittore “diversamente abile” non ancora famoso ma comunque affermato, so quanto sia vero e, soprattutto, gratificante.
Luciana Littizzetto ha rappresentato, in modo efficace, la “donna della porta accanto”, che non ha alcun problema ad intervenire e a dire la propria opinione esponendosi in prima persona.
Fabio Fazio, perfettamente a suo agio con la sua partner, ci ha fatto ritornare indietro nel tempo, riproponendo una divertente kermesse di imitazioni di cui, sinceramente, sentivamo un po’ la mancanza.
Un Festival in cui, per la prima volta, le Polemiche non hanno trovato una via d’accesso. Sì, certo, ci sono stati dei bisbigli un po’ rumorosi durante l’intervento satirico di Maurizio Crozza; ma, anche quelli, non hanno avuto un gran seguito.
Un’edizione senza Polemiche, quindi, che è piaciuta molto a tutti. Alla faccia degli opinionisti e dei benpensanti.
Di questo Festival, in definitiva, rimarranno due cose (oltre alle canzoni): la Magia della professionalità, del divertimento, e della spontaneità; e le zucche che si sono trasformate nella carrozza principesca della Littizzetto.
Sì, zucche, al plurale.
Zucche piene di idee, però, non vuote!


©Sergio Rilletti, 2013

martedì 11 febbraio 2014

SANREMO 2012: IL SEGNALE (Un racconto)

Sabato 18 febbraio 2012, Teatro Ariston di Sanremo, ore 22.50 circa.
Lui era lì, sul palco, davanti alla scrivania. Aveva già parlato, rispondendo alle accuse che gli erano state rivolte per il suo intervento durante la prima serata del Festival.
Era stato annunciato, acclamato, applaudito. Sì, certo, poi era stato anche contestato e fischiato da tre o quattro individui che sembravano essere stati messi lì apposta, ma, a discorso finito, il pubblico l'aveva applaudito di nuovo.
Non proprio un'ovazione, com'era abituato, ma comunque applausi.
Poi aveva cantato La cumbia di chi cambia - un autentico inno alla libertà di pensiero e al coraggio di praticare cambiamenti -, aveva brandito il microfono, e si era piazzato davanti alla scrivania; sembrava pronto per parlare di nuovo alla folla, quando si bloccò.
Alla sua destra comparve lui, il conduttore.
L'amico di una vita aveva gli occhi lucidi.
E, da quel momento in poi, tutto si fermò.
Non c'era bisogno di parole. Lo sapevano entrambi. Quello era il segnale.
L'avevano concordato prima con la direzione: quando Morandi gli si sarebbe affiancato, lui, il cantante-predicatore, avrebbe dovuto interrompere il proprio intervento e prepararsi ad un'uscita di scena dignitosa.
L'amico guardò negli occhi l'amico; lo ringraziò, e l'altro contraccambiò.
Sapevano entrambi cosa dovevano fare.
Si alzarono, in silenzio e lentamente; e, coadiuvati dal pubblico, che interagiva con loro con delle battute, e dal direttore d'orchestra Filo Zanotti, simpatico bersaglio d'una breve gag, si misero a cantare Ti penso e cambia il mondo, una struggente e intensa canzone sull'amicizia e sull'amore.
Morandi, durante un collegamento col Tg1, aveva annunciato che Celentano stava preparando una cosa bellissima. Ma non c'era niente di eclatante o di divertente, come invece ci si sarebbe aspettato, in ciò che stava avvenendo. Era solo un momento estremamente intimo tra due grandi amici che, dopo una settimana di polemiche infernali che avevano raggiunto livelli deliranti, non avevano alcuna voglia di separarsi.
Continuarono così, chiedendo silenziosamente all'orchestra di ripetere il ritornello più volte, null'altro; per ritardare il più possibile il momento degli anticipati saluti.
Poi la canzone finì, e i due amici, dopo un lungo e commosso abbraccio, si separarono.
Celentano salì le scale, salutò baldanzosamente il pubblico, che lo contraccambiò con uno scroscio di applausi, e scomparve dietro le quinte.
Poi Morandi dichiarò l'amore di Celentano per la gente, i media, e i giornali, specificando che lui non odia nessuno, concludendo quel momento con un gesto di pace.

Ma le cose non erano affatto a posto, né nell'animo del conduttore né nel palinsesto della serata.
E si notò. Più volte.
Alla ripresa del programma, Morandi tentò di duettare con Alessandro Casillo, il vincitore del Festival nella Sezione Giovani, proponendogli qualche celebre canzone di Celentano; come per prolungare un momento concluso troppo in fretta. L'esperimento però fallì: il ragazzo non ne sapeva neanche una.
Ma ora si era creato un vuoto, anzi una voragine, da colmare. Quel tempo, in cui avrebbe dovuto esserci ancora Adriano Celentano, doveva essere riempito.
Morandi s'affrettò a richiamare sul palco Geppi Cucciari, che scese le scale in silenzio, senza l'accompagnamento dell'orchestra, dato che, come precisò subito il maestro Marco Sabiu, non era prevista.
L'orchestra, fraintendendo una richiesta dell'attrice, eseguì subito un brano musicale, che invece sarebbe servito dopo, per annunciare il rientro in scena di Morandi.
Durante l'intervista, probabilmente improvvisata, che le rilasciò, Gianni Morandi, imbarazzato, fece trapelare che durante il Festival aveva dovuto essere diplomatico, e che aveva conosciuto molte persone: alcune brave, altre… un po' meno.
Successivamente, la brillante accoppiata vincente Luca Bizzarri & Paolo Kessisoglu dedicarono un monologo serio all'ironia e alla tempesta di polemiche scatenata su Celentano, tirando direttamente - anche se elegantemente - in causa Lorenza Lei, il Direttore Generale della Rai.
E infine, proprio quasi al termine della serata, gli scatenati Luca & Paolo ripiombano sul palco, e Luca, ironico e fugace come una saetta, dichiara che i movimenti di Morandi sono guidati da qualcuno, con il telecomando… e pure quelli di Celentano!
Un telecomando che in effetti, quella sera, aveva trasmesso il segnale!


NOTA DELL'AUTORE

Il racconto che avete appena letto è un misto di realtà e d'immaginazione, ed è opportuno separare i due ambiti. Ciò che è avvenuto in diretta sul palco dell'Ariston ha milioni di testimoni, e perciò è inconfutabile. I pensieri dei protagonisti, che per motivi narrativi ho attribuito direttamente a loro, sono invece frutto della mia fantasia e delle mie deduzioni, scaturite proprio mentre guardavo il Festival di Sanremo, che da sempre seguo con grande passione e attenzione.
Ritengo che nella vita non sia molto importante conoscere sempre la verità, sapere se le deduzioni che facciamo siano giuste o sbagliate. Ma dimostrare pubblicamente che abbiamo un nostro senso critico, che non ci fermiamo davanti alle apparenze, a ciò che gli altri ci mostrano, ma che sappiamo fare i relativi collegamenti tra tutto ciò che è accaduto, questo sì, lo ritengo proprio fondamentale!


©Sergio Rilletti, 2012


domenica 9 febbraio 2014

SOLO!... COME SFONDAI IL MURO DELL'OMERTA' (Un racconto autobiografico - Il primo seguito di "SOLO!")


Domenica 9 Aprile 2006 un gruppo di volontari, guidati da un educatore professionista volpone, mi abbandonò in mezzo al Parco di Monza, a bordo della mia carrozzina elettrica di modeste dimensioni e ridotta mobilità, per farsi un giro in risciò. Costringendomi ad un'esperienza da incubo, durata oltre un'ora e mezza, in cui ho dovuto sfruttare al massimo tutte le mie capacità per uscirvi.
Una drammatica avventura che ho narrato fedelmente, attimo per attimo, in Solo! - http://rilletti.blogspot.it/2014/01/solo-versione-originale-2006.html -, un racconto che mi ha portato davvero molta fortuna!
Quello che però non sapete, e che sicuramente non potete neanche immaginare, è ciò che sono stato costretto a fare, dopo ben otto mesi di fiducia e di pazienza ripagati solo con un opprimente e ostinato silenzio, per riuscire ad ottenere un incontro con "Carletto", l'educatore volpone, e con i volontari che mi avevano mollato al Parco di Monza.
Un atto famigerato, quello dell'ostinato silenzio, che puzzava di omertà sin dall'inizio, come molte persone hanno intuito leggendo l'epilogo di Solo!, che ora vi ripropongo.

Io, in cuor mio, so già che deciderò di non querelare Carletto, anche se potrei diventare ricco e famoso con estrema facilità; un po’ perché appartengo comunque a una famiglia di santi, e un po’ per non creare dei problemi all’Organizzazione, che, in fondo, non ha colpa. Però non mi va di dirlo subito, e lo tengo per me. Filomena mi scrive un’e-mail dove mi dice che mi ha visto un po’ agitato e di confidarmi pure con lei, se voglio. Io mi fido, le scrivo in due righe quello che penso di Carletto, e lei non mi dice più nulla, né per e-mail né a voce. Gli altri assistenti, anche quelli che credevo affezionati, non mi dicono più nulla al riguardo; e quando mi vedono, fanno finta che sia successo niente. Non solo. Ma non riesco neppure a ottenere il numero di cellulare di Mauro [ammesso che si chiami davvero così]: né Carletto né Asdrubale, che oltretutto me l’aveva promesso, l’hanno tenuto, compiendo così un atto gravissimo, deplorevole e senza senso (senza senso in tutti i sensi!), degno di un racconto non giallo, ma noir. E pensare che io li volevo solo ringraziare, quei due ragazzi [Lisa e Mauro]. E l’ho più volte specificato, a Carletto, ad Asdrubale, e all’Organizzazione, che volevo solo ringraziarli…

Già. L'Organizzazione, quel 9 Aprile 2006, era innocente; poi, a causa delle azioni del suo educatore capo, che chiamerò Gelsomino, purtroppo smise di esserlo.
Bastava poco, veramente poco, per accontentarmi. Era sufficiente darmi il numero di cellulare dei due giovani che mi avevano soccorso e che volevo ringraziare, e informare i volontari che mi aspettavo un loro cenno di interessamento; nulla di più!
Io, ogni volta che andavo a parlare con Gelsomino e Chiara, l'altra educatrice dell'Organizzazione (e ci andavo, coi miei genitori, piuttosto spesso!), ribadivo questi mie due necessità, pensando che, essendo educatori, si facessero portavoce della mia richiesta.
Chiara, in separata sede, mi consigliò di scrivere io ai volontari, ma io mi sentivo in imbarazzo, Filomena aveva troncato le comunicazioni dopo la prima e-mail, e, in cuor mio, confidavo che lei e Gelsomino, il capo, potessero parlare con loro con estrema facilità e tempestività.
Invece no, non accadde nulla di tutto ciò!
Nulla di nulla!
Anzi, non solo quei volontari non si fecero mai vivi, all'unisono, ma il morbo dell'omertà si estese anche su una volontaria che non c'entrava nulla, e che, contrariamente a quanto faceva di solito, non commentò un mio racconto, Mister Noir: Inseguimento a ruota (http://www.personecondisabilita.it/page.asp?menu1=3&notizia=2046 ), che, guarda a caso, avevo dedicato proprio a Lisa e Mauro, i miei due soccorritori.

E così passarono Aprile, Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, e metà Settembre, senza che ricevessi alcun segno di interessamento da parte dei volontari; nemmeno quando mi incontravano di persona.
Così mi convinsi definitivamente che Gelsomino, il capo, volesse insabbiare la faccenda e che, quindi, potevo dire addio al numero di cellulare dei miei due giovani soccorritori (come infatti è stato!).
Tra metà settembre e gli inizi di ottobre scrissi Solo!, con la precisa speranza che magari, attraverso il passaparola, potesse giungere fino a Lisa e Mauro, e, contemporaneamente, con l'intenzione di far conoscere quella mia brutta vicenda che Gelsomino, probabilmente, credeva di poter considerare già insabbiata.
E' però mia abitudine concedere a chiunque, finché mi è possibile, il beneficio del dubbio; quindi a novembre andai a rinnovare il mio stupore per l disinteressamento dei volontari a Chiara e a Gelsomino, il capo.
Non ottenni nulla!
E a Dicembre, dopo oltre otto mesi da quella fatidica Domenica 9 Aprile 2006, mi arrabbiai.
Tanto.

Mancavano pochi giorni alla tradizionale festa di Natale dell'Organizzazione, ma io quell'anno, ovviamente, avevo deciso di non andarci… annunciando pubblicamente il motivo.
Tuttavia, non essendo proprio spietato come i protagonisti dei miei racconti, aspettai che la festa si compisse, in modo da non rischiare di creare disagi e malumori durante la festa stessa.
Poi, il giorno dopo, colpii.
In modo duro ma onesto.
Inviai una breve e-mail intitolata "NO PARTY, NO OMERTA'" dove spiegai, seccamente, che la sera prima non ero andato alla festa, in segno di protesta verso il grave atto di omertà che stavano compiendo cinque volontari nei miei confronti, dopo la drammatica esperienza che avevo vissuto Domenica 9 Aprile al Parco di Monza.
Un'e-mail dura ma onesta, molto chiara sul periodo e sul luogo a cui mi stavo riferendo ma che, al contempo, garantiva la completa privacy dei cinque volontari in questione. E-mail che, per amore di limpidezza, inviai a molte persone - tra utenti, genitori, educatori, operatori, e volontari - legate all'Organizzazione e all'Associazione a cui apparteneva, lasciando tutti gli indirizzi in chiaro, e, in copia, ai rispettivi indirizzi di Chiara e di Gelsomino, il capo.
L'e-mail non deve essere piaciuta molto, dato che il mattino dopo - sabato, giorno di chiusura dell'Organizzazione e dell'Associazione - Gelsomino mi scrisse una lunga e-mail in cui si dichiarava Dispiaciuto. Sì, Dispiaciuto: per il mio comportamento, perché lui e Chiara mi avevano mostrato subito la loro solidarietà, perché non si sarebbero mai aspettati una reazione simile da parte mia…!
Un'e-mail aberrante, completamente priva del benché minimo cenno di scuse. Un messaggio falso, ipocrita, che non aveva alcun senso inviare solo a me.
E allora? Che senso poteva avere una roba del genere???
Per mia fortuna, mi venne in aiuto Mister Noir!
Sì, sì. Proprio lui: il mio eroe seriale che, all'occorrenza, utilizzo come destinatario fittizio delle mie e-mail "informative" sulla mia attività di scrittore, tenendo nascosti gli indirizzi dei destinatari veri.
Rilessi l'e-mail di Gelsomino, e mi accorsi che, in effetti, quella che poteva sembrare una demenziale lettera di rimprovero nei miei confronti, poteva anche essere letta come un lungo elenco di giustificazioni.
E allora capii. Il vero destinatario dell'e-mail non ero io, ma altre persone a cui l'aveva inviata tenendo nascosti gli indirizzi!
Ovviamente non potevo constatarlo, ma era comunque l'unica ipotesi possibile!
Ipotesi che mi fu puntualmente confermata quando, il lunedì successivo, mi accolse a parlare con uno smagliante, rilassato sorriso.
Io gli chiesi subito come mai sabato mattina, giorno di chiusura, era in ufficio; e Chiara, intuendo il mio "leggero" tono provocatorio, si affrettò a dire, a posto suo, che Gelsomino aveva avuto un lavoro urgente da sbrigare.
Già. Peccato che Gelsomino, il capo, non avesse neanche aperto la propria e-mail di lavoro, ma solo quella che generalmente veniva utilizzata da Chiara… e mi avesse risposto con quella!
Bah!…
Comunque, per non metterla in imbarazzo, finsi di crederci!
Gelsomino tentò di rimproverarmi di nuovo per la mia rimostranza pubblica, dicendomi che ora dovevano rispondere a decine di persone che chiedevano spiegazioni, ma io ribadii, più volte, con fermezza, che dopo otto mesi di estenuante attesa avevo tutti i diritti di essere esasperato; e che non ero affatto pentito di quello che avevo fatto. Ma proprio neanche un po'!
In quel momento Gelsomino, il capo, finalmente capì che era giunto il momento di darsi una mossa e di accontentarmi!

Ma non finì qui.
Gelsomino compì l'ultimo, estremo tentativo di occultare la faccenda. E lo fece, ovviamente, nel modo sbagliato!
C'eravamo lasciati con l'impegno di organizzare i due incontri, quelli con Carletto e quello con i volontari, nelle prime settimane di gennaio,
(a questo punto anche Gelsomino aveva fretta di concludere!),
e i due educatori mi avevano avvertito che avrebbero scritto un'e-mail tranquillizzante a tutti coloro che avevano ricevuto la mia. Io mi mostrai subito d'accordo, pensando, ovviamente, che sarebbe stata un'e-mail corretta che avrebbero inviato anche a me, come io avevo fatto con loro.
Invece no!
Qualche giorno dopo, un volontario, uno dei pochi che sia riuscito a ragionare con la propria testa, mi inviò l'e-mail che Gelsomino, il capo, aveva inviato.
Non era possibile!
Gelsomino aveva scritto un messaggio "rassicurante", dicendo a tutti di non preoccuparsi, che non mi era capitato nulla di grave "ma soltanto qualcosa di spiacevole", facendomi quindi passare per un interdetto, per uno che esagera… chiedendo, a buon conto, di non scrivermi, per non innescare polemiche.
Il volontario, però, mi pregò di far finta di nulla. E così feci; arrabbiatissimo verso Gelsomino, ma per nulla preoccupato. Da lì a poche settimane, infatti, avrei potuto pubblicizzare la pubblicazione di Solo! su M-Rivista del mistero "Lezioni di paura", quindi la verità era comunque destinata a brillare. Come una bomba!
E così fu!
Non so quante persone abbiano avuto la stessa prontezza del volontario nel capire che, se Gelsomino non aveva inviato quell'e-mail anche a me voleva dire che c'era qualcosa nel contenuto che non andava, ma quando successivamente il racconto venne ospitato sul prestigioso blog Letteratitudine di Massimo Maugeri - sempre aperto ai vostri commenti all'indirizzo http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/06/16/solo-racconto-di-sergio-rilletti/ -, ricevetti diverse e-mail di solidarietà e di indignazione, rispettivamente verso me e verso l'e-mail di Gelsomino.

E così, nel Febbraio 2007, dopo dieci mesi dalla mia drammatica esperienza al Parco di Monza, riuscii ad ottenere i due agognati incontri, quello con Carletto e quello con i volontari, in quest'ordine, come avevamo prestabilito.
Ovviamente Gelsomino, per oscuri motivi, tentò di sovvertire l'ordine, mentre Carletto avrebbe voluto concedermi solo la carità di una misera ora risicata; ma grazie alla mia caparbietà, che ormai Gelsomino aveva portato a limiti estremi, e alla sensibilità e professionalità di Chiara, riuscimmo, finalmente, a fare tutto per bene. E io le scrissi un'e-mail, inviandola in copia a Carletto e a Gelsomino (il capo), ringraziandola di cuore e auspicando che la sua correttezza e la sua professionalità potessero essere di insegnamento ai suoi due colleghi.

Carletto, quando ci incontrammo, mentì su tutto. E io non ritengo necessario aggiungere altro, almeno in questo articolo, augurandomi solo che l'Organizzazione e l'Associazione abbiano ufficialmente rotto i rapporti con lui e con tutto ciò che rappresenta!
I volontari, a parte Asdrubale, invece cercarono di essere sinceri, chiarendo subito che avevano appreso della mia esigenza di chiarimenti solo attraverso la mia e-mail, che li aveva fatti infuriare con gli educatori, solidarizzando con me. Poi, sollecitati da Chiara, mi raccontarono ciò che avevano provato, e fatto, durante la mia ora e mazza da incubo; e questo l'ho apprezzato molto. Purtroppo, però, nessuno di loro è stato totalmente sincero e onesto con me fino alla fine (non ne sono semplicemente convinto, lo so proprio!), e questo lo considero comunque molto grave, indipendentemente dai motivi per cui l'hanno fatto!
Gelsomino ormai lo considero l'onta dell'Organizzazione, l'unica persona di tutta l'Associazione di cui so per certo di non potermi fidare. E il fatto che, nonostante tutto, sia ancora l'educatore capo dell'Organizzazione di volontari, mi turba e mi agita ogni giorno, parecchio.
L'unica persona che è uscita senza macchie da questa brutta vicenda è Chiara. L'unica che si è comportata correttamente e con sensibilità, dall'inizio alla fine. L'unica, tra tutte le persone in qualche modo coinvolte, che mi abbia scritto un commento su Solo!.
Nessuno dei volontari coinvolti l'ha mai fatto.
Esattamente come Carletto e Gelsomino, l'educatore capo.

Tuttavia, quella dei volontari, è una categoria che merita di essere tutelata, e i fatti che hanno visto protagonisti alcuni di loro meritano di essere raccontati e analizzati, con calma, una prossima volta, in un apposito post, magari attraverso un discorso più ampio e articolato in cui, nella salvaguardia dei rapporti tra utenti e volontari, citerò alcuni esempi particolarmente positivi del passato.

E se qualcuno dovesse ancora chiedersi come mai io parli ancora di questa faccenda, la risposta è molto semplice.
Lo faccio a scopo educativo.


©Sergio Rilletti, 2010

MISTER NOIR: FESTIVAL O MORTE (Un racconto ambientato e scritto durante il Festival di Sanremo 2010)


PREMESSA

Il racconto che state per leggere l'ho scritto "in tempo reale", giorno per giorno, ispirandomi a ciò a cui assistevo durante ogni singola serata del 60° Festival di Sanremo, condizionando la trama della storia agli eventi che si presentavano, di volta in volta, davanti ai miei occhi di telespettatore.
Nel successivo lavoro di revisione mi sono limitato a dare più solidità alla trama, senza però mai intaccare, in alcun modo, quello che avevo già scritto "in tempo reale" durante il Festival.
Il risultato è una fusione di fantasia e realtà, dove la realtà è caratterizzata da tutto ciò a cui milioni di telespettatori sono stati diretti testimoni, e la fantasia… è tutto il resto!
Desidero infine specificare che il locale Il Gatto e la Volpe, a Milano, e il ristorante Morgana, a Sanremo, esistono realmente, così come il teatro Ariston; la palestra Il Bellimbusto e l'azienda Bellamìa, invece, che io sappia, no. In ogni caso, tutti i luoghi citati fanno parte della sfera fantasiosa di questo racconto, quindi ogni riferimento a persone o fatti reali è da considerarsi puramente casuale.
Ah, dimenticavo!... Il tempo meteorologico descritto nel racconto, con i relativi orari, è quello che vedevo dalla finestra della mia stanza nel momento in cui mi mettevo a scrivere.


Prologo


L'uomo alto moro e con la coda di cavallo era davanti al monitor luminoso, unica fonte di luce in tutta la stanza. Aprì un'e-mail: il volto di una donna sulla quarantina comparve sullo schermo.
Bionda, carina, e sorridente.
Sarebbe stato un piacere eliminarla!… L'avrebbe fatto anche solo per la propria soddisfazione personale; ma se poteva esaudire le richieste di un committente, guadagnandoci, tanto meglio.
Lesse tutte le condizioni del contratto, e sembrò divertirsi sempre di più.
Ma solo quando focalizzò bene il nome del bersaglio, il suo sorriso si allargò a dismisura.
Avrebbe accettato l'incarico.
Confermò.


1. La filastrocca minatoria

Martedì 16 febbraio 2010, ore 10. Il cielo era una coltre di nubi, non prometteva nulla di buono.
Mister Noir, seduto sulla propria possente carrozzina elettrica, era dietro la scrivania del suo studio, nella propria casa, ad aspettare Elena Fox.
Il campanello trillò. Il detective sentì i passi affrettati di Consuelo Gomez, che, dopo aver aperto la porta, esultò: “Buongiorno, seňorita Elena!”
“Buongiorno, Consuelo!”
“Vada subito di là. Ogi è cupo. Come il tempo.”
Elena si recò a passo spedito nello studio di Mr. Noir. “Accigliato?”
“No, perché? Dovrei radermi le sopracciglia, forse?” rispose lui con la sua consueta, spiazzante ironia.
“Secondo Consuelo, sì” rispose allegramente lei.
Il detective elargì un sardonico sorriso. “Saranno almeno dieci giorni che tutti si chiedono se Morgan salirà o no sul palco dell'Ariston; stasera comincerà il Festival di Sanremo, e nessuno ha pensato di rivolgersi a me per risolvere questo angustiante mistero.”
“E tu cosa avresti risposto?”
“Be', è ovvio: di andare a chiederlo all'Auditel!”
In quel momento il campanello trillò di nuovo.
“Un pacco per Mister Noir” disse una voce maschile.
Consuelo fece appena in tempo a portare il pacco al diretto interessato, che il campanello trillò per la terza volta.
Ogi mi sembra di esere una portinaia!” esclamò Consuelo, alzando gli occhi al cielo e allargando le braccia.
Tornò pochi istanti dopo con un bel mazzo di fiori per Elena, e se ne andò.
La detective inspirò il profumo a pieni polmoni. “Che belli!… Chissà chi me li manda?!”
Guardò subito il biglietto. “Alla più graziosa e audace detective del mondo!” lesse illuminandosi d'orgoglio. Girò e rigirò più volte il biglietto, ma… “Manca la firma!… Non me lo posso neppure sposare!”
Mister Noir la guardò in tralice, e le indicò di aprire il suo pacco. L'indirizzo del mittente era quello di una pasticceria di Sanremo.
All'interno, un involto che sembrava contenere una torta e, alla sua destra, una busta bianca da lettera. Lei la prese, l'aprì, e lesse. “Brutto pasticcio, Mister Noir, / oggi l'Italia comincerà a cantar, / ma se il Festival lei non seguirà  / entro sabato qualcuno morirà!
“Come serenata non è male!” commentò il detective.
Elena svolse l'involto, e…
Forse originariamente era una torta al cioccolato, ma ormai era un monte semovente di formiche.
“Brutto pasticcio, Mister Noir!” ripeté, in tono canzonatorio, la ragazza. E, mentre con un colpo deciso strappò la parte dove era indicato l'indirizzo del mittente, chiamò Consuelo per portare via il formicaio gaudente.
Chiamò subito il numero impresso sotto il logo della pasticceria, ma risultò inesistente. Fece una veloce ricerca in Internet, ma quella pasticceria, dal nome un po' anomalo, non risultò neppure lì.
Molto bene!… Ora avevano un mazzo di fiori da un ammiratore anonimo, e una ex-torta da una pasticceria, Il Bellimbusto, che, oltre ad avere un nome non conforme ad una pasticceria, era pure inesistente.
E la sessantesima edizione del Festival della Canzone Italiana che incombeva sulla testa di qualcuno!


2. Il falsario, la vittima, e la graziosa energumena

I due investigatori continuarono a guardare il logo, finché formularono lo stesso pensiero: doveva essere opera di un falsario, di un artista del falso del calibro di Antonio Castri detto Toni, che i due investigatori avevano già incontrato sulla loro strada qualche anno prima, quando davano la caccia a Serena Bonita, spietata killer a pagamento, amante di Castri, nonché perfetta sosia di Elena Fox. All'epoca, però, la polizia arrivò troppo tardi da lui, e l'uomo riuscì a far sparire tutte le prove che lo incriminavano.
I due detective si scambiarono uno sguardo d'intesa. Decisero silenziosamente di andare a trovarlo.

Toni era a casa sua, a fischiettare allegramente. Gli affari stavano andando bene. Non solo quelli ‘ufficiali’ del ristorante, ma anche quelli sottobanco, che realizzava come falsario.
Il campanello della porta trillò, e lui andò ad aprire, trovandosi davanti una bella ragazza dai capelli lunghi e castani.
Lo sguardo stupito e ammirato con cui Toni la guardò fece capire ad Elena che l'aveva scambiata per Serena Bonita, e gli rifilò un destro sul naso che lo spedì contro la parete alle sue spalle; lei prese per un bracciolo la carrozzina manuale del suo capo, che aveva accostato alla porta per non privarsi del piacere di vedere l'espressione con cui Toni l'avrebbe accolta scambiandola per la propria amante, e la sospinse all'interno.
“Spiacente per te, ma sono Elena Fox; la tua amante è ancora in galera!”
Gli sferrò una ginocchiata al basso ventre e un destro in faccia che lo fecero crollare a terra, bocconi; Elena gli si mise a cavalcioni sulla schiena, gli storse il braccio all'indietro, ma, prima che potesse parlare, Mister Noir disse: “Elena, non abbiamo tempo!… Passa direttamente alla seconda domanda!”.
“Sentito?!… Sappiamo già che è un'opera tua, quindi la domanda è: Chi ti ha commissionato l'etichetta con il logo e l'indirizzo della finta pasticceria?”
L'uomo urlò. “Una donna.”
“Fammi capire: Il Bellimbusto è una donna?” domandò Elena, storcendo sempre di più il braccio del falsario.
“Non lo so” gemette l'uomo. “Mi ha telefonato una donna. Si chiamava Michelle. E mi ha chiesto di preparare questa etichetta.”
“E poi?”
“Una notte sono andato al Gatto e la Volpe, in Piazza Massari, e ho incontrato questa Michelle; io le diedi la busta con l'etichetta, e lei mi diede i soldi.”
“Descrivila!” ordinò la detective.
Lui obbedì, e lei lo ripagò ringraziandolo e calandogli il calcio della pistola sulla nuca. Il Gatto e la Volpe era noto soprattutto come locale serale, dove, dalle 6 del pomeriggio alle 2 del mattino, si trasformava in uno straordinario ritrovo di varie umanità provenienti da più Paesi e da più realtà. E così quella sera, mentre Mr. Noir avrebbe osservato attentamente la prima serata del Festival della Canzone Italiana, Elena si sarebbe recata in quel locale con l'intenzione di scoprire chi era questa Michelle e, soprattutto, perché li aveva coinvolti in quella vicenda.

Erano circa le 10.30 quando, a molti chilometri di distanza, in una ridente località ligure, una vivace quarantenne, bionda e prosperosa, entrò nel bar in cui, ormai, era diventata un'affezionata cliente.
“Salve, signora, come sta?” chiese il barista.
La donna si mise per qualche istante le mani sugli occhi, prima di rispondere. “E' una settimana piuttosto intensa, ma sto bene, grazie!”
“Ha qualcosa di importante per le mani, se non sbaglio.”
“Ah! Le voci corrono, a quanto pare!” esclamò la donna in tono spavaldo. “Non vedo l'ora che arrivi sabato e che questa settimana finisca!”
“Il solito?”
“Sì. Un bel caffè, grazie!”
La donna non lo sapeva, ma c'era qualcuno che si stava premurando che la sua settimana finisse proprio quel sabato. E anche la sua vita.

Toni, disteso nel corridoio di casa sua, si riprese dal colpo alla nuca, e si alzò, stirandosi un po' il collo. Forse avrebbe dovuto cambiare indirizzo. O addirittura città.
Comunque, una piccola soddisfazione se l'era presa: avendo semplicemente risposto alle domande della graziosa energumena, aveva potuto omettere il piccolo particolare che non aveva realizzato solo il logo della finta pasticceria, ma anche carte d'identità e passaporti falsi.


3. Il terrore viene dall'Argentina

Mercoledì 17 febbraio 2010, ore 9,40. Era un'altra giornata uggiosa: il cielo, coperto, era indeciso se far piovere o no.
Mister Noir stava ripensando alla prima serata del Festival, che aveva seguito con estrema attenzione, con la mente rivolta ad una possibile cospirazione da sventare. Certo: era anche possibile che si trattasse solo di uno scherzo di pessimo gusto, come la torta di formiche vive d'altronde, ma ne dubitava.
Se doveva ipotizzare una possibile vittima tra i concorrenti, Simone Cristicchi, che con la sua ironica canzone sulle apparenze aveva quasi provocato un incidente diplomatico con la Francia, era sicuramente il primo candidato all'obitorio.
Ma era una soluzione troppo ovvia, chiunque avrebbe potuto arrivarci!
Allora decise di concentrarsi sull'omaggio, mortalmente inutile come una dose di eroina, che la bionda e prosperosa conduttrice aveva voluto tributare a Morgan - il cantante squalificato dalla gara per aver dichiarato, durante un'intervista, di usare la cocaina come antidepressivo -, ma anche lì non trovò nulla di strano; a parte un Gente come te finale che strideva un po' con il messaggio solidale, seppur lugubre come un epitaffio, che la Clerici aveva voluto dare all'artista.
Tuttavia c'era qualcosa che non andava, qualcosa che non riusciva a focalizzare ma che aveva visto durante l'esibizione di Arisa, conclusasi con la presentazione delle tre "sorelle Martinetti" che le facevano da coriste: Andrea, Nicola, e Marco.
Mister Noir si collegò al sito che la Rai aveva dedicato al Festival di Sanremo, e riguardò l'esibizione di Arisa. La canzone era molto divertente e orecchiabile, assolutamente innocua, ma fu qualcosa nella grafica che lo colpì: il titolo, tutto in maiuscolo, MALAMORENO', si ingrandiva sempre più fino a far scomparire l'accento nel bordo superiore della cornice che lo conteneva.
E così MALAMORENO' diventava MALAMORENO.
Mala Moreno.
Moreno.
La sua mente lo riportò a qualche anno prima, quando, in Argentina, un certo Andrea Moreno uccise la madre e le sue sette sorelle a calci con scarpe coi tacchi a spillo, per poi strangolare ognuna con una calza di nylon. L'uomo si dissolse subito nel nulla, ma c'erano molti indizi che portavano a lui. Da allora, ogni volta che qualcuno veniva trovato cadavere con una calza di nylon intorno al collo, si pensava subito all'argentino.
Ora che ci pensava, anche il commissario Cordieri, qualche mese prima, si era interessato a lui.
Mister Noir ripensò al proprio titolo che aveva dato alla canzone di Arisa.
Mala Moreno.
Andrea Moreno.
Se la sua ipotesi era esatta, doveva essere quello il senso del messaggio.
Già. Ma perché comunicarlo?
E a chi?
L'arrivo energetico di Elena Fox lo distolse dai suoi pensieri.
“Scoperto qualcosa?”
“Sì. So il  nome del probabile mandante della torta.” Pausa. “Ora però abbiamo un problema.”
“Stanarlo?”
“No, più grosso. Convincere il commissario Cordieri di ciò che sta succedendo.”

A parecchi chilometri di distanza, in un appartamento nelle vicinanze di Sanremo, il killer con la coda di cavallo - nel suo metro e novanta di altezza -, andò in bagno, si piazzò davanti allo specchio, brandì il rasoio elettrico, e cominciò a radersi i capelli; non proprio a zero, ma comunque belli corti.
Sogghignò.
Sabato mattina, grazie a lui, la graziosa biondina sarebbe passata nel regno dei morti.

Il commissario Cordieri, nell'udire il racconto dei due detective, continuava a muovere la testa di scatto dall'uno all'altra: non riusciva a capire come mai, quei due, riuscivano a trovarsi sempre in casi che non avevano mai nulla di normale.
“Fatemi capire” esordì, accomodandosi meglio sulla sedia. “Voi volete avere notizie su Andrea Moreno, malavitoso di origine argentina, perché lo sospettate di stare architettando un attentato durante il Festival di Sanremo, per via di una pseudo-torta di formiche vive che avreste ricevuto da una pasticceria sanremese che oltretutto non esiste?”
“Esatto!” rispose laconico Mister Noir.
“Sentite,” disse Cordieri spazientito, “io vi rispondo a condizione che poi ve ne andiate via subito.” Un attimo di pausa, per fissare le proprie pupille negli occhi di lei e di lui, poi riprese. “Andrea Moreno è un killer a pagamento che odia le donne, che gode particolarmente nell'ucciderle; la strage che ha fatto nella propria famiglia ne è la prova. Io mi sono interessato a lui sei mesi fa, per via dell'omicidio dell'ingegner Stamberghi; il modus operandi, ovvero l'omicidio a colpi di calci con scarpe coi tacchi a spillo seguito dallo strangolamento con una calza di nylon, sembrava portare la sua firma, ma poi abbiamo scoperto che era stata l'amante.”
“Perché continuava a tradirla con la moglie, immagino!” concluse, in tono beffardo, Mister Noir.
“Esatto” rispose Cordieri, stoccandogli un'occhiata di fuoco. “Comunque, si sospetta che dopo il massacro della sua famiglia, Moreno sia diventato un killer free lance, un assassino a pagamento che si vende al miglior offerente. A meno che non decida di agire per proprio conto; allora, in questo caso, le vittime sono solo donne.”
I due detective si guardarono. Non sapevano se Andrea Moreno avrebbe agito per conto proprio o su commissione, ma sicuramente avrebbe avuto bisogno di una nuova identità per la fuga.
Tornarono subito a casa di Antonio Castri e al suo ristorante, ma, com'era facilmente prevedibile, era sparito… e nessuno sapeva dove!
A Mister Noir ed Elena Fox non restava che aspettare quella sera, mettersi sulle tracce della misteriosa Michelle, e iniziare a correre una personale Milano-Sanremo contro il tempo e la morte.


4. Alla ricerca di Michelle

Alle 23.10 circa, mentre la Clerici stava intervistando simpaticamente Michelle Rodriguez (interrompendosi, misteriosamente in imbarazzo, sul termine "ragazzo in carrozzina", che stava per pronunciare e che comunque continuò a mimare), Elena Fox, pantaloni di tela neri e maglione leggermente scollato dello stesso colore, entrò nel locale, e, senza degnare d'uno sguardo la varia umanità che popolava il piccolo saloon, andò direttamente verso il lungo bancone che andava "coast to coast" da una sala all'altra.
Silvestro, al di là del bancone, si avvicinò. “Cuosa puosso suervirti?” domandò come se avesse un'arancia in bocca.
“Michelle.”
“Mui dispiace, mua stasera non c'è” disse, tappandosi subito la bocca con entrambe le mani.
Silvestro, il proprietario del locale, non aveva esattamente la fama del volpone, ed Elena sapeva che, se l'uomo conosceva Michelle, si sarebbe subito tradito.
“Chiamala, devo parlarle!”
“Ehi, bellezza, di cosa devi parlare con Michelle?” chiese una voce roca alle sue spalle.
Lei si girò, trovandosi di fronte una calva montagna di carne pelosa con pizzo e canottiera nera; accanto a lui un giovane castano, dall'aspetto più umano, stava sorridendo, in perfetta solidarietà con l'uomo. La detective si mise le mani sui fianchi, fronteggiando il ciccione calvo che la sovrastava. “Cosmesi” rispose.
L'ampio gancio che sferrò la gigantesca montagna di lardo peloso fu troppo lento; Elena lo schivò senza alcun problema, abbassandosi, e colpì il gigante con un calcio allo sterno, facendolo rovinare sul tavolino rotondo alle sue spalle.
E quello fu solo l'inizio!

Giovedì, 18 febbraio 2010, ore 10. Il cielo era ancora coperto.
La seconda serata del Festival era andata meglio, almeno per Antonella Clerici. Non che la prima fosse andata male, ma, forse perché appena uscita dall'ospedale, la conduttrice sembrava ingessata; mentre, nella seconda, era solo fasciata in mini abiti lunghi che la ostacolavano un po' nelle camminate, ma era stata molto più disinvolta. Sublime con la regina Rania di Giordania, che aveva intervistato con grande umiltà e professionalità, coronando quel momento con I Tre Tenorini e la loro esecuzione di O' sole mio. Disinvoltura che, forse, era anche merito delle sue amiche-colleghe che, come aveva dichiarato subito dopo l'intervista alla regina, l'avevano sostenuta e incoraggiata dopo la prima serata.
Tuttavia, quel lungo momento con la regina Rania di Giordania, la divertente intervista a Michelle Rodriguez - regina dei film d'azione -, e l'anomala richiesta della conduttrice al direttore d'orchestra Marco Sabiu di ipotizzare un "podio" al femminile, poteva formare un trittico micidiale nella mente di Andrea Moreno.
Appena arrivò Elena, Mr. Noir le mostrò i tre filmati in questione.
Lei lo guardò in tralice. Era incredibile ma Mister Noir, che come tutti i detective privati non era affatto immune al fascino femminile, nonostante l'avvenenza dell'attrice ispano-americana riusciva a rimanere concentrato sull'indagine.
Riguardarono il momento del ringraziamento: Milly, Simona, Maria, Laura, Luciana, Paola, Lorella, Alessia, Michelle. Erano queste le amiche-colleghe che la conduttrice aveva ringraziato per l'affetto che le avevano dimostrato.
Poi, passarono all'intervista con Michelle Rodriguez, per la prima volta in abiti consoni alla sua femminilità, che dichiarava bellamente che lei interpretava sempre le parti da dura perché si divertiva di più.
Infine, l'anomala richiesta della Clerici a Marco Sabiu di fare i nomi di tre donne, specificatamente donne, che avrebbero potuto vincere il Festival.
Se Andrea Moreno odiava le donne, aveva validi motivi per fare una strage!
Il detective si rivolse alla sua assistente. “E tu, hai scoperto qualcosa ieri sera?”
Sapeva già che era così, dato che gli aveva telefonato per dirgli che era andato tutto bene, ma ora voleva conoscere i dettagli.
“Be', ti risparmio i preamboli -- disse Elena, con estrema nonchalanche, per arrivare prima al punto.
“Rissa da saloon? --
“Esatto!” rispose lei con un elusivo movimento del capo. “Comunque, la cosa interessante è che Michelle, che lavorava lì, è sparita da qualche giorno.”
“Avrai interrogato anche il proprietario del locale, immagino!”
“Certo. E, vedendo come avevo conciato il ciccione e il suo amico, non ha avuto alcun problema a confidarsi con me.” Si fermò un momento. “Michelle ha pure un cognome: Pifferi. E mi ha dato persino il suo indirizzo.”
“Brava, Elena, ottimo lavoro!… Andiamo subito a controllare!”

Parcheggiare in Corso Sempione, dove abitava Michelle Pifferi, non era mai un'impresa semplice. I posti auto erano sempre occupati, e nei tratti di strada che sembravano liberi… era vietato sostare!
Elena Fox eseguì l'unica operazione possibile: sterzò e salì su un ampio marciapiede costeggiato da alberi e terra battuta, incanalandosi tra altre due auto che vi avevano trovato rifugio.
Appena si accinse a prendere il suo capo per metterlo in carrozzina, la portinaia dello stabile di fronte uscì di corsa chiedendo se poteva essere d'aiuto. Elena inizialmente rispose di no, ma poi, ripensandoci, chiese: “E' in casa Michelle Pifferi?”
“No, signorina, mi dispiace, è partita.” Poi, assecondando la propria natura, continuò: “Penso che sia andata al mare, ad Imperia o giù di lì, dove ha il ragazzo. Io vivo qui, al pian terreno, e qualche notte fa ho sentito Michelle, mentre rientrava dal lavoro, parlare con lui e dirgli che era tutto pronto e che l'avrebbe raggiunto subito.”
“E quand'è avvenuta questa conversazione?” intervenne Mister Noir, "tradotto" simultaneamente da Elena.
“Quattro sere fa.”
Domenica notte. Poco prima dell'inizio del Festival!
“Speriamo che le vada tutto bene!” continuò la donna. “E' un fiore di ragazza!… E il suo Nicola è pure un bel ragazzo, sapete?, un tipo atletico. Una volta mi ha mostrato una sua foto!”
“Sa se questo Nicola ha una palestra?” chiese Elena, sospettando già una risposta affermativa.
“Sì, sì. Il Bellimbusto.”
“Grazie mille, signora, c'è stata di grande aiuto!” esclamò Elena, prima di rimettere la carrozzina in auto e ripartire.
Il Bellimbusto non era il nome di una gelateria ma di una palestra.
In effetti, tornava di più!
Il detective rifletté ad alta voce. “Ricapitoliamo. Tu ricevi un bel mazzo di fiori da un ammiratore sconosciuto, io una torta di formiche vive e un'allegra filastrocca minatoria da una pasticceria inesistente che, in realtà, ha il nome di una palestra, Il Bellimbusto, il cui proprietario, un certo Nicola, è il fidanzato di Michelle Pifferi, che ha contattato Antonio Castri commissionandogli, per conto di Andrea Moreno, killer sudamericano, il logo della finta pasticceria...”
“…Domenica notte Michelle chiama questo Nicola,” continuò Elena, “e parte per raggiungerlo; probabilmente con documenti falsi da consegnare ad Andrea Moreno…”
“…Già. E tutto questo l'abbiamo scoperto grazie alla presentazione grafica della canzone di Arisa, Malamorenò” concluse il detective.
“E ora che facciamo?”
“Dobbiamo capire cosa sta succedendo, e vedere se, come parrebbe dalla filastrocca minatoria, anche nelle prossime serate ci saranno degli indizi al riguardo.”
“E a chi sono rivolti!” rimarcò Elena, fermandosi ad un semaforo rosso.
“Già.” rispose Mr. Noir, meditabondo. Poi, con tono risoluto, annunciò: “Partiamo subito per Sanremo, e tu andrai in quella palestra.”
“Che bello!” esultò lei, battendo due volte le mani. “il nome di quella palestra promette proprio bene!”
E lo riaccompagnò a casa.


5. Contatti liguri

A pochi chilometri da quella palestra, il killer - capelli neri tagliati corti, un volto anonimo in mezzo a tanti altri - camminava per una via affollata di Imperia, o giù di lì.
Individuò subito il suo contatto: una splendida ragazza alta, capelli neri a caschetto, occhi azzurri. Stava avvicinandosi verso di lui guardando fisso davanti, come se non lo vedesse.
Il contatto fu rapido e senza soste: lei gli consegnò al volo una busta, e proseguì, senza voltarsi, verso una nuova meta.

Intanto, a Milano, posizionato davanti al suo computer, Mister Noir aveva trovato l'indirizzo della palestra ligure, e stava ripensando alla simpatica idea della conduttrice di intervistare, sotto forma di Avatar, l'attrice ispano-americana, co-protagonista dell'omonimo film di fantascienza.
Un effetto speciale, come le creature che popolavano quel film. Un'illusione ottica, come l'ascensore che, mimetizzato da disco volante, trasportava gli ospiti sul palco dell'Ariston.
Un'ora dopo, quando Elena tornò con una sacca da viaggio, e Consuelo ebbe terminato di preparare le valigie per sé e per Mister Noir, partirono tutti alla volta di Sanremo, sia con l'auto della detective sia col pulmino nero di Mr. Noir, decisi a sventare il più grande attacco (non verbale) della Storia del Festival della Canzone Italiana.

Il killer, tornato nel proprio appartamento, aprì la busta che gli aveva consegnato la ragazza mora, e trovò quello che si aspettava: una carta d'identità e un passaporto falsi, con una foto che lo ritraeva biondo e coi baffi, e metà del compenso pattuito, come d'accordo.
L'altra metà l'avrebbe ricevuta dopo aver eliminato la bionda.

Appena giunti nei pressi della palestra, Elena parcheggiò, salutò il detective e la domestica, e, raccogliendosi i capelli sulla nuca, si diresse verso l'edificio.
“Allora, da dove cominciamo?” domandò con uno splendido sorriso al giovane bellimbusto dietro la scrivania, dopo essersi sfilata in un lampo pantaloni e maglione, sfoggiando un body nero che metteva in evidenza le sue armoniose curve.

Mentre Elena era impegnata ad ammaliare il giovane bellimbusto proprietario dell'omonima palestra, Mr. Noir e Consuelo si recarono al più vicino ristorante.
Mentre pranzava, imboccato dalla sua domestica, il detective pensò a quel caso, fatto di coincidenze, omonimie, e giochi di parole.
Il nome del malavitoso Andrea Moreno era saltato fuori scomponendo il titolo d'una canzone. Michelle Pifferi, il cui cognome era quasi l'anagramma di quello di Michelle Pfeiffer, aveva lo stesso nome di Michelle Rodriguez, che a sua volta aveva lo stesso cognome di Belén Rodriguez, che quella sera avrebbe cantato al Festival con Toto Cutugno.
“Mangia con la boca o con gli ochi, ogi, seňor?” domandò Consuelo, distogliendolo dai suoi pensieri.
“Come?”
“Ho visto che le stava seguendo” disse, alludendo a due donne alte e di bell'aspetto, una bionda e l'altra mora, che li avevano appena superati sedendosi al tavolo subito dopo.
“A dire la verità, stavo seguendo i miei pensieri, Consuelo” rispose l'investigatore, dando prova di profonda pazienza.
“Sì, sì. Ma i suoi pensieri stavano seguendo loro!”
Era fatta, addio concentrazione! Ormai, anche volendo, il detective non poteva più evitare di prestare loro attenzione: il cameriere porse un menù a ciascuna, e le due donne scelsero entrambe la medesima insalata. Dopodiché, cominciarono a parlare con orgoglio d'una loro amica manager che avrebbero festeggiato sabato sera da Morgana; ma, proprio in quel momento, il cellulare di Consuelo suonò: era Elena, e voleva sapere dove fossero.

Andrea Moreno, con gli occhi che brillavano di concentrazione, ripassò mentalmente quello che avrebbe dovuto fare sabato mattina.
Controllò ancora una volta i documenti. Meticolosamente.
Era da tempo che stava lavorando a quel contratto, e non vedeva l'ora di concluderlo!

Elena, col suo maglione a girocollo nero, irruppe nel ristorante a passo spedito. “Allora: la mia lezione di ginnastica è andata benissimo!… Nicola, il proprietario, si è subito offerto di seguirmi ai pesi; abbiamo parlato un po', e mi ha invitato stasera a cena.”
“Dove?”
“Al Morgana, un ristorante di Sanremo.”
I due detective non poterono evitare di scambiarsi uno sguardo d'intesa: in un modo o nell'altro il nome di Morgan doveva comparire in quella vicenda!… Magari mimetizzato nel nome femminile d'un ristorante sanremese, ma doveva comparire!

Quando il giovane bellimbusto entrò in casa, la splendida ragazza mora con gli occhi azzurri gli buttò le braccia attorno al collo e iniziò a baciarlo appassionatamente. L'uomo ricambiò con ardore la passione della donna fino a sussurrare il suo nome. Michelle!
Lei si fermò e, guardandolo fisso negli occhi tenendogli il volto tra le mani, gli disse: “Missione compiuta: ho consegnato i documenti all'argentino.”
“Benissimo!… Ora parti, vai subito a Parigi; io ti raggiungerò appena possibile! Voglio essere qui quando l'argentino adempierà al nostro contratto!”
E, detto ciò, tornarono a baciarsi. Con rinnovata passione.


6. Questioni di contratto

Venerdì 19 febbraio 2010, ore 9,50. Il cielo aveva rotto gli indugi, facendo piovere a dirotto.
Mister Noir, in trepida attesa dell'arrivo di Elena Fox, ripassò quel che aveva notato come telespettatore la sera precedente.
La terza serata del Festival era stata soprattutto all'insegna della festa, con un lungo tributo dedicato ai successi "sanremesi" del passato, relegando la gara dei possibili esclusi dei "big" e quella degli esordienti rispettivamente in secondo e terzo piano. Non c'erano state "sfasature", a parte il lungo intervento di Riccardo Cocciante, che, parzialmente fuori contesto rispetto alle esibizioni degli altri ospiti, aveva contribuito a far iniziare la gara dei giovani dopo la mezzanotte, impedendo ad una concorrente (minorenne) di esibirsi dal vivo.
Un fatto che, con ogni probabilità, aveva reso felice Andrea Moreno… ma che successivamente doveva avergli inferto un duro colpo, quando la ragazza, di cui si era visto solo la registrazione di una prova, inaspettatamente aveva passato il turno.
Elena Fox si presentò di buon passo, come sempre. “Novità?”
Mister Noir cominciò a riflettere. “Andrea Moreno è un killer che nutre un odio particolare verso le donne, e vuole uccidere una persona durante il Festival. Ma a Rania, regina di Giordania, e a Michelle Rodriguez, regina dei film d'azione, è andato tutto bene.” Si fermò un momento. “E pure a Nilla Pizzi!”
“Che c'entra Nilla Pizzi?”
“La regina della musica leggera italiana, vincitrice della prima edizione del Festival, ieri è salita sul palco dell'Ariston e ha cantato Grazie dei fior.”
“E l'ha dedicata al tuo biografo?” cinguettò Elena, perfettamente consapevole di aver detto un'assurdità.
“No, non penso che qualcuno l'abbia mai avvertita che l'anno scorso il mio biografo, per rendere omaggio al Festival di Sanremo, ha scritto un mini-noir sardonico ispirato alla sua canzone” rispose asciutto Mister Noir.
“E quindi?” domandò Elena, riportando il discorso sull'indagine.
“E quindi penso che neanche Jennifer Lopez, regina del pop, e qualsiasi altro ospite, rischi qualcosa. Moreno vuole puntare proprio ad Antonella Clerici, la regina degli ascolti. Ma, da buon sadico, lo farà solo domani: dopo una settimana di trionfi e ovazioni, la eliminerà subito prima dell'ultima serata, subito prima della sua incoronazione finale!” Mister Noir inarcò le sopracciglia. “E a te com'è andata?”
“Bene!” esclamò Elena con un'alzata di spalle. La sera prima, mentre lui stava osservando il Festival nella hall dell'albergo in cui avevano trovato alloggio, Elena era andata a cena con Nicola DeMarco (così si era presentato), che era riuscita ad ammaliare in palestra. L'aveva portata al ristorante Morgana, dimostrando di saper essere galante ed elegante, un vero bellimbusto in piena regola; e lei, facendo sfoggio di tutto il suo campionario di fascino ed espressività, lo intrattenne amabilmente. E così, tra un bicchiere di vino e l'altro, scoprì che c'era una donna che l'uomo non sopportava: una manager che avrebbe costruito, all'interno della propria azienda, una palestra, rubandogli gran parte della clientela, che andava da lui nella pausa pranzo. L'indomani, questa donna, avrebbe firmato il contratto, e per lui sarebbe stata la fine.
Qualcosa, veloce come un lampo, spinse Mister Noir a chiedere a Elena di tornare in quella palestra all'ora di pranzo e di scoprire qualcosa di più. Non c'entrava niente col Festival, ma non si poteva mai dire!

Erano appena passate le 13 quando Elena, inguainata nel suo body nero, andò ad una cyclette, e cominciò a pedalare. Accanto a lei c'era una deliziosa biondina con trecce e gli occhi azzurri; sembrava una bambola. La bambola parlò. “Salve!… Sei nuova di qui, vero? Ti ho vista soltanto ieri!”
“Sì!… E tu, vieni qui spesso?”
“Lavoro alla Bellamìa, un'industria di cosmesi molto importante in provincia; vengo qui tutti i giorni, durante la pausa pranzo; la nostra dirigente ci tiene molto che il proprio personale si tenga in forma.” Si fermò un momento, anche con le gambe. “Ci tiene così tanto che domani firmerà un contratto per la costruzione d'una palestra in azienda.”
“Domani?”
“Sì, domani; dopo il caffè di mezza mattina. Dice che firmare i contratti il sabato porti bene per la settimana successiva.” Controllò l'ora, salutò sorridendo, e se ne andò.
Bella mia, se avessi partecipato alla Milano-Sanremo ti saresti affaticata di meno! pensò Elena rivolgendosi a se stessa.
L'arrivo di quel bellimbusto di Nicola la ristorò un po'.

A pochi chilometri da lì, il killer aprì la propria valigia. Il bagaglio sembrava diviso in due: a sinistra, un abito lungo e rosso, scarpe coi tacchi a spillo dello stesso colore, una parrucca riccia e bionda, e un paio di calze di nylon; a destra, abiti decisamente più maschili, una parrucca bionda dal taglio sobrio, e un paio di baffi finti dello stesso colore.
L'uomo rimase in contemplazione dei due vestiti, quello con cui avrebbe ucciso e quello con cui sarebbe fuggito, carezzandoli con le dita della mano destra, come se fossero due parti della stessa entità, della stessa personalità.
Poi, prese quello che l'indomani avrebbe indossato per primo: l'abito rosso.


7. La soluzione della filastrocca minatoria

Sabato 20 febbraio 2010, ore 9,30. Il cielo, il giorno prima, si era sfogato, e, finalmente, aveva dato spazio ad un sole splendente.
La quarta nonché penultima serata del Festival della Canzone Italiana si era conclusa con la vittoria di Tony Maiello nella categoria Nuova Generazione.
Una serata che in realtà, purtroppo, era stata caratterizzata dall'arroganza degli Avanti Savoia - come Mister Noir aveva ribattezzato il trio composto da Pupo, dal tenore Luca Canonici, e dal principe Emanuele Filiberto - e del loro ospite Marcello Lippi, allenatore della nazionale di calcio campione del mondo nel 2006, che, non sapendo cantare, aveva preteso di fare un comizio iniziale, procedendo come un bulldozer persino sulla voce della bella conduttrice che, dotata di un notevole aplomb, voleva semplicemente fargli rispettare il regolamento. Un'esibizione, quella di Lippi, che, a giudicare dalle immagini della diretta televisiva, era stata concordata insieme al direttore artistico, Gianmarco Mazzi, all'insaputa della stessa Clerici. Un'esibizione per la quale Lippi e Pupo, che aveva, coadiuvato l'allenatore a procedere come un bulldozer, avrebbero dovuto essere arrestati immediatamente per "atti osceni in luogo pubblico".
Una scena che, come se non bastasse a far venire qualche dubbio nei telespettatori, aveva avuto il suo apogeo nella "brillante" iniziativa della Rai di ricordare, a gara e televoto ancora aperti, che in Italia ci sono i raccomandati… trasmettendo lo spot dell'omonimo programma condotto da Pupo.
L'unica nota piacevole in tutto ciò era stata la partecipazione delle Divas, che, come la sera precedente, erano riuscite a dare ancora maggior enfasi alla parte del brano che sembrava direttamente tratta dall'inconfondibile e struggente melodia di Somewhere over the rainbow.
Il Festival, quest'anno, era presentato da una donna, e, soprattutto, era prevalentemente incentrato sulle donne. Antonella Clerici aveva voluto realizzarlo così.
Un fatto che, ad Andrea Moreno, sicuramente non piaceva!
Già. Ma Andrea Moreno, fino a quel momento, non aveva fatto niente. Certo: c'era la possibilità che volesse aspettare la serata finale, e magari agire in diretta televisiva; ma, quell'ipotesi, non lo convinceva neanche un po'.
Sentiva che c'era qualcosa che non andava, che si stava invischiando in una ragnatela di ovvietà.
Aveva dato per scontato, ragionando come un qualsiasi investigatore "normodotato", che la potenziale vittima fosse legata al Festival di Sanremo.
Ma se non fosse stato così?
Se il pericolo, in realtà, fosse stato da tutt'altra parte?
Mister Noir decise di riconsiderare quella vicenda tutta da capo, a cominciare dal biglietto con la filastrocca minatoria. Infilò la mano sinistra nella tasca della giacca, e, movendo le dita con cura, lo tirò fuori e lo lesse.

Brutto pasticcio, Mister Noir,
oggi l'Italia comincerà a cantar,
ma se il Festival lei non seguirà
entro sabato qualcuno morirà!

In effetti, la filastrocca era ambivalente: parlava del Festival, avvertiva che solo seguendo il Festival poteva sventare un omicidio, ma non diceva affatto che l'omicidio sarebbe avvenuto all'interno del Festival!
Il detective decise di seguire quest'ipotesi. In fondo, si trattava di una sfida che qualcuno aveva lanciato proprio a lui!
Già. Ma chi?
La sua mente captò un simbolo nell'angolo in basso a sinistra, un piccolo stemma, quasi invisibile, che né lui né Elena avevano notato prima: una spada, con la lama rivolta all'ingiù, sostenuta idealmente da un crine di cavallo. L’Organizzazione criminale dedita al dominio del mondo attraverso la diffusione delle apparenze, agendo quindi sempre nell'ombra, che Mister Noir aveva soprannominato La Spada di Damocle, era tornata a sfidarlo!
Decise di accantonare, almeno per il momento, quel pensiero, e di concentrarsi invece sugli indizi.
Il titolo della canzone di Arisa…
E la strana concatenazione di nomi e cognomi… Michelle. Pifferi. Rodriguez. Belén. Rodriguez. Michelle.
Nomi e cognomi che si intersecavano tra loro, formando un molteplice caso di omonimia…
Rania, regina di Giordania, e Jennifer Lopez, regina del pop, Michelle Rodriguez, regina dei film d'azione, e Nilla Pizzi, regina della canzone italiana…
E, tra tutte queste regine, Cristiana Capotondi, che proprio la sera prima aveva fatto la sua regale apparizione sul palco dell'Ariston come La principessa Sissi, protagonista dell'omonima miniserie della Rai…
Quante congetture, quante similitudini!… Forse troppe!
L'investigatore però si sentì di essere sulla pista giusta!
Nomi, cognomi, e regine.
Già, regine. Regine di tutti i tipi.
Strano, però, che Antonella Clerici, la regina degli ascolti, non avesse invitato anche una regina del marketing, una manager.
Questa considerazione lo indusse a riflettere su ciò che, lui ed Elena, avevano scoperto lì, a Sanremo e dintorni. E al contratto che la proprietaria dell'azienda Bellamìa avrebbe dovuto stipulare quella mattina stessa.
La canzone Meno male di Simone Cristicchi fece capolino nella sua mente. Non che Carla Bruni c'entrasse qualcosa, ma quella canzone sulla lotta alle apparenze, unita a tutte le considerazioni che aveva fatto in precedenza, sembrava volerlo guidare in quella direzione.
In quel momento arrivò Elena, che lo accompagnò sul suo pulmino ben attrezzato e munito persino di postazione informatica con connessione wireless: senza fili.
Elena, digitando velocemente, cercò informazioni sull'azienda Bellamìa. E trovò quello che cercavano.
Il nome della proprietaria.
Andrea Moreno.
Con tanto di foto.
Era lei l'amica manager che le due donne al ristorante avrebbero voluto festeggiare quella sera!
Mr. Noir si piazzò subito al posto guida, mentre Elena si sedette a fianco.
Partì.
Dovevano agire in fretta. Se le loro informazioni erano esatte, quella mattina, alle 11, il killer Andrea Moreno avrebbe ucciso l'imprenditrice Andrea Moreno, regina del mercato della cosmesi in provincia; Elena prese il cellulare, e avvertì la polizia che la manager stava per essere uccisa.
La Clerici non c'entrava nulla, e il Festival aveva solo la duplice funzione di baluardo forviante e di inconsapevole informatore.
Una diabolica sfida che solo la perversa mente di chi maneggiava La Spada di Damocle, che vantava agenti ovunque, poteva concepire!

Andrea Moreno killer non aveva potuto agire prima perché il suo cliente, Nicola DeMarco, aveva voluto che aspettasse fino all'ultimo momento; per dare un senso di ineluttabilità alla propria decisione. L'imprenditrice Andrea Moreno, proprietaria della ditta di cosmesi Bellamìa, era una donna molto metodica e pragmatica, che ogni mattina, alle 10.30, andava a concedersi un caffè al bar sul marciapiede di fronte; e, superstiziosa com'era, non avrebbe certo cambiato abitudini proprio quel giorno, in previsione di un importante contratto da firmare!
Lui ora, travestito da donna, si era piazzato all'angolo dell'edificio della ditta, lo sguardo fisso sull'ingresso del bar, pronto ad eliminare, con un particolare brivido di piacere, quella donna che si chiamava come lui.
Appena la vide uscire, si diresse verso di lei deciso, armato di pistola, a portarla in un luogo isolato per poi massacrarla a calci e strangolarla con una calza di nylon, com'era nel suo stile.

Fu questione di un attimo.
Mister Noir vide una donna bionda, prosperosa, sulla quarantina, uscire da un bar, attraversare la strada, e dirigersi verso un portone; di fronte a lei un'altra donna, alta bionda e riccia, coi tacchi a spillo ma dal portamento decisamente più mascolino, le si stava avvicinando a passo spedito. Dalla cintola della sottana, la bionda mascolina cominciò ad estrarre una pistola. Mister Noir abbassò il proprio finestrino, accelerò, e sterzò bruscamente a sinistra sfondando una barriera di auto parcheggiate e frapponendosi tra le due bionde; quando quella alla sua sinistra spianò la pistola anche contro di loro, Mr. Noir si appiattì contro lo schienale, permettendo a Elena Fox di fulminarla sparandole tre colpi in rapida successione. La donna cadde all'indietro, supina, perdendo la parrucca e scoprendo i capelli corti e neri di Andrea Moreno killer.
Mister Noir abbassò il finestrino del passeggero, e, rivolgendosi alla prosperosa donna bionda, disse: “Lei, per caso, è l'imprenditrice Andrea Moreno? Ci offre un caffè, vero?”
In effetti, guardandola bene, assomigliava molto ad Antonella Clerici.
Un istante dopo arrivò anche la polizia.

Dopo che i due detective privati finirono di spiegare agli attoniti poliziotti cos'era accaduto, e la conseguente implicazione di Nicola DeMarco come mandante del tentato omicidio, Andrea "Clerici" Moreno li invitò nel suo ufficio.
Loro presero un caffè, e lei, invece, una bella tazza di camomilla; aveva le mani che tremavano. “Stavo lavorando da tanto tempo a questo progetto, a questo contratto. Sarebbe stato un bene per me e per i miei dipendenti” disse, alludendo alla palestra che avrebbe voluto costruire in azienda. “Non pensavo che qualcuno, per questo, potesse volere la mia morte!… Non so davvero come ringraziarvi!”
“Io sì!” rispose Mister Noir in tono beffardo. “Che ne dice di pagare tutti i danni che abbiamo provocato per salvare la sua vita?!”


Epilogo

Mister Noir, nella hall dell'albergo, stava assistendo, in diretta televisiva, all'eccidio della musica italiana.
La conduttrice del Festival stava cercando di calmare l'allegra sommossa dei professori d'orchestra, che, tra il serio e il faceto, sentendosi apostrofare al ritmo di "Venduti! Venduti! Venduti!" dal pubblico in sala, decisero di buttare all'aria gli spartiti in segno di protesta, dissociandosi dal risultato e chiedendo a gran voce, tramite il maestro Marco Sabiu, di rendere pubblici i propri voti, che, com'era noto, valevano il 50% del giudizio complessivo. L'altro 50%, com’era altrettanto noto, era invece determinato dal televoto dei telespettatori.
Era inevitabile che la maggior parte degli artisti in gara venisse esclusa dalla sfida finale, ma che tutti i favoriti - tra cui Simone Cristicchi, Noemi, Malika Ayane, e Arisa - fossero stati decimati, era assolutamente inconcepibile!
Ora restavano in lizza, Valerio Scanu, gli Avanti Savoia, e Marco Mengoni, che sembrava essere l'unico ad avere i favori di tutta l'orchestra.
Secondo Mr. Noir, considerata la vocalità e la presenza scenica di quest'ultimo, a quel punto Marco Mengoni avrebbe dovuto vincere il Festival con estrema facilità. Ma, data la sua professione, e quel caso in particolare, il detective sapeva che bisognava aspettarsi sempre di tutto.
Soprattutto l'imprevedibile!


©Sergio Rilletti, 2010