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sabato 14 febbraio 2026

MISTER NOIR: SANREMO CODE (New Version 2026)

Milano, lunedì 8 febbraio 2016, ore 12.00

Mister Noir ed Elena Fox stavano seguendo a distanza un uomo uscito da un portone in Viale Romolo: lui, Mr. Noir, seduto davanti, lei, Elena, in piedi dietro, a spingere la carrozzina del suo capo.

Guardando il cielo qualcuno aveva prognosticato il diluvio universale. Invece no: il cielo non era proprio blu, ma nulla di cui preoccuparsi. O almeno così speravano!...

 

Tre giorni prima, ore 10.15

L’aspirante cliente che era seduta di fronte a lui era bionda, disperata, e bella. E tra le lacrime, che si detergeva con un fazzoletto bianco, gli aveva mostrato una delirante lettera che aveva ricevuto. In piedi alla destra dell’investigatore privato c’era, come sempre, Elena Fox, la sua bella e indomabile assistente.

 

 
Cara Chiara, mia dolce neo-ex, io non ti amo più. Lo so che infinite volte ti ho detto che noi siamo infinito e che ti avrei portato via da qui, promettendoti cieli immensi. Ma il primo amore non si scorda mai.

 

Mister Noir guardò per un attimo la donna, poi posò uno sguardo interrogativo su Elena, che ne intercettò subito l’implicita domanda. Ma che scrive questo?

Lei rispose con un leggero colpo di tosse, e i due detective ripresero a leggere.

 

Quando sono lontano da lei, non vivo più. Lo so che ti sto facendo del male, ma ora o mai più (le cose cambiano). Mi dispiace tanto, ma torno da lei. Un giorno mi dirai come te la passi. Per ora, addio. Ex Tuo, DD

 

“Se gli dispiace tanto, perché allora torna dall’altra?” proruppe Mr. Noir, con la sua pronuncia imperfetta dovuta alla propria tetraparesi spastica, ma dal tono chiaramente ironico.

“Come, scusi? Non ho capito” disse la donna.

Elena si trattenne dal proprio abituale ruolo di traduttrice simultanea, intuendo che, per una volta, l’ironia del suo capo non era indirizzata all’interlocutore di turno.

“E quella doppia D, che cosa significa?” finse di ripetere il detective, sempre in sintonia con la propria assistente.

“Dario Duchi: è il suo nome.”

“E il suo cognome?”

“Come, scusi?” chiese la donna, sgranando con dolcezza gli occhi. Questa volta l’aveva capito, ne era sicura, ma ciò che aveva capito non aveva alcun senso!

Elena, abituata alle manifestazioni di incredulità (o di irritazione) di chi incocciava nell’umorismo di Mister Noir, decise di intervenire. “E cosa possiamo fare per lei?”

“Non è da lui scrivere una lettera così. Non è in sé.”

“E chi ne dubita?!” esclamò ironico il carrozzinato.

“E voglio scoprire il perché.” E, detto ciò, la donna diede loro un proprio biglietto da visita.

Il detective lesse l’indirizzo

 

Viale Liguria, 16

 

e sbuffò. Non sapeva perché, ma tra Celle Ligure e Sanremo, la Liguria aveva già reclamato più volte le sue attenzioni di detective. E ora l’avrebbe fatto pure in qualità di Viale!

 

Oggi, ore 12.10

Non era stato difficile decodificare il messaggio per il detective. Dopo che aveva accettato il caso, ammesso che potesse essere definito tale, Mister Noir si era fatto subito raccontare dalla sua cliente che tipo era Dario Duchi, chiedendole anche qualche informazione specifica, tra cui l’indirizzo. E, una volta congedata la donna e riletto con attenzione il messaggio, la soluzione gli si era parata davanti agli occhi.

Ora i due detective svoltarono in Viale Liguria, e si bloccarono: Dario Duchi, l’uomo che stavano seguendo, era arrivato sotto casa della loro cliente.

Lei uscì dal portone, e insieme raggiunsero un bar coi tavolini fuori. L’aria tiepida di quell’anomalo febbraio primaverile permise loro di stare all’aperto.

I due detective rimasero in disparte, a osservare la scena. L’uomo gesticolava, sventolando con passione la lettera che pensava gli avesse scritto lei, inneggiando all’intesa finalmente ritrovata; la donna cercò di dissimulare lo stupore, come le avevano consigliato i due detective al telefono, e in quel momento capì che Dario, da lei, voleva solo più attenzione, più complicità.

Poi, a un certo punto, li vide. E li notò anche lui.

Si avvicinarono.

“Sono due miei amici” annunciò Chiara.

“Piacere, Elena” si presentò la detective, stringendo la mano all’uomo.

”E lei?” chiese l’uomo all’uomo in carrozzina.

“E io no!” ribatté Mister Noir, sottolineando l’ovvietà.

Dopo qualche secondo di costernazione, che si era dipinta sul viso dell’uomo, Elena prese la parola. “Be’, visto che siete reciprocamente in buona compagnia, ora vi lasciamo.”

Chiara li salutò con un sorriso, e, prima che Dario potesse chiederle spiegazioni su quel tipo indisponente, gli andò alle spalle e cominciò a leggere la lettera insieme a lui.

 

Caro Dario, ho riflettuto molto su quanto mi hai scritto, portando la tua lettera sempre con me nella mia borsa, la borsa di una donna. Ti avviso che non farò recriminazioni, parlando di me e di te, perché ho impostato la mia vita a vincere l’odio e tutto quello che può generarlo. Ma non accetterò nessun grado di separazione, rimuginando su sogni e nostalgia. Ti scrivo queste parole semplicemente, col cuore che mi batte forte e facendo mezzo respiro per volta; ma ho capito ciò che hai voluto dirmi. Quindi, wake up baby, e ricominciamo! Ti amo. Sempre Tua, Chiara

 

Ormai a parecchi metri di distanza dalla cliente, Elena, con fare noncurante, fece cadere due parole dal cielo. “Finalmente piove” disse. “O comunque… pioverà!”

“In che senso?” domandò lui, guardandola in tralice.

“Be’, in tanti anni che ci conosciamo, è la prima volta che ci occupiamo di un giallo-rosa!... E l’idea di rispondere a Dario Duchi con una lettera utilizzando i titoli delle altre canzoni di questo Festival di Sanremo, fingendo di essere Chiara, è stata davvero geniale!”

“Be’, cara Elena, leggendo la lettera di Duchi alcune parole mi balzavano agli occhi, come fossero scritte in neretto. Poi, quando Chiara ci ha detto che lui era un grande appassionato di musica, e quindi anche di Sanremo, ormai alle porte, ho capito che la lettera che le aveva scritto doveva essere un test: una richiesta di attenzione alle sue passioni e di complicità. E, una volta verificata questa mia ipotesi, ho attuato la mia soluzione.”

“E poi, com’era assolutamente prevedibile,” continuò Elena, “appena Duchi l’ha contattata per vederla, lei ci ha telefonato, informandoci pure sull’orario.”

“Già. E noi siamo venuti qui per verificare che, in effetti, tutto filasse liscio, senza improvvisi scatti di follia” finì lui.

Elena fece ancora qualche passo, poi si fermò. “Una curiosità” enunciò in tono beffardo. “Racconterai al tuo biografo anche questa nostra anomala avventura romantica?”

“Certo. Anzi, lo farò appena arrivati a casa!... E sono certo che lui la scriverà e la pubblicherà prima dell’inizio del Festival!”

Ovviamente, Mister Noir avrebbe avuto ragione anche questa volta!

  

©Sergio Rilletti, 2016-2026

 

giovedì 23 gennaio 2025

IO E MISTER NOIR... ALL'UNIVERSITA' COMPLUTENSE DI MADRID (Un articolo inedito)

Salve a tutti, e Benvenuti alla prima newsletter del 2025!...

Tra le esperienze più eclatanti che mi sono capitate nel 2024, come scrittore, c'è sicuramente l'inattesa intervista, ad alto livello culturale, che la docente Ellen Patat dell’Università di Instanbul ha voluto farmi per il nuovo numero della rivista scientifica on-line "CUADERNOS DE FILOLOGIA ITALIANA" - edita dalla prestigiosa Università Complutense, di Madrid -, che ha curato insieme alla ricercatrice indipendente Daniela Bombara, e dedicato alla disabilità nella letteratura italiana.

Oltre a questa bella e profonda intervista, pubblicata all’interno dell’Introduzione di questo numero, Ellen Patat ha dedicato un lungo e accurato articolo a “CAPACITA’ NASCOSTE – LA PRIMA ANTOLOGIA Diversamente THRILLER” (edizioni No Reply), che curai nel 2012 con Elio Marracci, analizzando scrupolosamente ciascun racconto rispetto alla disabilità scelta e trattata dall’autore… e dedicando un capitolo a me, all’indimenticabile Andrea G. Pinketts, e al mio Mister Noir.

Un importante riconoscimento, proveniente oltretutto dall’estero, che mi ripaga pienamente di tutti gli sforzi che ho fatto finora, confermando la validità delle mie intenzioni, e spronandomi a continuare nella realizzazione dei progetti che ho in programma per il futuro!...

    Se volete leggere l'introduzione (con la mia intervista a pag. 8), il link diretto è:  https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/view/97136/4564456570840 .
    Se volete leggere la profonda analisi che Ellen Patat ha fatto di Capacità Nascoste, l'antologia che curai nel 2012 con Elio Marracci, il link diretto è:  https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/article/view/92743/4564456570848 .
    Per vedere invece l'indice completo di questo numero, con i relativi link ai vari articoli, l'indirizzo è:  https://revistas.ucm.es/index.php/CFIT/issue/view/4533?fbclid=IwY2xjawHE98lleHRuA2FlbQIxMAABHZma2F31prBzup1qdqCkdSwjMhiNLgmm6A4w3IBy8pRlCMojXr7DLpsPkQ_aem_WZilFdq7y0KX_hDvcm0F4A .


BUONA LETTURA A TUTTI!


©Sergio Rilletti, giovedì 23 gennaio 2025

giovedì 24 ottobre 2024

MyLife - 90 E 56 (Un mio dipinto "a parole" di mia mamma)


Novant’anni vengono una volta sola nella vita; così come 56, d’altronde.

E 90 e 56 hanno diverse cose in comune.

Innanzitutto sono entrambi caparbi: se hanno un obiettivo, o un mistero da risolvere, non c’è nulla che possa fermarli.

Poi sono entrambi inclini alla bontà e al perdono. Be’, 56 forse fa un po’ più di fatica, perché è abituato a vedere con gli occhi e a ragionare con la mente. 90 no; 90, che a differenza di 56 è una donna, vede e ragiona sempre e solo con un altro organo: il cuore. Quindi non solo, come 56, non riesce a vedere il male dove non c’è - che è una prerogativa molto più rara di quanto si possa pensare -, ma, addirittura, quando qualcuno la ferisce e la fa soffrire, lei, grazie a uno speciale e potentissimo microscopio installato nella sua anima, alla fine riesce a intravedere degli atteggiamenti di scusa, impossibili da scorgere a occhio nudo, e quindi a perdonare sempre, chiunque.

Lei è la bontà e la generosità fatta a persona, ha un animo fanciullesco e colorato come un caleidoscopio, e si prodiga sempre verso gli altri, in qualunque modo possibile, facile o difficile; che siano persone a lei molto ben conosciute, poco conosciute, o semplici e casuali passanti, lei le aiuta comunque. E se qualcuno per strada la ringrazia o le dona un complimento o un sorriso, lei, una volta tornata a casa, con candido stupore comincia a chiedersi: Perché?.

Appartenendo al segno zodiacale della Bilancia, a differenza di 56 che è un Toro, procede, come un funambolo munito di piatti di porcellana, sul filo della vita, gestendo situazioni che rischierebbero di crollare frantumandosi al suolo.

Io, 56, in qualità di suo figlio, arranco per cercare di essere alla sua altezza. Sono perfettamente consapevole che è assolutamente impossibile, ma almeno ci provo!

E, in ogni caso, sono molto, molto, molto orgoglioso di averla come madre.

 

BUON 90° COMPLEANNO, CARA MAMMA!


©Sergio Rilletti, mercoledì 23 ottobre 2024 – ore 15.13

“pro” lunedì 21 ottobre 2024

 

lunedì 2 settembre 2024

PAROLA DI SCRITTORE (2x09): IL MIO NOME E' PLAYLIST (Un intervento filosofico-autobiografico inedito - Scritto per Radio Skylab)

Salve a tutti, e Benvenuti a questa nona e ultima puntata, almeno per questa stagione, di Parola di Scrittore!

A volte incappo in persone normodotate, che conosco bene, che si lamentano della propria vita e della propria solitudine. E quindi io, che - nonostante le mie notevoli difficoltà motorie -, grazie a una serie di scelte di vita ben precise sono un esempio dell’esatto contrario, avevo deciso di dedicare questa puntata a questo argomento. Tuttavia, il clima caldo ma spensierato dell’estate mi induceva a cercare un tema più distensivo; così, mi è venuta in mente un’idea alternativa, un giusto compromesso: trattare quest’argomento attraverso un’immaginaria playlist di tre canzoni particolarmente significative per me.

Quindi, parafrasando una celebre canzone contro la guerra dell’eclatante trio Ligabue-Piero Pelù­­-Jovanotti, il titolo di questa puntata, inevitabilmente, è: Il mio nome è Playlist.

Il primo titolo di questa mia playlist è, ovviamente, Uno su mille, uno dei più grandi successi di Gianni Morandi. Avevo 17 anni quando, in tv, la sentii per la prima volta: un vero e proprio inno alla perseveranza e alle proprie capacità, che decisi di adottare subito, ma proprio subito, come colonna sonora del mio sogno di diventare uno scrittore famoso.

Un sogno che, come tutti i sogni che si rispettano, e come insegna il bellissimo film Million dollar baby di Clint Eastwood interpretato da Hilary Swank (anche se poi, nella seconda parte, cambia decisamente argomento), ho dovuto inseguire per anni con profonda dedizione e pervicacia, cogliendo al volo ogni opportunità, andandole pure a cercare quando non si presentavano da sole, e compiendo vere e proprie scelte di vita che mi facessero rimanere sempre in costante contatto col mondo della scrittura (in qualunque sua forma e dimensione).

E quando nel 2001 Andrea Carlo Cappi, in qualità di Direttore Editoriale di M-Rivista del mistero, decise di cominciare a darmi costante fiducia (pubblicando, tra le altre cose, le prime avventure di Mister Noir e Solo!, il mio racconto autobiografico per eccellenza - CLICCA QUI), io iniziai a darmi tenacemente da fare, cercando (e trovando) sempre un modo per collaborarvi. Eh, sì; perché lui era intenzionato ad aiutarmi ad affermarmi come scrittore, ma io dovevo dargli l’opportunità di farlo!

E così, oltre alle molte soddisfazioni personali - tra cui collaborazioni con autorevoli scrittori -, arrivarono pure la Civettina d’Oro per meriti culturali, questa mia rubrica radiofonica (credo la prima, in assoluto, con questo tipo di format), e, recentemente, un’inaspettata intervista, di prossima pubblicazione, che ho rilasciato a una rivista scientifica della prestigiosa Università Complutense di Madrid.

Uno su mille ce la fa! Ma com’è dura la salita; in gioco c’è la vita!” declama Gianni Morandi nella sua canzone.

Ecco. Io non mi considero ancora uno scrittore famoso, ma se non mi fossi impegnato così a fondo sarei rimasto solo un eterno sognatore a occhi aperti… e non avrei mai raggiunto tutti questi (e molti altri) risultati.

Il secondo brano di questa mia playlist è Hey man di Zucchero, che ho anche citato durante il mio intervento per la Civettina d’Oro (CLICCA QUI), a Celle Ligure; un brano sul valore dell’incontro, anche occasionale, con il prossimo, conosciuto o no, e, quindi, sul valore dell’amicizia.

Io, quando sono a Celle Ligure, vado in giro da solo, e mi fermo a parlare con le persone. Lo faccio dall’età di 19 anni, da quando ho potuto iniziare a uscire da casa con la mia carrozzina elettrica. Spesso sono persone che conosco, altre volte no; ma io mi fermo comunque, dedicando loro del tempo e la mia attenzione, qualunque età abbiano.

Per esempio,  anni fa, ogni volta che passavo davanti alla Casa di Riposo N.S. di Misericordia, incontravo un terzetto di anziani, capeggiato da una certa signora Rosa, che mi fermavano per un veloce, e ben augurale, scambio di battute. Un doppio-appuntamento giornaliero a cui aderivo molto volentieri, sapendo che, a loro volta, attendevano con gioia il mio passaggio.

E così, scorrazzando avanti e indietro per le strade di Celle Ligure, mi sono fatto molti amici, diversi dei quali ho ancora oggi.

Ma l’amicizia è un bene prezioso, che deve essere sempre coltivato, senza remore.

Io ho molti amici, e soprattutto molte amiche, che riunisco una volta all’anno per la mia festa di compleanno; una ricorrenza fissa che mantengo da 35 anni, sapendo che alcuni di loro ci tengono proprio… arrivando persino a richiedermela.

Sì, certo, ci sono certi amici che rischierei di non sentire e di non vedere proprio più se non fossi io a chiamarli, ma l’entusiasmo che sento nella loro voce quando li chiamo mi fa deporre l’orgoglio e continuare a mantenere, così, i rapporti.

Hey man, vieni e canta insieme a me, da questa parte della strada” invita Zucchero nella sua canzone.

Ecco. Se io non mi fossi comportato e non mi comportassi tuttora come ho raccontato - o, peggio ancora, se mi fossi rinchiuso in casa e isolato -, non solo a Celle Ligure non sarei così popolare, ma non avrei neanche così tanti amici.


Il terzo (e ultimo) titolo di questa mia playlist è Eh… già di Vasco Rossi, un brano sulla forza di volontà per superare, senza accettare loschi compromessi, le avversità. Un brano che da quando, verso la fine del 2018, dopo 32 giorni di degenza, sono uscito rinato dal reparto Medicina 3 dell’Ospedale Sacco di Milano, ho fatto mio.

Io ho la fama di essere un duro, un combattente, e in qualche puntata di Parola di Scrittore l’ho pure dichiarato apertamente, raccontando alcuni fatti al riguardo. Ho dovuto cominciare a combattere da quando ero piccolissimo, quando ero ancora nella pancia di mia mamma, per cercare la via d’uscita; e da allora non ho più smesso. Non solo per salvarmi la vita, ovviamente, ma anche per perseguire i miei sogni e salvaguardare i miei ideali. Anche a costo di fare scelte drastiche e, a volte, definitive.

Ora non farò l’elenco di tutte le volte che l’ho fatto, ma se c’è una cosa di cui sono particolarmente orgoglioso è che io, all’atto pratico, sono coerente con ciò che scrivo. Non che mi comporti esattamente come Mister Noir o come altri miei personaggi, ben inteso, ma l’impegno contro le ingiustizie di cui sono direttamente testimone è lo stesso.

Eh… già: sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua” dichiara Vasco Rossi nella sua canzone.

Ecco. Se io non fossi un vero combattente, nella vita avrei sicuramente molti meno problemi, ma niente di ciò che scrivo, e della musica che ascolto abitualmente, avrebbe realmente più molto senso.

E tutto questo perché il mio nome è Playlist.

Già. Ma attenzione: perché anche il nome di ciascuno di voi è Playlist.

E, che ci piaccia o no, è un nome veramente molto, molto, molto impegnativo. 

©Sergio Rilletti, sabato 24 agosto 2024, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta

 

martedì 7 maggio 2024

PAROLA DI SCRITTORE (2x08): MALEDETTO BIOGRAFO! (Un racconto-spot con L'Uomo Che Fumava, l'antagonista principale di Mister Noir - Versione per Radio Skylab)

 

Salve a tutti, e Benvenuti all’ottava puntata di Parola di Scrittore!... Domenica 28 Aprile, alla Galleria Crocetta di Celle Ligure, durante la prima edizione di Celle che legge-Pestare parole - il cui sottotitolo rende molto bene l’opera di macinazione che sta alla base del lavoro di scrittore -, c’è stata una nuova presentazione del mio libro, Mister Noir (edito da Oakmond Publishing), riproponendo al pubblico presente, e quindi dal vivo, l’intera banda di Parola di Scrittore.

Durante tale presentazione, però, ho potuto solo accennare a Maledetto biografo!, il racconto-spot dove L’Uomo Che Fumava, l’antagonista principale di Mister Noir, pubblicizza, a modo suo, il mio libro.

Quindi ora, insieme a Stefano Pastorino e Martin Zanchetta, ho deciso di proporlo a voi.

E così è uscito. Non bastava il primo libro, Le avventure di Mister Noir, no, ora ne è uscito pure un altro; molto più corposo del precedente, perdìpiù.

Già, uno pensa: E’ uscito un libro, quel rompiscatole dell’autore ha fatto divertire, ha fatto riflettere, ha osato persino deridere me e la mia splendida Organizzazione criminale internazionale fantasma… ma ora la pianterà!

E invece no.

Non ha fatto neanche in tempo a essere messo fuori commercio quel libro, che ne è uscito subito un altro: Mister Noir.

E non un libro qualsiasi, non un semplice seguito o una semplice riedizione di quello precedente. No. Macché. Lui si è inventato addirittura un mix, un cocktail.

Ha preso tutte le storie del primo libro, ormai fuori commercio, ha aggiunto un classico di Mister Noir, che quando era uscito nel 2006 su M-Rivista del mistero aveva ottenuto un grandissimo successo, ha scritto appositamente tre racconti nuovi, mai pubblicati - di cui uno, quello finale, che riguarda direttamente me e la mia Organizzazione -, colmando così i vuoti narrativi, e ha rivisitato tutti i racconti, dal primo all’ultimo, uniformando lo stile e creando un universo narrativo, fatto non solo di storie e personaggi ricorrenti, ma anche di una filosofia di vita che si contrappone drasticamente alla mia - che ambisco al totale assoggettamento delle menti delle persone -, anche quando non sono presente nelle storie.

E così l’autore, che nei racconti mi identifica come L’Uomo Che Fumava, ha realizzato un volume di undici storie, intitolato semplicemente Mister Noir, come il nome del protagonista - affetto da tetraparesi spastica, ironico, e rompiscatole almeno quanto lui -, che sfiora le quattrocento pagine, e che narra le avventure del detective e della sua assistente, Elena Fox, fino a domenica 10 giugno 2007, quando io e la mia Organizzazione criminale, La Spada di Damocle, tentammo di eliminare proprio il suo biografo, assaltando la sede milanese della RAI.

Ma andiamo con ordine.

Il libro si apre col primo incontro tra Mister Noir ed Elena Fox, con la loro prima rissa contro un gruppo di bulli, e col nefasto momento in cui Mister Noir notò, per la prima volta, il suo futuro biografo; si prosegue con la forsennata caccia a un fantasma serial killer, e al conseguente scontro con una setta satanica, che porta alla luce un fatto storico fondamentale per la vita di tutti noi ma poco conosciuto nella sua interezza; nella terza storia, ambientata durante un’anomala rapina palindroma, Mr. Noir interviene per difendere due bambini da un atto di bullismo; nella quarta avventura, l’autore ci parla di folli cure sperimentali per persone con disabilità e di commercio illegale di organi; poi, nella quinta storia, è il turno del misterioso delitto di un educatore, che i due detective sono chiamati a risolvere in una comunità di Monticello Brianza abitata da persone con… diverse particolarità; nella sesta avventura, invece, i due detective sono impegnati a dare la caccia a Serena Bonita, una spietata killer dallo sguardo torvo, che mi piacerebbe molto avere tra le mie fila, perfetta sosia di Elena Fox.

E poi… E poi c’è la narrazione dell’allucinante caso del delitto indotto, e di quando, indagando sul mondo dei call center, quel maledetto investigatore privato intralciò, per la prima volta, i piani miei e della mia Spada di Damocle.

 L’ottava avventura, invece, è ambientata a Porto Azzurro, e, mentre Mister Noir ed Elena Fox sono impegnati a sventare una catastrofica profezia legata a un fatto storico e di cronaca realmente avvenuti in quelle acque, quel rompiscatole dell’autore ci fa vivere la gioiosa atmosfera della 10^ Regata dell’Amicizia - una manifestazione sportiva velica a cui lui stesso ha partecipato, riservata alle persone con disabilità e ai loro accompagnatori -, permettendosi addirittura di far notare com’è un rapporto sano e normale tra persone disabili e normodotate; indipendentemente dai ruoli.

Segue una breve vicenda ambientata in un’altra località marittima, Celle Ligure, in cui il detective, con la sua possente carrozzina elettrica, si mette all’inseguimento di un ragazzino in bicicletta che gli ha mancato di rispetto; mentre, nella storia successiva, Mr. Noir ha solo dodici ore di tempo per trovare l’antidoto che salvi la vita al suo cliente, tentando di decifrare quello che lui dice, che però, a causa del veleno che ha ingerito, col passare del tempo e quindi con l’approssimarsi della propria morte, fa battute sempre più demenziali e incomprensibili.

E infine c’è l’undicesimo racconto, quello col quale il biografo di Mister Noir ha deciso di chiudere l’antologia.

Apposta.

Per farmi uno sberleffo.

Infatti, si tratta del lungo racconto dell’ingegnoso piano che avevamo escogitato per eliminarlo quando sarebbe stato ospite di Luca Crovi nel programma Tutti i colori del giallo di Rai Radio Due. Il suo thriller autobiografico Solo! (CLICCA QUI), purtroppo ancora disponibile sul web con i suoi vari sequel - che aveva scritto sia per reagire a un’eccessiva e ingiustificata omertà di gruppo sia per la voglia di ritrovare la coppia di giovani che lo soccorse al Parco di Monza -, l’aveva reso popolare, dimostrando che anche le persone disabili, se vogliono, possono reagire in modo deciso e funzionale!... E noi, questo, non potevamo certo permetterlo!

Purtroppo l’esistenza stessa di questo libro è la prova inconfutabile che il nostro piano non funzionò.

Non solo, ma nel 2017, complice una presentazione particolarmente riuscita del suo libro precedente, che ora è inglobato in questo, il sindaco di Celle Ligure, Renato Zunino, gli conferì la prima Civettina d’Oro della città, per meriti culturali.

Insomma, per me e La Spada di Damocle, un disastro totale!

Ora sicuramente voi vi state chiedendo perché io, che ho tutti i motivi per odiare Mister Noir e il suo maledetto biografo, stia facendo pubblicità a questo libro.

Be’, il motivo è molto semplice: il libro ormai esiste; s’intitola Mister Noir, è edito dalla Oakmond Publishing, e si può comprare facilmente su Amazon (CLICCA QUI)!... E io ci tenevo a farvi conoscere il mio pensiero, il mio punto di vista al riguardo.

Così, anche se non credete alla mia esistenza e pensate che io sia solo un parto della fantasia di Sergio Rilletti - il biografo di Mister Noir -, da ora in poi ogni volta che sentirete una spada di Damocle pendervi sopra la testa o colpirvi a tradimento, be’… saprete a chi pensare!


©Sergio Rilletti, sabato 4 maggio 2024, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta

 

martedì 9 aprile 2024

MyLife - SOLO!... UNA STORIA DI MOLTEPLICI CAPACITA' (Un racconto autobiografico - Versione inedita 2024)

Non so quanto tempo fosse passato e quante strade avessi già provato, da quando mi abbandonarono in mezzo al Parco di Monza per farsi un giro in risciò, ma sicuramente troppo.

Troppo per me, troppo per i miei nervi, troppo per la mia piccola carrozzina elettrica che rischiava di scaricarsi.

E tutto per l’indicazione di un educatore volpone,

(“Tanto, la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo”),

che poi risultò fasulla.

Così, non avendo più indicazioni da seguire, iniziai a cercare, più volte, una strada alternativa per raggiungere la mia meta finale, tornando spesso, dopo ogni tentativo fallito, nel punto esatto in cui mi avevano abbandonato, nella vana speranza che tornassero a cercarmi.

Ma, ogni volta, trovavo il Nulla.

Mi risolsi, quindi, a cercare aiuto; anche se, con i miei gravi problemi motòri, uniti a quelli specifici dell’articolazione del linguaggio, sarebbe stata un’impresa alquanto improba.

Per fortuna, dopo alcuni soggetti che vedendomi sbracciare mi dicevano “Ciao!” e se ne andavano, ce ne furono quattro che si distinsero.

Il primo fu un anziano contadino, che incontrai addentrandomi in una cascina, sfidando il terreno accidentato, a rischio di ribaltarmi; sembrava una città fantasma, con i palazzi fatiscenti, e lui, capendo che avevo bisogno d’aiuto, s’interessò. La sua voce era fessa, ma lui no. E quando, per facilitare la comunicazione, gli dissi semplicemente “Cascina Costa Alta”, che era la mia meta finale, lui mi indicò la strada, avvertendomi però che ero a due chilometri di distanza e che avrei dovuto fare una “salita così!”. Ringraziai e, anche se per nulla tranquillo, mi avviai. Ma anche quella strada, come quelle precedenti, dopo un po’ risultò interrotta.

Il secondo era un giovane pattinatore che incontrai appostandomi di fianco a una mappa del Parco di Monza, attirando l’attenzione. Arrivò, e, dopo qualche giravolta sui suoi rollerblade, si fermò accanto a me. Io gli indicai la Cascina sulla mappa, e lui mi indicò la strada. Lo ringraziai, lui se ne andò, e io mi avviai seguendo le sue indicazioni, svoltando, poco dopo, in un viale a sinistra, che però mi sembrava di aver già percorso un’infinità di tempo prima.

E fu qui, quando ormai ero all’apice dello scoramento e della depressione, che feci il mio terzo e quarto incontro. Si trattava d’una coppia di giovani - lei bionda ed estroversa, lui bruno e un po’ più riservato -, che appena mi videro, solo e spaventato, capirono subito tutto, compreso che ero con un gruppo… che mi aveva perso!

Improvvisamente, mi sentii al sicuro, capendo che loro non mi avrebbero abbandonato, e in cuor mio li definii subito, ma proprio subito, “Due angeli custodi mandati da Dio”. Lei, Lisa - che, vedendomi stupito da come mi capiva bene, mi disse, a mo’ di spiegazione, che faceva la maestra -, e il suo amico, seguendo le mie indicazioni presero l’agenda telefonica dalla mia borsa, e, utilizzando il cellulare di lui, riuscirono a rintracciare il gruppo di volontari, e relativo educatore volpone, che mi avevano perso, facendomi venire a prendere.

E questa fu la mia prima, grandissima vittoria!

Ora qualcuno di voi si chiederà: Chissà quanti complimenti avrà ricevuto, chissà in quanti modi si saranno prodigati in scuse e spiegazioni, chissà come avrà fatto Sergio a ritrovare l’educatore volpone e i relativi volontari tra la montagna di cenere con cui si saranno cosparsi il capo?!

Ebbene, no. Non è accaduto nulla di tutto questo. Anzi, tutt'altro.

Si scatenò un inferno di omertà che proprio non mi aspettavo, e che non solo mi ha impedito di avere il numero di cellulare dei due giovani, che l’educatore volpone e due volontari possedevano e che mi avevano promesso di darmi, ma costringendomi anche a constatare l’unanime disinteresse di tutti i volontari presenti quel giorno, che, pur conoscendomi da anni e avendo la mia e-mail, in modo assolutamente disciplinato decisero di non farsi più sentire.

L’unica cosa che smosse loro e il loro educatore-capo, altrettanto volpone di quello del Parco, fu un’e-mail che inviai - poco prima di Natale - a molte persone di loro conoscenza, e per correttezza anche a loro stessi, informando tutti di ciò che stava accadendo.

Ovviamente, Volpone II fece di tutto, ma proprio di tutto, per minimizzare l’accaduto, ma la valanga di e-mail che gli piovvero addosso chiedendogli spiegazioni, di cui mi riferì in un maldestro tentativo di rimbrottarmi, lo costrinsero a farmi incontrare Volpone I e i relativi omertosi volontari, come stavo chiedendo da mesi.

E questa fu la mia seconda, grandissima vittoria! 

Quello che Volpone I, Volpone II, e compagni, non sapevano, era che, proprio in quel periodo, Andrea Carlo Cappi stava preparando un numero di M-Rivista del mistero - con la quale collaboravo stabilmente da quattro anni - intitolato Lezioni di paura. Con tutta la paura che avevo provato ma che ero riuscito comunque a dominare, e con la voglia immane di rintracciare la giovane coppia che mi aveva soccorso, colsi al volo l’occasione per scrivere Solo!, un lungo racconto - che potete scaricare gratuitamente dal web (CLICCA QUI) - in cui narro, attimo per attimo, tutto quello che avevo vissuto e realmente pensato in quelle due ore di autentico terrore al Parco di Monza.

Anche in questo caso non mi dilungherò nei dettagli, ma questo fu l’inizio di uno strepitoso successo: giornali e riviste, blog, scrittori e scrittrici, persone che conoscevo poco o che non conoscevo affatto, mi manifestarono, tutti, la loro completa solidarietà, attivandosi per diffondere la mia storia. Persino le radio diffusero il mio appello per ritrovare i miei due giovani ed encomiabili soccorritori. E io partecipai a due programmi radiofonici della RAI, di cui uno addirittura in diretta, al quale andai come ospite parlante in studio, incredibile ma vero, in qualità di scrittore.

Tutto ciò, sia ben chiaro, per un numero di cellulare - quello dei miei due giovani soccorritori -, promesso ma mai dato!

E questa fu la mia terza, grandissima vittoria!... A dispetto della mia disabilità e di tutti coloro che pensano, erroneamente, che una persona disabile non possa reagire! 

Ora sono passati ben diciotto anni da quella fatidica Domenica 9 Aprile 2006 che cambiò radicalmente la mia vita, e io di quella brillante coppia di giovani che mi aiutò, di cui parlo anche nel mio libro Mister Noir (edito da Oakmond Publishing - CLICCA QUI), dedicando loro un mio racconto - il crossover Assalto alla RAI - , purtroppo non ho saputo più nulla.

Ma io mi ostinerò sempre a ricordarli, sempre nell’annosa speranza di riuscire a rintracciarli e, finalmente, ringraziarli!

 ©Sergio Rilletti, martedì 9 aprile 2024


lunedì 8 aprile 2024

PAROLA DI SCRITTORE (2x07): MyLife - CELLE LIGURE E IL PRONTO INTERVENTO DELLA SOLIDARIETA' (Un racconto autobiografico inedito - Scritto per Radio Skylab)

Salve a tutti, e Benvenuti alla settima puntata di Parola di Scrittore!... A settembre, quando inaugurai questa nuova stagione, vi raccontai di come io, questa estate, a Celle Ligure, nonostante le mie notevoli difficoltà motorie e di locuzione, fossi riuscito a dissuadere un ragazzino che voleva tuffarsi dalla passeggiata lungomare in un punto dove il fondale marino è basso e pieno di scogli. Un mio breve resoconto autobiografico, intitolato Io e il piccolo tuffatore, che ora potete leggere sul mio blog e che, secondo me, offre diversi spunti di riflessione (CLICCA QUI).

Oggi, invece, vi parlerò di un grande moto di solidarietà collettiva che ho potuto sperimentare personalmente, verso la fine di febbraio, sempre a Celle Ligure. E, anche questa volta, lo farò attraverso la forma del racconto.

Celle Ligure, giovedì 22 febbraio 2024, ore 17.40 circa

Era una giornata uggiosa, che però non aveva impedito a me e alla mia famiglia di andare a mangiare al bar-trattoria Bollicine e di farmi una lunga passeggiata post-prandiale, facendo Celle coast-to-coast, per sgranchire le ruote della mia carrozzina elettrica.

Stavo transitando sul Lungomare Crocetta, che oltre a costeggiare il mare è costeggiato, a sua volta - dall’altro lato -, da un viale alberato, quando alcune gocce di pioggia mi fecero capire che era ora di tornare a casa.

Ero giunto, sempre stando sul lungomare, all’altezza di Via Boagno - meglio nota come la piazza principale del paese -,  quando la carrozzina fa un BEEP e si ferma.

Sotto la pioggia.

Provo a riaccenderla, ma tutti i led colorati sul joystick fanno avanti e indietro un paio di volte, lampeggiano per qualche secondo, e si spengono.

Ripeto l’operazione ancora tre volte, ma il risultato non cambia.

E ora, che faccio? Sì, certo, potrei chiamare mia mamma o mia zia, ma come faccio a far capire che, oltre a venire qui, devono pure portare la carrozzina manuale?

Mentre mi arrovello in questi pensieri, sotto la pioggia ormai battente, spunta un giovane che, chiamandomi per nome, mi chiede se ho bisogno d’aiuto. Io, ovviamente, rispondo di sì, e lui mi si avvicina. Guarda la carrozzina e tenta invano di spingerla; io gli indico, sul fianco destro della carrozzina, la levetta per sbloccare le ruote, ma lui non capisce e continua a provare a spingermi, scuotendomi invano.

Arriva un secondo ragazzo che vorrebbe aiutare, ma, pochi secondi dopo, ne arriva un terzo, che dà un nome al primo: Mirko. E allora Secondo se ne va.

Indico anche a Terzo la levetta, e lui capisce.

Mirko e Terzo cominciano a spingermi, e io ora, che ho chi può spiegare velocemente la situazione, posso telefonare a mia zia, che risponde. Mirko, mentre con Terzo si avvia a farmi scendere la rampa della passeggiata, la informa di quanto è accaduto e che mi stanno portando al bar ‘a Battigia (al di là della cosiddetta piazza).

Mi spingono, sempre sotto la pioggia, fino all’entrata laterale, e mi posizionano a pochi metri dal bancone, dove c’è Federica, che, nella mia mente, ho sempre ritenuto la proprietaria del locale.

Dopo pochi minuti arriva la zia, che mi fa provare ad accendere la carrozzina per vedere cosa fa, e, dopo qualche tentativo, chiama mia mamma.

Lo spazio è angusto, e ogni avventore che si avvicina al bancone per pagare, mi nota e, parlando con mia zia, manifesta il proprio sconcerto. E lei, sopraffatta dall’attenzione che stiamo ricevendo, continua a declamare a chiunque che, per fortuna, le persone brave fanno meno rumore ma sono di più.

Compaiono due giovani: si offrono di aiutarci, ma hanno fretta, e, quando appurano che non sappiamo cosa chiedere loro, se ne vanno.

Ne arrivano altri due, quasi in contemporanea con mia mamma, che mi fa riaccendere la carrozzina… con lo stesso risultato. I due nuovi giovani osservano la carrozzina da vicino; sembrano esperti e, mentre la mamma e la zia valutano il da farsi per ritornare a casa, mi mostrano che dal cavo del joystick esce acqua.

Federica vede tutto, ci propone di chiamare la Croce Rosa, e inizia a provare.

I due giovani cominciano a osservare sotto, e, dopo aver scattato una foto col cellulare, ci dicono che, secondo loro, la batteria perde olio.

Grazie alle continue telefonate di Federica, a un certo punto, davanti a me, appare il mio amico Marco Minuto, in qualità di milite della Croce Rosa. Fa qualche prova, con le ruote bloccate e sbloccate, e decide di chiamare una loro auto, sulla quale potrebbe farmi salire con tutta la carrozzina. Sì, certo, è un po’ preoccupato per quando dovrà spingermi su per la rampa di casa, ma non c’è nient’altro da fare.

Dopo pochi minuti arriva un’auto della Croce Rosa, guidata da un altro volontario, che poi scoprii chiamarsi Alessandro.

Giunti sotto casa, lui e Marco riescono a spingermi a viva forza su per la salita, munita pure di curva, parcheggiandomi, al sicuro, nella mia camera.

Ecco, questa è la storia; una storia non solo di un Pronto Soccorso ufficiale, inconsueto e insperato, che proprio non mi aspettavo, ma pure di un pronto intervento cittadino, spontaneo e solidale, che ho capito subito che dovevo raccontare. 


Bene, con questo è tutto. Salutandovi, però, questa volta vi do un vero e proprio appuntamento. DOMENICA 28 APRILE, alle Ore 15, presso la Galleria Crocetta (sul lungomare di Celle Ligure), durante la fiera Celle che legge, farò una nuova presentazione del mio Mister Noir (edito da Oakmond Publishing).

Se volete incontrarmi di persona, ora sapete dove trovarmi. E, con me, ci sarà anche Martin Zanchetta. 


©Sergio Rilletti, sabato 6 aprile 2024, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta

 

venerdì 8 marzo 2024

MAYA (Un breve racconto horror)


Lei era bella, bella da far mancare il fiato. La fine del mondo.

Alta, mora, capelli lunghi e lisci, occhi scuri e ardenti, e un fisico atletico e ben  modellato.

Erano giorni che la seguiva. Ormai sapeva quasi tutto di lei. Sapeva dove abitava, dove lavorava, a che ora iniziava e finiva; sapeva che aveva una sorellina, che avrebbe potuto essere sua figlia, e un uomo.

Un uomo molto fortunato, alto e bello, che poteva abbracciarla quando voleva e stampare le sue labbra su quelle di lei, e mangiarsela tutta, un boccone  alla volta.

Un uomo che lui aveva visto molto da vicino, dato che l’aveva investito, apposta, con l’auto.

Un uomo che ora giaceva in un letto d’ospedale, lasciando lei sola.

Sì. Quella donna era la fine del mondo.

E ora lui, finalmente, poteva avvicinarla e possederla.

C’era solo una cosa che non sapeva di lei: il nome.

Ma, a quello, c’era rimedio!

E così, un giorno, quando lei uscì dall’ufficio, lui la seguì fino a casa. E la bloccò sulla soglia.

Lei lo guardò, per nulla stupita. “Era ora che ti facessi vivo!” disse con un sorriso enigmatico.

“Mi avevi notato?” esclamò lui con una compiacenza da ebete.

“Certo. Entra.”

Lui obbedì, e lei chiuse la porta alle sue spalle.

Gli si piazzò davanti. “Mi vuoi?” chiese con una voce che sapeva di miele e uno sguardo che sembrava sondargli l’anima.

“Sì” rispose lui, trasognato. “Come ti chiami?”

“Maya.”

“Adesso ti sfoglio come un calendario!” rispose lui, ironico, mentre le abbassava le spalline facendole scivolare il vestito rosso in fondo ai piedi.

Quella donna era davvero la fine del mondo!

Lui si strappò la camicia di dosso e le si avvinghiò contro. E, mentre lui alternava morsi a forsennati baci sul collo, con le mani e le unghie di lei che gli solcavano la schiena, qualcosa cambiò.

Le unghie di Maya si allungarono, trasformandosi in artigli, e iniziarono a dilaniare la carne dell’intruso. I gemiti di doloroso piacere di lui, man mano lasciarono il posto a grida sempre più strazianti. Solo quando gli artigli di Maya cominciarono a dilaniargli tessuti e ossa, lui discostò di colpo la faccia dal corpo di lei, guardandola con gli occhi sbarrati dal dolore.

Fu in quel momento che la bocca di Maya si aprì, poi si spalancò.

A dismisura.

La parte inferiore della bocca sprofondò fino allo sterno, quella superiore si alzò fino a superare l’intera testa, rivelando delle zanne acutissime che nessun essere umano aveva mai visto prima.

Lui ebbe solo il tempo di iniziare un disperato urlo di terrore, quando le fauci di Maya si richiusero sulla testa dell’intruso, stritolando e trasformando in una poltiglia sanguinolenta di tessuti, muscoli, ossa, e tutto ciò che incontrava.

Già!... Quella donna, Maya, si era veramente dimostrata la fine del mondo.

Del suo mondo.

 

 ©Sergio Rilletti, 2012