lunedì 13 maggio 2019

LA BALLATA DEL RICCIOLO RIBELLE (Una filastrocca inedita - Versione per Radio SkyLab)

Salve a tutti!... La scorsa settimana sono andato a Londra, a trovare mia nipote, Greta Zaltieri; un’ex-bambina, ormai ventunenne, che sin dalla più tenera età ha coltivato la passione per la musica e per la scrittura creativa.
Ora frequenta con successo la Roehampton University di Londra, riuscendo a rappresentare, tra le altre opere, Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo e Franca Rame, in una sua versione, in inglese, e ottenendo risultati eccellenti. Dati oggettivi alla mano.
Non so se la passione per la scrittura creativa e la relativa tenacia per perseguire i propri sogni le abbia prese da me, ma è un dato di fatto che la breve filastrocca che state per ascoltare, intitolata La ballata del ricciolo ribelle, quando era piccola se la faceva leggere sempre.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)


A Greta,
che, quando era piccola,
continuava a farsela leggere.


Un giorno, un bimbo piccolo piccolo,
andò allo specchio, e si vide un ricciolo.
Lui, che voleva avere i capelli sempre belli,
lo voleva mandare coi suoi fratelli;
ma ogni volta che il pettine lo mandava giù,
il ricciolo si impuntava e ritornava su.

Il bimbo andò nel bosco, prese l’acqua del laghetto
e si bagnò il suo ciuffetto;
quello, che non voleva saperne di stare giù,
caparbio, tornava sempre su.

Fu allora che vide una pietra:
“Con quella nella destra,” pensò,
“il ricciolo forse convincerò!”;
ma poi, a testa china, meditò:
“Sì, ma un gran male mi farò!”.

Poi, rivolto a un albero alto e snello, disse:
“Oh, albero, alberello,
pensaci tu a farmi più bello!”.
Ma l’albero, a questa richiesta,
gli fece cadere tutti i frutti in testa.

E così, stanco e deluso,
si affacciò al laghetto, e vide quell'intruso.
“Però, non è male!”,
si congratulò;
e lesto a casa col suo ricciolo ritornò,
e a tutti quanti, contento, lo mostrò.




©Sergio Rilletti, lunedì 13 maggio 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

martedì 7 maggio 2019

HO COMPIUTO 50 ANNI (Una poesia autobiografica - Versione per Radio SkyLab)

Salve a tutti!... Dovete sapere che, da un bel po’ di anni, io festeggio il mio compleanno con gli amici… quando mi pare, in una data imprecisata che può oscillare tra 21 aprile, che sarebbe il giorno giusto, e la fine di giugno.
Ebbene sì, me la prendo comoda. Praticamente, prima mi assicuro di compiere gli anni, e poi organizzo la relativa festa.
A volte pure sollecitato da qualche mia amica.
Il 6 maggio 2018, esattamente un anno fa, era una splendida domenica di sole, a Milano; e due mie carissime amiche, Marialba e Simona, organizzarono una mega-festa per il mio 50° compleanno, in cui invitarono moltissimi miei amici; anche quelli dei tempi passati. E io, alla fine, sorpresi tutti - organizzatrici comprese - con una poesia, intitolata Ho compiuto 50 anni, che avevo scritto per l’occasione.
Quel giorno la lesse in pubblico il mio amico Niccolò, completamente ignaro di ciò che lo aspettava. Oggi la leggerà Stefano Pastorino, a cui sono molto grato per questa mia rubrica radiofonica settimanale, la cui proposta mi aveva colto proprio di sorpresa.
E oggi, io, facendo finta di avere ancora 50 anni, voglio dedicarla a lui, a voi, e a tutti i miei amici; compresi quelli che, il 6 maggio di un anno fa, non erano potuti venire alla mia festa.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)



Ho compiuto 50 anni,
tra molte gioie e alcuni affanni,
ma, io non posso scordar,
chi, oltre alla mia famiglia,
molto affetto mi sa dar.
Sto parlando proprio di voi, miei cari amici:
alcuni di voi li conosco da tempi proprio lontani,
altri, invece, provengono da tempi molto più vicini.
Dai tempi dell’asilo alle elementari in poi,
nella mia vita c’è sempre stato qualcuno di voi;
a condividere le mie varie passioni:
dai giochi di noi bimbi all’attuale mondo degli scrittori,
dai concerti e teatri alle inevitabili e gustose libagioni.
Col notiziario parrocchiale, e per qualche spettacolo teatrale, collaborai,
e così la mia passione per la scrittura, e alcune mie valide amicizie, rafforzai.
E quando la serale Scuola del Fumetto frequentai,
il caloroso sostegno di alcuni volonterosi amici
e di quattro magnifiche e belle assistenti trovai.
E, dopo un cinemino o una bella chiacchierata,
mi accorgo che i miei ricordi con voi mi riportano indietro nel tempo,
all’epoca di una gita o di qualche bella vacanza:
all’estero, in barca, in montagna,
o semplicemente a Celle Ligure, sulla passeggiata lungomare.
Tante cose, anche se non vi conoscete, vi accomunano,
a cominciare da questo periodo dell’anno,
che, anche se non è mai il 21 aprile,
è sempre, comunque, il mio compleanno;
e le rare volte in cui lo volevo dimenticare,
alcuni di voi mi hanno dato la sveglia,
dicendomi che era ora di festeggiare!
Ma a dire il vero, quest’anno,
lo dobbiamo a Marialba e a Simona
il festeggiamento di questo mio speciale Compleanno:
sono loro che da mesi, senza sosta (o meglio senza siesta),
stanno preparando questo dì di festa.
Ma c’è un altro fatto che vi lega tutti quanti:
che io non vi veda da diverso tempo o solo dall’altroieri,
siete sempre tutti nei miei bei pensieri.
Ed è per questo che, nel ringraziarvi,
c’è una notizia che voglio comunicarvi:
io entro l’anno prossimo me ne andrò,
certo a Milano resterò,
ma comunque casa cambierò;
sì, e come Mister Noir farò,
e da solo, con un assistente, io vivrò;
e chiunque vorrà venire a trovarmi,
a braccia aperte, io, lo accoglierò.
Bene, ora davvero vi saluto,
e vi ringrazio per ciò tutto che insieme abbiamo vissuto:
molte più cose di quelle che ho ricordato,
ma è stata una vera fortuna avervi incontrato
Spero che queste strofe vi abbiano fatto piacere:
sono scritte da un amico scrittore,
che di solito scrive racconti noir e di tensione,
ma che dà all’amicizia un assoluto valore!

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©Sergio Rilletti, martedì 7 maggio 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

lunedì 29 aprile 2019

UN OMETTO DI NOME OMERTO (Una poesia inedita - Scritta per Radio SkyLab)

Oggi, ho deciso di riprendere il discorso dell’omertà di gruppo, che ho subìto diverse volte e che considero un atto di vigliaccheria assoluto - ancora più infame se praticato verso una persona con disabilità -, attraverso una poesia sardonica inedita che ho scritto appositamente per questo nostro appuntamento radiofonico, intitolata Un ometto di nome Omerto.
Non sono sicuro che questo tipo di nome Omerto risulterà particolarmente intelligente amabile e simpatico, ma vi assicuro che è il sunto di una moltitudine di cervelli che ho realmente conosciuto e provato, in diverse occasioni.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)


Salve a tutti, mi presento:
potete chiamarmi Asdrubale, Filomena, Gelsomino, o Carletto,
o anche con nomi più consueti, più di vostro gradimento;
ma, in verità, uomo o donna che io sia,
io sono sempre, e soltanto, un ometto:
un ometto di nome Omerto.
Io mi trucco, rido, faccio l’amico,
ma quel che conta, poi, non lo dico:
la verità io la so,
ma non per questo la dirò.
E che m’importa se tradisco qualcuno che mi considerava un amico:
lui è uno; io, invece, sono un gruppo.
Ah, il gruppo, che bella invenzione:
ti protegge dallo sguardo, stupito, da gufo
e dalle figure da sveglione.
E se faccio una brutta figura, io me ne infischio,
perché tanto non corro alcun rischio;
né a me né a nessun altro importa di fare la figura dei bovini o del gregge,
perché, tanto, c’è Il Gruppo che ci protegge.
In nome del Gruppo, noi non pensiamo, agiamo,
e quel che ci viene consigliato, noi eseguiamo;
e nessuno di noi ha mai la minima responsabilità,
perché nessuno di noi pensa: fa.
A coprirci a vicenda, bene noi facciam,
perché, quello che per i pensanti si chiama omertà,
noi, semplicemente, la chiamiamo solidarietà,
e tutto un altro effetto, subito, ci fa;
sì, perché Il Gruppo non pensa, Il Gruppo fa.
Non è detto che poi, tra noi, tutti ben ci si conosca,
ma, in nome del Gruppo, noi tradiamo
chi più spesso frequentiamo e con cui, magari, ci confidiamo.
Nessuno di noi, in effetti, mente,
perché, qui, nessuno adopera la propria mente;
c’è qualcuno che ci unisce, prestandoci la propria,
e ci dice di usare sempre quella, che cosi non ci accade niente;
ma il fatto che, alla fine, ciascuno di noi faccia la figura del mascalzone
è una cosa che, a nessuno di noi, minimamente sfiora.
Ora c’è qualcuno che, con modi poetici oppure più spicci,
di questo continua ad avvertirci;
ma a me, come a chiunque altro, ormai piace fare la figura da frescone,
che mi fa sentire parte integrante di un gruppone.
Shhht! Ma ora basta, ho detto sin troppo:
non esiste alcun pericolo reale,
ma le regole del gruppo vanno rispettate.
Di molti nostri presunti protetti mi sono già guadagnato l’affetto,
e potrei comportarmi sicuramente meglio, lo ammetto;
ma attenzione, perché, uomo o donna che io sia,
io rimango sempre, e soltanto, un ometto:
un ometto di nome Omerto.


©Sergio Rilletti, lunedì 29 aprile 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

lunedì 8 aprile 2019

MyLife - SOLO!... UNA STORIA DI MOLTEPLICI CAPACITA' (Un racconto autobiografico inedito - Scritto per Radio SkyLab)


Salve a tutti!... Oggi, lunedì 8 aprile 2019, ho deciso di celebrare, con un giorno di anticipo e insieme a voi, il Solo!’s Day, la giornata che ogni anno dedico a ciò che mi capitò Domenica 9 Aprile 2006, al Parco di Monza, e a tutto quello che ne è conseguito.
Fate bene attenzione, perché questa è la storia di come io, partendo da una situazione di svantaggio e psicologicamente devastante, sono riuscito a ottenere tre grandissime vittorie.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)
Non so quanto tempo fosse passato e quante strade avessi già provato, da quando mi abbandonarono in mezzo al Parco di Monza per farsi un giro in risciò, ma sicuramente troppo.
Troppo per me, troppo per i miei nervi, troppo per la mia piccola carrozzina elettrica che rischiava di scaricarsi.
E tutto per l’indicazione di un educatore volpone,
(“Tanto, la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo”),
che poi risultò fasulla.
Così, non avendo più indicazioni da seguire, iniziai a cercare, più volte, una strada alternativa per raggiungere la mia meta finale, tornando spesso, dopo ogni tentativo fallito, nel punto esatto in cui mi avevano abbandonato, nella vana speranza che tornassero a cercarmi.
Ma, ogni volta, trovavo il Nulla.
Mi risolsi, quindi, a cercare aiuto; anche se, con i miei gravi problemi motòri, uniti a quelli specifici dell’articolazione del linguaggio, sarebbe stata un’impresa alquanto improba.
Per fortuna, dopo alcuni che vedendomi sbracciare mi dicevano “Ciao!” e se ne andavano, ce ne furono quattro che si distinsero.
Il primo era un anziano contadino, e lo incontrai addentrandomi in una cascina, sfidando il terreno accidentato, a rischio di ribaltarmi. Sembrava una città fantasma, con i palazzi fatiscenti, e lui, capendo che avevo bisogno d’aiuto, s’interessò. La sua voce era fessa, ma lui no. E quando, per facilitare la comunicazione, gli dissi semplicemente “Cascina Costa Alta”, che era la mia meta finale, lui mi indicò la strada, avvertendomi però che ero a due chilometri di distanza e che avrei dovuto fare una “salita così!”. Ringraziai e, anche se per nulla tranquillo, mi avviai. Ma anche quella strada, come quelle precedenti, dopo un po’ risultò interrotta.
Il secondo era un giovane pattinatore che incontrai appostandomi di fianco a una mappa del Parco di Monza, attirando l’attenzione. Arrivò, e, dopo qualche giravolta sui suoi rollerblade, si fermò accanto a me. Io gli indicai la Cascina sulla mappa, e lui mi indicò la strada. Lo ringraziai, lui se ne andò, e io mi avviai seguendo le sue indicazioni, svoltando, poco dopo, in un viale a sinistra, che però mi sembrava di aver già percorso un’infinità di tempo prima.
E fu qui, quando ormai ero all’apice dello scoramento e della depressione, che feci il mio terzo e quarto incontro. Si trattava d’una coppia di giovani - lei bionda ed estroversa, lui bruno e un po’ più riservato -, che appena mi videro, solo e spaventato, capirono subito tutto, compreso che ero con un gruppo… che mi aveva perso!
Improvvisamente, mi sentii al sicuro, capendo che loro non mi avrebbero abbandonato, e in cuor mio li definii subito, ma proprio subito, “Due angeli custodi mandati da Dio”. Lei, Lisa - che, vedendomi stupito da come mi capiva bene, mi disse, a mo’ di spiegazione, che faceva la maestra -, e il suo amico, seguendo le mie indicazioni presero l’agenda telefonica dalla mia borsa, e, utilizzando il cellulare di lui, riuscirono a rintracciare il gruppo di volontari, e relativo educatore volpone, che mi avevano perso, facendomi venire a prendere.
E questa fu la mia prima, grandissima vittoria!

Ora qualcuno di voi si chiederà: Chissà quanti complimenti avrà ricevuto, chissà in quanti modi si saranno prodigati in scuse e spiegazioni, chissà come avrà fatto Sergio a ritrovare l’educatore volpone e i relativi volontari tra la montagna di cenere con cui si saranno cosparsi il capo?!
Ebbene no. Non è accaduto nulla di tutto questo. Anzi.
Si scatenò un inferno di omertà che proprio non mi aspettavo, e che non solo mi ha impedito di avere il numero di cellulare dei due giovani, che l’educatore volpone e due volontari possedevano e che mi avevano promesso di darmi, ma costringendomi anche a constatare l’unanime disinteresse di tutti i volontari presenti quel giorno, che, pur conoscendomi da anni e avendo la mia e-mail, in modo assolutamente disciplinato decisero di non farsi più sentire.
L’unica cosa che smosse loro e il loro educatore-capo, altrettanto volpone di quello del Parco, fu un’e-mail che inviai - poco prima di Natale - a molte persone di loro conoscenza, e per correttezza anche a loro stessi, informando tutti di ciò che stava accadendo.
Ovviamente, Volpone II fece di tutto, ma proprio di tutto, per minimizzare l’accaduto, ma la valanga di e-mail che gli piovvero addosso chiedendogli spiegazioni, di cui mi riferì in un maldestro tentativo di rimbrottarmi, lo costrinsero a farmi incontrare Volpone I e i relativi omertosi volontari, come stavo chiedendo da mesi.
E questa fu la mia seconda, grandissima vittoria!

Quello che Volpone I, Volpone II, e compagni non sapevano, era che, proprio in quel periodo, Andrea Carlo Cappi stava preparando un numero di M-Rivista del mistero, con la quale collaboravo stabilmente, intitolato Lezioni di paura. Con tutta la paura che avevo provato ma che ero riuscito comunque a dominare, e con la voglia immane di rintracciare la giovane coppia che mi aveva soccorso, colsi al volo l’occasione per scrivere Solo!, un lungo racconto- che potete scaricare gratuitamente dal web - in cui narro, attimo per attimo,tutto quello che avevo vissuto e realmente pensato in quelle due ore diautentico terrore al Parco di Monza.
Anche in questo caso non mi dilungherò nei dettagli, ma questo fu l’inizio di uno strepitoso successo: giornali e riviste, blog, scrittori e scrittrici, persone che conoscevo poco o che non conoscevo affatto, mi manifestarono, tutti, la loro completa solidarietà, attivandosi per diffondere la mia storia. Persino le radio diffusero il mio appello per ritrovare i miei due giovani ed encomiabili soccorritori. E io partecipai a due programmi radiofonici della Rai, di cui uno addirittura in diretta, al quale andai come ospite parlante in studio, incredibile ma vero, in qualità di scrittore.
Tutto ciò, sia ben chiaro, per un numero di cellulare - quello dei miei due giovani soccorritori -, promesso ma mai dato!
E questa fu la mia terza, grandissima vittoria!... A dispetto della mia disabilità e di tutti coloro che pensano, erroneamente, che una persona disabile non possa reagire!

Ora sono passati tredici anni, da quella fatidica Domenica 9 Aprile 2006 che cambiò radicalmente la mia vita, e io di quella brillante coppia di giovani che mi aiutò, di cui parlo anche nel mio libro Le avventure di Mister Noir, dedicando loro un mio racconto, purtroppo non ho saputo più nulla.
Ma io mi ostinerò sempre a ricordarli, sempre nell’annosa speranza di riuscire a rintracciarli e, finalmente, a ringraziarli!


©Sergio Rilletti, lunedì 8 aprile 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

lunedì 1 aprile 2019

FutuRAI - CRONACA DI UN COMUNICATO STAMPA PROVENIENTE DAL FUTURO (Un testo inedito - Scritto per Radio SkyLab)

Salve a tutti!... Quello che state per ascoltare è il primo scoop preistorico del Quarto Millennio.
Sembrerà incredibile, ma proprio oggi, Lunedì 1° Aprile 2019, ho ritrovato un Comunicato Stampa che avevamo ricevuto all’Agenzia giornalistica Hpress nel maggio 2001, ma datato, pensate un po’, 1° Aprile 3001. Ebbene sì, avete capito bene: noi, in redazione, avevamo ricevuto un Comunicato Stampa scritto ben mille anni dopo.
L’ipotesi dello scherzo era stata subito vagliata e scartata: i computer, appena usciti vincitori dal titanico scontro col famigerato Millennium Bug, che avrebbe dovuto compromettere l’intero sistema informatico internazionale, non erano stati programmati per arrivare a datare fino al 3001.
Avevamo subito verificato, ma le altre agenzie stampa non ne sapevano assolutamente niente; eppure l’e-mail era lì, proprio davanti ai nostri occhi, e, data la sua indiscutibile originalità, ora ve lo ripropongo nella sua versione integrale!
                               
Oggi, dopo una riunione svoltasi ai vertici di Viale Mazzini, la Rai ha assunto dieci giornalisti disabili, cinque uomini e cinque donne, a cui affidare la conduzione dei telegiornali delle tre emittenti di Stato.
“E’ ora di finirla!” ha esordito il presidente Zappinga. “Per troppi secoli la nostra azienda ha badato a tutelare i suoi abbonati normodotati dalla visione dei nostri connazionali disabili. Lasciamo la paura del diverso agli autori di fantascienza, noi ci occupiamo di pari opportunità!” Il presidente Zappinga ha poi rincarato: “La Storia parla chiaro. La vicenda accaduta mille anni fa, nei lontani 10 e 17 maggio 2001, in cui Adriano Celentano, un noto showman di quel tempo, ha dovuto - dopo un infortunio avvenuto in diretta televisiva - condurre il suo spettacolo [125 milioni di caz..te, ndr] su una sedia a rotelle, dimostra, in maniera assolutamente inconfutabile, che le persone disabili non solo possono condurre i varietà, ma, a maggior ragione, anche i dibattiti e i telegiornali!”.
Roma, 1 aprile 3001

Le ultime parole del suddetto Comunicato Stampa, che ovviamente all’inizio eravamo propensi ad archiviare come banale scherzo, ci avevano fatto aprire gli occhi sulla sua veridicità.
Effettivamente, in quelle due memorabili serate, il molleggiato aveva parlato seriamente, scherzato, cantato, e ballato… molleggiandosi su una vera e propria sedia a rotelle!
Celentano aveva abbattuto le barriere culturali non parlando di disabilità, ma mostrandola nella sua forma più spettacolare.
Spettacolare, sì, come sinonimo di “qualcosa di affascinante”. Affascinante come un balletto, con tanto di splendide ballerine, che il conduttore - pur avendo solo pochi giorni di esperienza e di dimestichezza come persona disabile - ha saputo rendere bene, in modo vivo e divertente. Divertente come un’elucubrazione cerebrale o un’impennata d’ingegno, che, se associate a un discorso portante, mantengono sempre all’erta l’attenzione dello spettatore.
Elucubrazioni cerebrali e impennate d’ingegno, due doti fondamentali per condurre, in maniera accattivante, un dibattito o un telegiornale. Due doti fondamentali il cui epicentro si trova nella testa, non nei piedi.
Certo, Celentano era stato costretto a condurre su una sedia a rotelle a causa di un infortunio, di cui, peraltro, tutti i telespettatori erano stati testimoni; ma, proprio per questo, le sue performance hanno un valore assoluto; perché, in caso contrario, saremmo stati costretti a catalogarle, e a relegarle, nella pur sublime arte della fiction.
Invece, qui, di finzione non ce n’era proprio stata, e Adriano Celentano aveva condotto le ultime due puntate di quel suo programma da persona con disabilità. E, come dirà il presidente Zappinga tra circa mille anni, questo è un fatto assolutamente inconfutabile!
E se lo sosterrà nel 3001 il presidente Zappinga, il cui nome è già tutto un programma, possiamo anche crederci e, magari, attivarci per anticipare un po’ i tempi!...
Buona Riflessione, e Buon Pesce d’Aprile, a tutti!

©Sergio Rillettilunedì 1 aprile 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino


lunedì 25 marzo 2019

NELLE MANI DI UN FOLLE (Un racconto inedito basato su fatti realmente accaduti - Scritto per Radio SkyLab)


Salve a tutti!... Chi mi conosce da tempo sa che mi piace essere un “testimonial della realtà”, e la vicenda dello scuolabus dirottato alle porte di Milano non poteva certo lasciarmi indifferente.
Così, ho voluto rendere omaggio al coraggio di Ramy e dei suoi compagni, non come cronista ma come scrittore, basandomi sulle notizie fornite dai giornalisti e cercando di dare loro un senso cronologico, narrativo.
Non è stata un’impresa affatto semplice, perché le esigenze di un cronista sono diverse da quelle di uno scrittore, ma spero di esserci riuscito.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)

  Crema, mercoledì 20 marzo 2019, ore 11, pieno sole
L’attività ricreativa all’aperto che avevano svolto a pochi chilometri dalla loro scuola, si era appena conclusa.
Ramy e i suoi cinquanta compagni si stavano avviando verso lo scuolabus che li avrebbe riportati alla Vailati, la loro scuola media. Ad accoglierli, un volto affabile che loro consideravano amico.
Ousseynou Sy, il conducente senegalese di nazionalità italiana, li fece salire tutti,
(Ramy si piazzò nella penultima fila, accanto al finestrino),
chiuse le porte del bus, e partì.
Accanto a Ramy, di origine egiziana, c’è Riccardo, e, davanti a quest’ultimo, Samir, di origine marocchina. E, assieme a loro e agli altri quarantotto compagni, alcuni insegnanti e una collaboratrice scolastica.
Doveva essere un tragitto abbastanza breve, come era accaduto all’andata; ma, guardando fuori dal finestrino, Ramy si accorse che lo scenario era diverso. Ma dove stavano andando?
A uno svincolo, infatti, lo scuolabus aveva cambiato direzione, immettendosi nella Statale Paullese.
E’ sempre così, il terrore inizia in un attimo.
Ousseynou Sy si fermò, si alzò dal posto guida, e, rivolgendosi a tutti con un coltello, urlò: “Ora andiamo tutti a Linate, qui non scende più nessuno!” E, detto ciò, abbrancò la collaboratrice scolastica per un braccio, e, puntandole il coltello alla gola, le ordinò di legare tutti con delle fascette da elettricista.
Lei eseguì, facendo attenzione a non stringere troppo però.
Dopodiché, quando la donna, coltello alla gola, finì di legare tutti, l’autista, con uno spintone, si liberò di lei e andò a prendere la prima delle tre taniche di benzina che aveva nascosto sotto un telo, e iniziò a spargerla sul pavimento; poi prese la seconda, colmò tutti gli spazi che erano rimasti asciutti, anche tra una fila e l’altra, e, col rimanente, impregnò tutte le tendine.

Adam, seduto in una delle ultime file del pullman, tentò di telefonare ai suoi genitori, ma l’autista si voltò verso di lui, che si bloccò; ci riprovò, ma lo sguardo di Sy lo inquadrò ancora. Finalmente, la terza volta, ci riuscì, e avvisò suo padre di quanto stava accadendo.
Nel frattempo, Sy si stava avvicinando, facendosi consegnare da ciascuno il proprio cellulare.
Semir, seduto nella penultima fila accanto a Ramy, valutando che l’autista non lo stesse vedendo, prese il proprio cellulare e lo lanciò sotto il sedile.
Quando Sy arrivò, ordinandogli di consegnargli il cellulare, lui, guardandolo dritto negli occhi, gli disse che l’aveva dimenticato a casa. L’uomo gli credette, completò il giro, e ripartì.
Riccardo, che nel frattempo si era liberato, prese il cellulare di Samir e lo diede a Ramy, che, essendo vicino al finestrino, era comunque meno esposto. Ramy chiamò il 112, e, grazie alla sua padronanza di linguaggio, fece capire al carabiniere in ascolto la situazione e, soprattutto, che non era un film!

Pochi minuti dopo, mentre Ousseynou Sy continuava a guidare verso Linate e a ripetere ai ragazzi che dovevano morire tutti, perché voleva vendicare le migliaia di bambini morti in mare, arrivò un’auto dei carabinieri, partita da San Donato Milanese a seguito della telefonata di Ramy, superò il bus, e gli si mise davanti, zigzagando e compiendo delle manovre per rallentarlo.
Non funzionò.
Ousseynou Sy accelerò, travolgendo l’auto e mandandola fuori strada.
Ne spuntarono altre due, e una di queste si affiancò alla cabina; ma i carabinieri, che erano già pronti a sparare, notarono che Sy impugnava un accendino, e, subito dopo, i ragazzi che si sbracciavano terrorizzati; Sy, sempre con l’acciarino in mano, li avvertì che il pullman era pieno di gasolio. I carabinieri rinfoderarono le armi, ma continuarono a fiancheggiare la cabina del bus e a parlare a Sy.
Nel frattempo, la seconda auto si era avvicinata alla porta posteriore del mezzo, e un carabiniere ne fracassò i vetri per creare una via d’uscita.
Attirato dal trambusto alle sue spalle, Sy si voltò un attimo, giusto il tempo per vedere i ragazzi tentare di sgattaiolare fuori dal bus ancora in movimento; riportò lo sguardo sulla strada, ma ormai era troppo tardi: davanti a lui si era parato un camion, e lui, nella foga di evitarlo, andò a sbattere contro un guardrail.
Appiccò comunque il fuoco e tentò di fuggire, ma i carabinieri lo placcarono subito, ammanettandolo.
Per i ragazzi, invece, solo qualche leggera escoriazione e intossicazione da fumo, risolte subito, nulla di più.

Ora, considerati questi fatti, le forze politiche sembrano tutte concorde, compiuti i dovuti accertamenti, a concedere a Ramy la cittadinanza italiana, accelerando al massimo, a spese del Viminale, le procedure.
Sperando che questo possa accadere, perché un atto di coraggio di questo stampo deve essere premiato in modo eclatante, una cosa è comunque certa: Ramy e i suoi compagni, col loro comportamento, hanno dimostrato, a tutti, cosa sia la vera, unica, autentica, coesione di gruppo!

©Sergio Rilletti, lunedì 25 marzo 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

martedì 19 marzo 2019

GRETA THUNBERG COME MACISTE (Un articolo inedito - Scritto per Radio SkyLab)


Salve a tutti!... Quando ero ragazzo guardavo sempre, affascinato, i film che avevano come protagonista un certo Maciste: un uomo fortissimo che, nell’epoca greco-romana, viaggiando, capitava sempre nel posto giusto al momento giusto, prendendo le difese di un paese oppresso e scaraventando interi massi contro gli oppressori.
Una vera manna per me, e penso per chiunque, vedere un uomo solo che alla fine, grazie alla sua forza di volontà, riesce a far smuovere un intero popolo, facendolo ribellare contro il potere.

Figuratevi la mia sorpresa, e la mia immensa gioia, quando ho scoperto, proprio in questi giorni, che Maciste esiste, e vive e lotta in mezzo a noi!
Vabbe’, non ha esattamente il fisico prestante dell’eroe dei film, non è maggiorenne, e non è neppure di sesso maschile. Però esiste!
Si chiama Greta Thunberg, ha 16 anni, è una minuta ragazza svedese, ed è affetta dalla Sindrome di Asperger, che, simile all’autismo, le compromette le interazioni sociali - provocandole comportamenti ripetitivi e stereotipati -, ma facendole rimanere ben saldi sia lo sviluppo cognitivo che la capacità di linguaggio.
Infatti, nonostante il suo handicap, Greta Thunberg è riuscita a creare il Movimento studentesco internazionale Fridays for Future, diventando una leader e un simbolo a livello mondiale.
Ma… come ha fatto?
Semplice. In Svezia la scuola funziona in modo diverso, e Greta Thunberg, l’anno scorso, frequentava il nono anno di un istituto di Stoccolma, ma il 20 agosto 2018, stufa delle eccessive ondate di calore e degli incendi boschivi che stavano imperversando nel suo Paese, e consapevole che l’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico del 2015 - stipulato poco dopo la chiusura dell’Expo a Milano - era vincolante per tutti i governi del mondo, decide di non andare più a scuola in segno di protesta, piazzandosi tutti i giorni, durante l’orario scolastico, davanti alla sede del Parlamento, lanciando lo slogan “Sciopero della scuola per il clima”.
Ha programmato di farlo fino al 9 settembre 2018, quando ci sarebbero state le elezioni legislative, e l’ha fatto.
Dopodiché è tornata a scuola, mantenendo però la sua forma di sciopero e di protesta sociale il Venerdì, attirando su di sé l’attenzione dei mass media di molte nazioni, dove poi molti ragazzi seguirono il suo esempio - perseguendo il suo stesso obiettivo -, e dando così origine al Movimento studentesco internazionale Fridays for Future (I Venerdì per il Futuro), atto a organizzare manifestazioni per rivendicare azioni preventive contro il riscaldamento globale e il cambiamento climatico, rinunciando alle lezioni scolastiche.
Greta Thunberg ha parlato diverse volte in pubblico, partecipando persino a un importante vertice delle Nazioni Unite.
E Venerdì 15 Marzo 2019 si è tenuto lo Sciopero Mondiale per il Futuro, a cui hanno aderito ben cento nazioni in tutto il mondo, nonché un milione di studenti solo in Italia… sostenuti, con orgoglio, da molti genitori e insegnanti!
A seguito di tale manifestazione, la Commissione Europea ha affermato di aver preso in considerazione le richieste dei giovani e di stare già agendo in tal senso.
E tutto questo, badate bene, grazie a una minuta ragazza svedese, di appena 16 anni, affetta dalla Sindrome di Asperger!

Maciste comparve per la prima volta, col volto e la prestanza fisica dell’attore ligure Bartolomeo Pagano, in Cabiria di Giovanni Pastrone, un film muto del 1914 che si avvale delle didascalie di Gabriele D’Annunzio.
Greta Thunberg non è affatto muta, e con i suoi discorsi ha smosso le coscienze di tutto il mondo, mostrando coi fatti una grandissima verità, che ci coinvolge proprio tutti!... No, non solo quella degli impellenti problemi climatici, ma anche un’altra!
E cioè che tutti possiamo essere diversamente abili!... Basta Solo Volerlo!

©Sergio Rilletti, lunedì 18 marzo 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

giovedì 14 marzo 2019

MyLife - PESCI ROSSI E PESCICANI (Un racconto autobiografico - Versione per Radio SkyLab)

Salve a tutti!... Lunedì scorso ho voluto tenervi *compagnia con un mio ricordo personale di Andrea G. Pinketts.
La storia che ora ascolterete s’intitola Pesci rossi e pescicani, è un mio racconto autobiografico che ho scritto quando collaboravo con l’Agenzia giornalistica Hpress, ed è uno dei primi racconti che feci leggere a Pinketts e ad Andrea Carlo Cappi, il mio futuro mentore. Un mio racconto dallo stile tipicamente pinkettsiano, che scrissi ancora prima di conoscere lo stesso Pinketts, e che ora voglio riproporre per rendergli un ulteriore omaggio.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)

Ora posso dirlo! Ieri, domenica 7 febbraio 1999, la morte mi ha sfiorato, e me ne sono accorto soltanto oggi!

Io generalmente sono contrario alla pesca, soprattutto alla pesca sportiva; anche perché non riesco proprio ad immaginarmi una pesca in tuta da ginnastica mentre fa footing. L’unica pesca che pratico è quella di beneficenza, dove migliaia di bigliettini, tutti accatastati in una boccia di vetro sprovvista d’acqua, attendono pazientemente che qualcuno li sottragga da quella casta ammucchiata. Una volta, partecipando ad una pesca di beneficenza, vinsi un pesciolino rosso in un sacchetto pieno d’acqua; ma queste, si sa!, sono le straordinarie coincidenze della vita.
Esattamente come quelle coincidenze che fanno evitare la lenza ad un pesce, per farla abboccare ad un altro.

Ero andato al Casinò De La Valle di Saint-Vincent con l’intenzione di giocare alla roulette (rigorosamente francese, non russa!), sperando ardentemente che, pescando i numeri giusti, potessi fare un po’ di beneficenza a me stesso.
Percorsi con i miei compagni del Servizio Tempo Libero dell’A.I.A.S. Milano il lungo corridoio verde (il colore della speranza), cercando di captare tutte le sensazioni di quell’irreale silenzio.
Arrivammo in fondo, ai due ascensori. Non eravamo soli: con noi c’erano altre dieci persone, tutte in trepida attesa.
L’ascensore di sinistra arrivò. Lucia, una volontaria, salì con un ragazzo in carrozzina, e, considerata la capienza di 8 persone - come dichiarava il grande cartello posto sopra l’ascensore -, invitò a gran voce altre persone ad entrarvi.
Dopo qualche secondo arrivò quello di destra: quattro persone vi si catapultarono dentro, e, nonostante la loro magrezza, decisero di essere abbastanza obese per non aspettare alcun altro.

Giunto al piano superiore, la mia mente di autore di thriller cominciò a funzionare alacremente: sapevo che in quell’ambiente sfarzoso, in quell’acquario, tutto era finto, e che l’eleganza dei pescatori serviva soltanto a nascondere le dilanianti ferite inferte dai pescicani.
Mi guardai intorno: decine di persone, serissime, che non erano più in grado di vedere la morte in faccia perché era già penetrata nei loro occhi.
Voltando lo sguardo a destra e a sinistra, il mio inconscio decise di premiarmi guidandomi verso l’angelica visione di due hostess, due deliziose biondine in tailleur rosso, due bei pesciolini rossi a guardia di una finta slot-machine che permetteva di vincere, gratuitamente, il portachiavi-ricordo del casinò.
Proseguii, e mi accomodai al tavolo della roulette.
Decisi di pescare non con una canna ma con una rete, puntando su intere serie di numeri. Giocavo con estrema caparbietà; tanto, la Fortuna va a Fortuna, è inutile cercarla altrove. Qualcuno, mi pare Edith, disse che ero il Paul Newman della situazione; in realtà, io mi sentivo come James Bond nel primo (e tragicissimo!) romanzo di Ian Fleming, Casinò Royal.
Imbroccai qualche numero giusto, ma evidentemente pescai anche dei piraňa, che mi divorarono voracemente le maglie della rete. Nella mezz’ora che avevo a mia disposizione persi 60.000 lire. La volta, nonché l’anno, precedente ne avevo perse 100. Quindi, praticamente, questa volta era come se ne avessi guadagnate 40… anche se il mio portafogli si ostinava a darmi torto.

Uscendo dal casinò giocai alla finta slot-machine, concentrandomi più sui due pesciolini rossi che sulla macchina in sé.
Vinsi, e il pesciolino alla mia sinistra mi diede il portachiavi, elargendomi uno splendido sorriso.

Salii in ascensore con Mariangela, la mia deliziosa assistente di quella giornata. Entrarono un presunto padre con un altrettanto presunto figlio.
Il padre - alto, capelli tagliati molto corti, baffi castani, e camicia a mezze maniche tra il rosa e l’arancione - ci salutò cordialmente; il figlio, no. Il figlio, un maggiorenne (visto l’ambiente) con la faccia da adolescente, laccato e vestito di tutto punto in un rigoroso abito nero, fissava, serissimo e impassibile, l’aria davanti a sé: nei suoi occhi, sagome di pescicani continuavano a vagare avanti e indietro senza sosta.
La mia perversa mente di autore di thriller stava galoppando, facendomi immaginare padre e figlio sconfitti e debitori di una cospicua somma di denaro che dovevano racimolare (e restituire!) al più presto.

La cronaca di oggi, lunedì 8 febbraio 1999, ha preceduto qualsiasi mia fantasia: ieri sera, poche ore dopo la nostra partenza, il Casinò De La Valle di Saint-Vincent è stato teatro di un altro tipo di pesca. Una pesca brutta, cattiva, violenta.
Una pesca di pescicani.
Una pesca di strozzini.
Una pesca marcia.
Una pesca andata a buon fine, compiuta non con una rete ma con una canna. Una canna calibro 9.


©Sergio Rilletti, lunedì 11 marzo 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

mercoledì 6 marzo 2019

MyLife - IO E ANDREA G. PINKETTS: 21 ANNI SENZA FOTO (Un mio ricordo personale - Scritto per Radio SkyLab)



Salve a tutti!... Mi sembra incredibile, ma, dopo 21 anni di amicizia con Andrea G. Pinketts, mi sono accorto di non avere una foto da solo con lui.
Ho molte immagini video, tratte dalle presentazioni di libri che abbiamo fatto insieme, e pure alcune foto, dove però siamo ritratti con altri; ma una foto solo con me e lui, no, non ce l’ho proprio.
Eppure la sera in cui ci conoscemmo, il 27 novembre 1997, un fotografo ce la fece subito, appena entrammo al Boulevard Café di Milano; ma poi né io né la mia amica Federica, che fu fondamentale nel tessere i miei primi rapporti con Pinketts, avemmo il coraggio di chiedergliela.
Io lo so che, in questo mio ricordo, tralascerò tantissime cose, ma, pur non essendo un pittore, spero comunque di delineare un quadro vivido di questo bel soggetto.

Innanzitutto, il mio primo incontro con Pinketts lo si deve soprattutto a un mio errore… e alla grande disponibilità di Pinketts verso gli altri.
Infatti, un giorno, leggendo frettolosamente la IV di copertina de Il senso della frase - un autentico ottovolante di giochi di parole con cui Pinketts vinse il Noir in Festival di Courmayeur -, capii che Pinketts avesse fondato una reale Scuola dei Duri a Milano… esattamente come Alessandro Baricco aveva fondato la sua Scuola Holden a Torino. Così, insieme a Federica, telefonai alla Feltrinelli chiedendo informazioni; e loro, spiegandomi che la Scuola dei Duri era in realtà un Movimento letterario, mi diedero subito, senza neanche bisogno di chiederlo, il numero di telefono di Pinketts!... Un fatto sorprendente, impossibile senza la sua diretta autorizzazione, che mi dimostrò subito, ancora prima di conoscerlo, la grande disponibilità di Pinketts verso il prossimo!
E fu così che cominciai a frequentare il suo celeberrimo Seminario tra Giallo e Bar, ovvero delle spassose serate culturali, di presentazioni di libri, che conduceva assieme ad Andrea Carlo Cappi, che poi diventò il mio mentore.

Poi, nel corso degli anni, la nostra amicizia si rafforzò; complice anche la città di Celle Ligure dove Andrea G. Pinketts e Daniele G. Genova fondarono un loro fan club al Charly Max, un locale storico, chiuso solo di notte, ora ben gestito da una coppia di miei amici.
Io andavo a trovarlo lì, da solo con la mia carrozzina elettrica; e, anche se lui non mi capiva quando parlavo, riuscivo comunque a comunicargli la mia stima e la mia vicinanza, che lui, con poche parole da “duro dal cuore di meringa” - come l’aveva definito Fernanda Pivano -, ricambiava.

Pinketts non era solo un pirotecnico autore di noir, vincitore tra il 1984 e il 2006 di una marea di premi, e insignito di un’alta onorificenza per meriti letterari in Francia, ma è stato anche un modello, un coraggioso giornalista investigativo (contribuendo, tra l’altro, all’incriminazione della Setta dei Bambini di Satana), un finto disabile e un finto barbone (sempre per fini giornalistici), un attore, un poeta (introducendo tutti i suoi romanzi con una poesia), e un conduttore televisivo (Videoparade, di Joe Denti, è il programma in cui lo notai).
Inoltre ha curato L’Enciclopedia dei Serial Killers, ha scritto una canzone per il libro/cd Liscio assassino della Banda Putiferio, dal suo romanzo Fuggevole turchese ha tratto il musical teatrale Orco Loco, interpretato da Francesco Baccini… col quale poi ha interpretato il film Zoe di Giuseppe Varlotta; la canzone L’acchiappanani di Baccini è ispirata all’omonimo racconto di Pinketts, mentre Claude Chabrol avrebbe voluto trasformare il suo romanzo Il conto dell’ultima cena in un film.
E infine, Pinketts, scrisse un racconto per me; per Capacità Nascoste – La prima antologia diversamente thriller che curai con Elio Marracci, in cui affrontò il tema della disabilità con grande umiltà, attraverso un thriller paradossale intitolato Lalalalala Làlàlàlàlà, chiedendomi più volte, anche per telefono, se andasse bene. E dedicandomelo ufficialmente, tempo dopo, quando lo ripubblicò nel suo libro Ho una tresca con la tipa nella vasca.

Io, Pinketts, e l’inossidabile Andrea Carlo Cappi, facemmo molte presentazioni insieme, sia di Capacità Nascoste sia del mio libro Le avventure di Mister Noir, sfidando, con discreto successo, persino una serata del Festival di Sanremo!... E quando invece ero semplicemente tra il pubblico… Pinketts trovava il modo di coinvolgermi comunque!

Ora Pinketts non c’è più, il 22 dicembre scorso l’enorme Chiesa di Sant’Eustorgio a Milano era gremita di affetto e gratitudine. E domenica 17 febbraio, a Ispria, gli è stato conferito, purtroppo postumo, il Premio Mario Berrino alla Carriera; e ora è in corso una petizione on-line, sostenuta a furor di popolo, per iscrivere Pinketts al Famedio di Milano, dove riposano i Grandi.
E, a proposito della sua Grandezza di spirito, non posso concludere questo mio ricordo senza citare una sua fulminante battuta, che lui stesso amava ricordare spesso. Infatti, una sera, durante un’intervista che gli feci al Boulevard Café per conto dell’Agenzia giornalistica Hpress - assieme a Federica -, a proposito della disabilità lui mi disse: “Tra me e te, il vero disabile sono io; perché tu capisci tutto quello che dico io, mentre io ho bisogno della tua amica per capire quello che dici tu!”.
Che dire? Davvero un Grande!

©Sergio Rilletti, lunedì 4 marzo 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

lunedì 18 febbraio 2019

MISTER NOIR: PORTATORE DI PAZIENZA (Un audioracconto inedito - Letto, per la prima volta, da Stefano Pastorino nel suo programma "NOI" in onda su Radio SkyLab)


Salve, sono Mister Noir: detective privato di Milano. Mi sembra incredibile che riusciate a sentire i miei pensieri tramite la radio; ma, se sta accadendo, vuol dire che è proprio così.
E per fortuna!
Perché, nella vita, c’è chi nasce con la camicia e chi nasce con la carrozzina; io sono nato con la carrozzina, un mezzo di locomozione portatile che va con un insolito carburante: la pazienza.
Mia!
Ora voi state magicamente sentendo ciò che sto pensando, ma di solito, con la mia tetraparesi spastica che mi ostacola molto nei movimenti e nel linguaggio, non è affatto così semplice; anzi: devo entrare in empatia col normodotato, dargli fiducia, e indurlo a continuare il dialogo senza scoraggiarsi mai. Anche se, a volte, il normodotato in questione non capisce proprio un tubo di ciò che dico, e mi fissa.
Ma la pazienza non mi serve solo a questo, ma anche per compiere determinate azioni.

Una sera ero ospite a casa di un amico, e, quando la mattina dopo mi svegliai, cominciai a chiamarlo a gran voce. Non ottenendo alcuna risposta decisi di scendere, pazientemente e a mio rischio, dal letto, per andare a vedere cosa stava succedendo.
La porta era di fronte a me, sulla sinistra, tra una parete laterale e un armadio.
Iniziai a scendere, prima con le gambe, mettendo a dura prova l’elasticità della mia spina dorsale, e poi, ruotando, con il tronco, atterrando di schiena sul pavimento. Mi girai bocconi e strisciai verso la porta incuneandomi tra la parete e l’armadio. Con un movimento da contorsionista mi misi su un fianco, afferrai la porta per lo stipite, e la tirai a me facendo attenzione a non sbattermela in faccia. Semincastrato in diagonale tra la parete e l’armadio, compii dei micromovimenti per abbassare il più possibile la spalla destra e farle superare la porta, aprendola poi completamente. Strisciai fino in cucina. Il mio amico era lì, steso a terra, col cellulare accanto. Mi misi a carponi, e, non potendo certo pensare di farmi capire da quelli del 118, ben volenterosi ma pur sempre dei semplici normodotati, telefonai a sua moglie, che venne subito con i soccorsi.

Ne parlai col dottor Mario Bianchi, un nome che pensavo esistesse solo nei fac-simile dei documenti; non era un medico, ma un bravo giornalista… che in effetti, quando scriveva, curava le parole. Lui mi intervistava, e io rispondevo scrivendo al computer.
C’era solo un problema: era un serial killer di persone con disabilità. E io ero lì per incastrarlo.
Ma questo, abbiate pazienza, ve lo racconterà meglio il mio biografo una prossima volta volta!...

©Sergio Rillettilunedì 18 febbraio 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino