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mercoledì 29 luglio 2026

MIO INTERVENTO SUL "CANTICO DELLE CREATURE" DI SAN FRANCESCO D'ASSISI (Letto durante la S. Messa alla Chiesa di San Francesco al Fopponino)


 

Il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi richiama, sin dal titolo, due sensazioni meravigliose: la melodia della musica & del bel canto e le creature  favolistiche delle fiabe & del fantasy.

E lo offre, in forma d’amore, a Dio, come lode a tutto il Suo Creato.

E lo mette in chiaro da subito: Lodato tu sia, mio Signore, per tutte le tue creazioni.

E, detto ciò, inizia specificando specialmente per il  fratello sole, esaltando il fatto che ci illumina durante il giorno.

Ma Francesco di Bernardone, il vero nome di San Francesco, non allude semplicemente a un’illuminazione esterna, che comunque è utilissima per non andare a sbattere contro gli ostacoli, ma a una luce che penetra sin dentro il nostro animo, illuminandoci nelle scelte.

Poi, piano piano, cala la notte, il periodo più buio della giornata, quello dove si affastellano tutti i pensieri più cupi. Ma Francesco, volgendo lo sguardo al Cielo, loda Dio per sorella luna e le stelle, che in effetti, pur non essendo possenti come il sole, emanano comunque il loro chiarore.

E il futuro San Francesco, quando scrisse questo cantico, aveva gravi problemi di vista (e svariati altri tipi di handicap); quindi era, a tutti gli effetti, una persona con disabilità.

Esattamente come me.

E io lo capisco bene, quel Francesco, perché anch’io sono uno scrittore, e anch’io, a causa della mia disabilità, ci impiego un’infinità di tempo a digitare una frase; sicuramente molto di più che a pensarla. Ma, nonostante ciò, scrivere è l’unica cosa che mi fa sentire veramente bene; perché mi permette di comunicare al mondo esterno, anche a chi non conosco, i miei pensieri, il più delle volte pure divertendo.

Ed è grazie a un racconto, Il labirinto magico, che una magica sera dell’autunno 1987, ed esattamente domenica 15 novembre 1987, che conobbi la fondamentale Simona, anche oggi qui al mio fianco, e un gruppo di ragazzi, e soprattutto di ragazze, che si trasformò nel nucleo principale delle mie amicizie, basilare per la mia nuova vita.

Ebbene sì; perché io, come Francesco, ho avuto due vite: una prima e una dopo quella fatidica domenica 15 novembre 1987.

Prima vivevo una vita casa-scuola-casa. Una vita comunque soddisfacente, perché avevo una famiglia (madre, padre, sorella) che mi faceva vivere una vita il più normale possibile (viaggi in camper, tutti insieme, compresi). E io ero talmente sereno che non avevo voglia, né tanto meno sentivo la necessità, di ampliare i miei orizzonti e le mie conoscenze.

Poi mi si è aperto un mondo, anzi un intero universo, di cui non sospettavo l’esistenza.

Io dico, da sempre, che Simona è un fiorellino; ma, in realtà, lei è il sole. E’ lei che, con il suo radioso sorriso e il suo caloroso interesse, mi ha catapultato alla scoperta di un mondo, e di relative creature, che non conoscevo.

E poi ci sono gli altri miei amici, tutti preziosi e rassicuranti come le stelle del firmamento, che sanno tenermi compagnia ma anche confortarmi nei momenti più bui: come un innamoramento non corrisposto, o come un’omertà di gruppo, una delle  esperienze più dolorose che ti possa capitare, perché ti trafigge il cuore come la morte contemporanea di più persone in cui credevi e di cui ti fidavi.

Sì. Sono proprio stelle rare e preziose, gli amici.

E poi esistono le stelle comete, che possono apparire in qualunque periodo dell’anno. Anche lontano dal Natale.

Io una stella cometa l’ho conosciuta, vent’anni fa: domenica 9 aprile 2006, in pieno giorno, al Parco di Monza.

Era una splendida coppia di giovani - un lui e una lei - che, trovandomi a girovagare da solo e spaventato sulla mia piccola carrozzina elettrica, capirono tutto, ma proprio tutto, in maniera assolutamente encomiabile.

Ora non scenderò nei dettagli, che potrete leggere nel mio prossimo libro, ma il Signore mi diede il consiglio giusto e la forza di metterlo in atto: descrissi quella mia avventura nel racconto autobiografico Solo!, nell’annosa speranza di rintracciare i miei due giovani soccorritori; e, grazie all’attivo interessamento di Simona, il mio sole, riuscii persino ad andare a parlarne, insieme a lei, in un programma radiofonico di Rai Radio Due.

Forse è proprio questo il senso ultimo del Cantico delle Creature: ricordarci che il Signore ci dà sempre tutto quello di cui abbiamo realmente bisogno. Anche se, magari, in una forma un po’ diversa da quella che ci aspettiamo.

E se qualcuno all’inizio si fosse un po’ stupito che abbia accostato il Cantico al genere fantasy, sappia che per me tutto il Creato è qualcosa di magico; e sono anche convinto che i miei amici, e soprattutto le mie amiche, mandatimi dal Signore, sono tutti delle creature magiche!


©Sergio Rilletti, domenica 24 maggio 2026, ore 11.30  -  Letto da Simona Pirola

 

martedì 28 luglio 2026

LA POTENZA DELLA FRAGILITA' (Il mio intervento durante l'omonima serata al Teatro della Parrocchia di Gesù Buon Pastore con Guido Marangoni)


Salve a tutti, e Benvenuti a questa serata dal titolo fortemente evocativo: La potenza della fragilità.

Innanzitutto, devo precisare che, anche se ufficialmente appartengo alla categoria delle persone fragili, io non mi sento affatto fragile. Tant’è che, quando in televisione sento nominare la categoria delle persone fragili, devo subito appuntarmi di farne parte e prestare attenzione.

In effetti, è un po’ difficile considerarsi una persona fragile quando si ha una famiglia che ti fa vivere una vita normale, pienamente integrata (viaggi in camper compresi), e che ti aiuta a coltivare le tue passioni (tra cui la lettura e, soprattutto, la scrittura creativa) e i tuoi sogni.

Poi, la sera di domenica 15 novembre 1987, a causa di una lunga concatenazione di eventi fortuiti, o di un accurato disegno divino (come mi piace sostenere), durante l’annuale festa di quartiere - che quell’anno coincideva con quella parrocchiale -, a Villa Radice Fossati conobbi Simona.

E, da quel momento in poi, la mia vita cambiò. Anzi, si rivoluzionò completamente.

Non so quanto lei avesse già capito l’importanza che aveva la scrittura creativa per me (lei riesce a leggermi nel pensiero, anche quando parliamo al telefono), ma le sue prime parole furono: “Sei tu Sergio?... Ho letto il tuo racconto: è bellissimo!”.

Il racconto in questione era Il labirinto magico, che avevo scritto, con il benestare di don Serafino Marazzini, per un libretto della Parrocchia San Martino in Villapizzone.

Io cominciai improvvisamente a interessarmi alle attività parrocchiali e a frequentare l’oratorio. Simona iniziò a venire a trovarmi a casa, tutte le settimane, e ogni settimana pretendeva, ma proprio pretendeva, almeno tre novità… che potevano essere in campo artistico e/o relazionale.

In campo artistico, sapendo e condividendo la mia passione per la scrittura creativa, voleva sempre leggere qualche mio racconto. Ed era un’esperienza fantastica, inimmaginabile, sentirla leggere i miei racconti; perché, durante i dialoghi, lei riusciva sempre a indovinare e interpretare il tono che adoperavano i vari personaggi, ben prima di leggerlo alla fine del virgolettato.

Simona, evidentemente, non leggeva solo nella mia mente ma pure in quella dei miei personaggi.

In campo relazionale, invece, Simona non solo mi stimolava a uscire, affrontando anche realtà in cui non c’era lei, ma, da autentica mental coach, mi dava preziosi consigli su come comportarmi con le ragazze che mi erano simpatiche, e, con la sua ironia, mi demoliva dei problemi che in effetti non erano tali. E se quando andavo in vacanza con l’AIAS Milano mi trovavo in difficoltà con qualche persona, telefonavo a lei.

Insomma, un autentico fiorellino… come la soprannomini in un resoconto d’un pellegrinaggio che avevamo fatto a Lourdes.

Ma quel 15 novembre 1987 non conobbi solo la fondamentale Simona, ma anche uno stuolo di ragazzi, e soprattutto di ragazze, dell’oratorio, che avrebbero costituito la rete più importante delle mie amicizie, consolidandosi non solo nei ritiri spirituali in una baita a Saint-Nicolas - dove Simona mi trascinò, a forza di braccia, a vedere uno splendido panorama chiamato il presepe - o in un monastero al Passo del Sempione, ma anche in vacanze a Celle Ligure (senza familiari) e persino nel mio primo Capodanno fuori casa e leggermente fuori porta. A Cannes.

E l’interesse di Simona per la mia attività di scrittore e per la mia passione dei fumetti l’ha indotta a invitarmi a iscrivermi a un corso serale di sceneggiatura alla Scuola del Fumetto. Una proposta che all’inizio fece annichilire mia madre; ma che poi, grazie ai miei genitori, a Simona e a una compagine di amiche - che si alternavano ad assistermi durante le lezioni -, e a don Serafino e a una compagine di amici - che invece si alternavano come autisti per l’andata o il ritorno -, sono riuscito a concretizzare in un’esperienza memorabile; anche con i docenti e i compagni di classe.

Non solo. Ma un’altra amica di quella compagnia, Francesca, anni dopo mi accompagnò a un corso di scrittura mystery dove conobbi Mario Gombòli, direttore editoriale di Diabolik, che negli anni portò i suoi frutti; mentre Federica, sorella di Simona, vinse la sua proverbiale timidezza per accompagnarmi agli incontri letterari di Andrea G. Pinketts & Andrea Carlo Cappi, che mi presero sotto la loro ala introducendomi nel magico mondo del noir.

E tutto questo, e molto altro ancora, è accaduto perché domenica 15 novembre 1987 ho conosciuto Simona… e per tutta la serie di eventi che ne è conseguita.

Quindi, considerando tutta la tenacia che mi ci è voluta per affermarmi come scrittore, no, non mi sento affatto una persona fragile.

 

Tuttavia, nella mia vita, ci sono stati anche due momenti particolarmente bui: un innamoramento non corrisposto, che mi impediva letteralmente di vivere, e un aberrante caso di omertà di gruppo, che però, grazie anche a Simona, riuscii a ribaltare a mio vantaggio.

Nel primo caso, lei, Francesca, e Michela, si sono mostrate tre amiche vere, le uniche che hanno avuto il coraggio e la tenacia di non abbandonarmi in quel periodo nero in cui ero poco socievole, standomi sempre vicino con costanza. E Simona, in modo particolare, mi aiutava sì a organizzare delle serate in cui invitava anche lei, Pinuccia (chiamiamola così), ma ammonendomi allo stesso tempo, in modo abbastanza rude, che avrei dovuto uscire comunque, che lei avesse accettato l’invito oppure no.

Il secondo caso, invece, ha una data e un luogo di inizio ben precisi: domenica 9 aprile 2006, Parco di Monza, ore 13.10 circa.

Fu lì che ebbe inizio la vicenda, un vero e proprio thriller psicologico che nei mesi successivi si tramutò in un noir, che intitolai Solo! (con tanto di S maiuscola e punto esclamativo finale). Fu lì, al Parco di Monza, che un gruppo di volontari guidati da un educatore volpone mi abbandonò sulla mia piccola carrozzina elettrica per farsi un giro in risciò… dandomi solo un’indicazione sommaria per raggiungerli, che poi risultò impraticabile. Dopo due ore di assidui tentativi per cercare una strada alternativa e per chiedere aiuto incontrai una splendida coppia di giovani - un lui e una lei -, che capì tutto, ma proprio tutto, e, attraverso un piccolo giro di telefonate - suggerito da me - riuscirono a rintracciare l’educatore volpone e a farmi venire a riprendere.

Una coppia come quella, che oltretutto aveva avuto un comportamento assolutamente encomiabile, meritava di essere ringraziata come si deve, ma non mi fu possibile, perché le persone che erano entrate in possesso del loro numero di cellulare non me lo diedero mai. Non solo, ma tutte le persone coinvolte fecero finta, da subito, che non fosse accaduto nulla.

Ora non scenderò nei dettagli, che potrete leggere nel libro che uscirà tra qualche mese in occasione del Ventennale di questa vicenda, ma questa odiosa cappa di omertà, che proprio non mi aspettavo, mi provocò un forte senso di ribellione.

E la potenza della fragilità, sottovalutata proprio perché celata dalla mia disabilità, si manifestò in tutta la sua maestosità.

Approfittando della mia assidua collaborazione con M-Rivista del Mistero - fondata e diretta da Pinketts e Cappi -, scrissi Solo!, sia per tentare di rintracciare i miei due giovani soccorritori, sia per far conoscere questa vicenda che qualcuno voleva insabbiare, generando un’immaginabile serie di reazioni a catena che mi consacrarono come scrittore. E Simona, indignata per il silenzio omertoso di chi mi aveva abbandonato e dei loro responsabili, mi fece mandare un appello alle radio… che lo diffusero, mostrandomi anche solidarietà con le loro e-mail. Un’iniziativa, quella della mia super-amica, che oltretutto mi permise di partecipare a due programmi radiofonici della RAI: Tutti i colori del giallo, di Luca Crovi, e Diversi da chi?, di Ilaria Maria Sotis.

Ma la realtà può fondersi con la fantasia, e la vicenda di Solo! e di Tutti i colori del giallo diventarono il tema del romanzo breve Assalto alla RAI, dove Mister Noir ed Elena Fox, i due detective privati protagonisti dei miei thriller umoristici, si trovano a dover salvare la vita a me,  a Simona, e a Luca Crovi, combattendo contro un’organizzazione criminale chiamata La Spada di Damocle che vuole l’assoggettamento delle menti e l’annientamento di chi osa ribellarsi e di coloro che li aiutano.

La fusione tra fantasia e mia autobiografia avviene anche in altri racconti, tra cui Tre primi incontri, dove Mister Noir, dopo aver incontrato per la prima volta Elena Fox alla Villa Radice Fossati, nota il primo incontro tra me e Simona, decidendo di prendermi come suo biografo personale; e la somiglianza e il parallelismo tra le due coppie è inevitabile, tanto che, spesso, veniamo confusi con i nostri due alter ego.

Ebbene sì. Perché quando si tratta di me e Simona, o di Mister Noir ed Elena Fox, tutto può accadere.

Anche una serata come questa!


©Sergio Rilletti, lunedì 18 maggio 2026  -  Letto da Simona Pirola


sabato 30 novembre 2024

MyLife - LA SECONDA PIZZATA DELLA RINASCITA (Una poesia autobiografica inedita)


Cari amici, ben arrivati

alla Seconda Pizzata della Rinascita:

cinque anni sono passati

da quella serata così magica.

Io in quell’occasione vi radunai

perché l’anno prima, per miracolo, mi salvai,

e amici, consolidati e inaspettati, ritrovai:

in quei giorni di ospedale così turbolenti

mi si erano affollati incertezze e mille tormenti;

ma una promessa, fatta ad amici, avevo sempre in mente,

e il pensiero di quel mio impegno, ogni dì vivo mi mantenne.

Poi quel progetto è mutato,

non più un film ma un romanzo è diventato:

una lunga e unica storia che, tanto per cambiar,

ha sempre a che fare con Mister Noir.

Ma un altro grande progetto, cinque anni fa, vi avevo annunciato,

che poi, a un certo punto, sembrava sfumato.

Ora però ho preso in mano io la situazione,

e, finalmente, sembra profilarsi una buona soluzione:

andrò ad abitare vicino a Casa Caldera,

dov’è svanita nel nulla l’équipe della Vecchia Era:

solo lo spazio libero del cortile vi condividerò,

e in un appartamento con una assistente, io, da solo, vivrò.

Non so bene quanto tempo ci vorrà,

ma tra qualche mese, comunque, questo accadrà.

E sapervi sempre così vicini, cinque anni fa come ora,

forza mi infonderà e un gran bene, certamente, mi farà!

 

©Sergio Rilletti, giovedì 21 novembre 2024

(Letta da Sergio Malacrida al Ristorante-Pizzeria "Dai 2 fratelli" di Milano)

giovedì 24 ottobre 2024

MyLife - 90 E 56 (Un mio dipinto "a parole" di mia mamma)


Novant’anni vengono una volta sola nella vita; così come 56, d’altronde.

E 90 e 56 hanno diverse cose in comune.

Innanzitutto sono entrambi caparbi: se hanno un obiettivo, o un mistero da risolvere, non c’è nulla che possa fermarli.

Poi sono entrambi inclini alla bontà e al perdono. Be’, 56 forse fa un po’ più di fatica, perché è abituato a vedere con gli occhi e a ragionare con la mente. 90 no; 90, che a differenza di 56 è una donna, vede e ragiona sempre e solo con un altro organo: il cuore. Quindi non solo, come 56, non riesce a vedere il male dove non c’è - che è una prerogativa molto più rara di quanto si possa pensare -, ma, addirittura, quando qualcuno la ferisce e la fa soffrire, lei, grazie a uno speciale e potentissimo microscopio installato nella sua anima, alla fine riesce a intravedere degli atteggiamenti di scusa, impossibili da scorgere a occhio nudo, e quindi a perdonare sempre, chiunque.

Lei è la bontà e la generosità fatta a persona, ha un animo fanciullesco e colorato come un caleidoscopio, e si prodiga sempre verso gli altri, in qualunque modo possibile, facile o difficile; che siano persone a lei molto ben conosciute, poco conosciute, o semplici e casuali passanti, lei le aiuta comunque. E se qualcuno per strada la ringrazia o le dona un complimento o un sorriso, lei, una volta tornata a casa, con candido stupore comincia a chiedersi: Perché?.

Appartenendo al segno zodiacale della Bilancia, a differenza di 56 che è un Toro, procede, come un funambolo munito di piatti di porcellana, sul filo della vita, gestendo situazioni che rischierebbero di crollare frantumandosi al suolo.

Io, 56, in qualità di suo figlio, arranco per cercare di essere alla sua altezza. Sono perfettamente consapevole che è assolutamente impossibile, ma almeno ci provo!

E, in ogni caso, sono molto, molto, molto orgoglioso di averla come madre.

 

BUON 90° COMPLEANNO, CARA MAMMA!


©Sergio Rilletti, mercoledì 23 ottobre 2024 – ore 15.13

“pro” lunedì 21 ottobre 2024

 

lunedì 2 settembre 2024

PAROLA DI SCRITTORE (2x09): IL MIO NOME E' PLAYLIST (Un intervento filosofico-autobiografico inedito - Scritto per Radio Skylab)

Salve a tutti, e Benvenuti a questa nona e ultima puntata, almeno per questa stagione, di Parola di Scrittore!

A volte incappo in persone normodotate, che conosco bene, che si lamentano della propria vita e della propria solitudine. E quindi io, che - nonostante le mie notevoli difficoltà motorie -, grazie a una serie di scelte di vita ben precise sono un esempio dell’esatto contrario, avevo deciso di dedicare questa puntata a questo argomento. Tuttavia, il clima caldo ma spensierato dell’estate mi induceva a cercare un tema più distensivo; così, mi è venuta in mente un’idea alternativa, un giusto compromesso: trattare quest’argomento attraverso un’immaginaria playlist di tre canzoni particolarmente significative per me.

Quindi, parafrasando una celebre canzone contro la guerra dell’eclatante trio Ligabue-Piero Pelù­­-Jovanotti, il titolo di questa puntata, inevitabilmente, è: Il mio nome è Playlist.

Il primo titolo di questa mia playlist è, ovviamente, Uno su mille, uno dei più grandi successi di Gianni Morandi. Avevo 17 anni quando, in tv, la sentii per la prima volta: un vero e proprio inno alla perseveranza e alle proprie capacità, che decisi di adottare subito, ma proprio subito, come colonna sonora del mio sogno di diventare uno scrittore famoso.

Un sogno che, come tutti i sogni che si rispettano, e come insegna il bellissimo film Million dollar baby di Clint Eastwood interpretato da Hilary Swank (anche se poi, nella seconda parte, cambia decisamente argomento), ho dovuto inseguire per anni con profonda dedizione e pervicacia, cogliendo al volo ogni opportunità, andandole pure a cercare quando non si presentavano da sole, e compiendo vere e proprie scelte di vita che mi facessero rimanere sempre in costante contatto col mondo della scrittura (in qualunque sua forma e dimensione).

E quando nel 2001 Andrea Carlo Cappi, in qualità di Direttore Editoriale di M-Rivista del mistero, decise di cominciare a darmi costante fiducia (pubblicando, tra le altre cose, le prime avventure di Mister Noir e Solo!, il mio racconto autobiografico per eccellenza - CLICCA QUI), io iniziai a darmi tenacemente da fare, cercando (e trovando) sempre un modo per collaborarvi. Eh, sì; perché lui era intenzionato ad aiutarmi ad affermarmi come scrittore, ma io dovevo dargli l’opportunità di farlo!

E così, oltre alle molte soddisfazioni personali - tra cui collaborazioni con autorevoli scrittori -, arrivarono pure la Civettina d’Oro per meriti culturali, questa mia rubrica radiofonica (credo la prima, in assoluto, con questo tipo di format), e, recentemente, un’inaspettata intervista, di prossima pubblicazione, che ho rilasciato a una rivista scientifica della prestigiosa Università Complutense di Madrid.

Uno su mille ce la fa! Ma com’è dura la salita; in gioco c’è la vita!” declama Gianni Morandi nella sua canzone.

Ecco. Io non mi considero ancora uno scrittore famoso, ma se non mi fossi impegnato così a fondo sarei rimasto solo un eterno sognatore a occhi aperti… e non avrei mai raggiunto tutti questi (e molti altri) risultati.

Il secondo brano di questa mia playlist è Hey man di Zucchero, che ho anche citato durante il mio intervento per la Civettina d’Oro (CLICCA QUI), a Celle Ligure; un brano sul valore dell’incontro, anche occasionale, con il prossimo, conosciuto o no, e, quindi, sul valore dell’amicizia.

Io, quando sono a Celle Ligure, vado in giro da solo, e mi fermo a parlare con le persone. Lo faccio dall’età di 19 anni, da quando ho potuto iniziare a uscire da casa con la mia carrozzina elettrica. Spesso sono persone che conosco, altre volte no; ma io mi fermo comunque, dedicando loro del tempo e la mia attenzione, qualunque età abbiano.

Per esempio,  anni fa, ogni volta che passavo davanti alla Casa di Riposo N.S. di Misericordia, incontravo un terzetto di anziani, capeggiato da una certa signora Rosa, che mi fermavano per un veloce, e ben augurale, scambio di battute. Un doppio-appuntamento giornaliero a cui aderivo molto volentieri, sapendo che, a loro volta, attendevano con gioia il mio passaggio.

E così, scorrazzando avanti e indietro per le strade di Celle Ligure, mi sono fatto molti amici, diversi dei quali ho ancora oggi.

Ma l’amicizia è un bene prezioso, che deve essere sempre coltivato, senza remore.

Io ho molti amici, e soprattutto molte amiche, che riunisco una volta all’anno per la mia festa di compleanno; una ricorrenza fissa che mantengo da 35 anni, sapendo che alcuni di loro ci tengono proprio… arrivando persino a richiedermela.

Sì, certo, ci sono certi amici che rischierei di non sentire e di non vedere proprio più se non fossi io a chiamarli, ma l’entusiasmo che sento nella loro voce quando li chiamo mi fa deporre l’orgoglio e continuare a mantenere, così, i rapporti.

Hey man, vieni e canta insieme a me, da questa parte della strada” invita Zucchero nella sua canzone.

Ecco. Se io non mi fossi comportato e non mi comportassi tuttora come ho raccontato - o, peggio ancora, se mi fossi rinchiuso in casa e isolato -, non solo a Celle Ligure non sarei così popolare, ma non avrei neanche così tanti amici.


Il terzo (e ultimo) titolo di questa mia playlist è Eh… già di Vasco Rossi, un brano sulla forza di volontà per superare, senza accettare loschi compromessi, le avversità. Un brano che da quando, verso la fine del 2018, dopo 32 giorni di degenza, sono uscito rinato dal reparto Medicina 3 dell’Ospedale Sacco di Milano, ho fatto mio.

Io ho la fama di essere un duro, un combattente, e in qualche puntata di Parola di Scrittore l’ho pure dichiarato apertamente, raccontando alcuni fatti al riguardo. Ho dovuto cominciare a combattere da quando ero piccolissimo, quando ero ancora nella pancia di mia mamma, per cercare la via d’uscita; e da allora non ho più smesso. Non solo per salvarmi la vita, ovviamente, ma anche per perseguire i miei sogni e salvaguardare i miei ideali. Anche a costo di fare scelte drastiche e, a volte, definitive.

Ora non farò l’elenco di tutte le volte che l’ho fatto, ma se c’è una cosa di cui sono particolarmente orgoglioso è che io, all’atto pratico, sono coerente con ciò che scrivo. Non che mi comporti esattamente come Mister Noir o come altri miei personaggi, ben inteso, ma l’impegno contro le ingiustizie di cui sono direttamente testimone è lo stesso.

Eh… già: sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua” dichiara Vasco Rossi nella sua canzone.

Ecco. Se io non fossi un vero combattente, nella vita avrei sicuramente molti meno problemi, ma niente di ciò che scrivo, e della musica che ascolto abitualmente, avrebbe realmente più molto senso.

E tutto questo perché il mio nome è Playlist.

Già. Ma attenzione: perché anche il nome di ciascuno di voi è Playlist.

E, che ci piaccia o no, è un nome veramente molto, molto, molto impegnativo. 

©Sergio Rilletti, sabato 24 agosto 2024, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta

 

martedì 9 aprile 2024

MyLife - SOLO!... UNA STORIA DI MOLTEPLICI CAPACITA' (Un racconto autobiografico - Versione inedita 2024)

Non so quanto tempo fosse passato e quante strade avessi già provato, da quando mi abbandonarono in mezzo al Parco di Monza per farsi un giro in risciò, ma sicuramente troppo.

Troppo per me, troppo per i miei nervi, troppo per la mia piccola carrozzina elettrica che rischiava di scaricarsi.

E tutto per l’indicazione di un educatore volpone,

(“Tanto, la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo”),

che poi risultò fasulla.

Così, non avendo più indicazioni da seguire, iniziai a cercare, più volte, una strada alternativa per raggiungere la mia meta finale, tornando spesso, dopo ogni tentativo fallito, nel punto esatto in cui mi avevano abbandonato, nella vana speranza che tornassero a cercarmi.

Ma, ogni volta, trovavo il Nulla.

Mi risolsi, quindi, a cercare aiuto; anche se, con i miei gravi problemi motòri, uniti a quelli specifici dell’articolazione del linguaggio, sarebbe stata un’impresa alquanto improba.

Per fortuna, dopo alcuni soggetti che vedendomi sbracciare mi dicevano “Ciao!” e se ne andavano, ce ne furono quattro che si distinsero.

Il primo fu un anziano contadino, che incontrai addentrandomi in una cascina, sfidando il terreno accidentato, a rischio di ribaltarmi; sembrava una città fantasma, con i palazzi fatiscenti, e lui, capendo che avevo bisogno d’aiuto, s’interessò. La sua voce era fessa, ma lui no. E quando, per facilitare la comunicazione, gli dissi semplicemente “Cascina Costa Alta”, che era la mia meta finale, lui mi indicò la strada, avvertendomi però che ero a due chilometri di distanza e che avrei dovuto fare una “salita così!”. Ringraziai e, anche se per nulla tranquillo, mi avviai. Ma anche quella strada, come quelle precedenti, dopo un po’ risultò interrotta.

Il secondo era un giovane pattinatore che incontrai appostandomi di fianco a una mappa del Parco di Monza, attirando l’attenzione. Arrivò, e, dopo qualche giravolta sui suoi rollerblade, si fermò accanto a me. Io gli indicai la Cascina sulla mappa, e lui mi indicò la strada. Lo ringraziai, lui se ne andò, e io mi avviai seguendo le sue indicazioni, svoltando, poco dopo, in un viale a sinistra, che però mi sembrava di aver già percorso un’infinità di tempo prima.

E fu qui, quando ormai ero all’apice dello scoramento e della depressione, che feci il mio terzo e quarto incontro. Si trattava d’una coppia di giovani - lei bionda ed estroversa, lui bruno e un po’ più riservato -, che appena mi videro, solo e spaventato, capirono subito tutto, compreso che ero con un gruppo… che mi aveva perso!

Improvvisamente, mi sentii al sicuro, capendo che loro non mi avrebbero abbandonato, e in cuor mio li definii subito, ma proprio subito, “Due angeli custodi mandati da Dio”. Lei, Lisa - che, vedendomi stupito da come mi capiva bene, mi disse, a mo’ di spiegazione, che faceva la maestra -, e il suo amico, seguendo le mie indicazioni presero l’agenda telefonica dalla mia borsa, e, utilizzando il cellulare di lui, riuscirono a rintracciare il gruppo di volontari, e relativo educatore volpone, che mi avevano perso, facendomi venire a prendere.

E questa fu la mia prima, grandissima vittoria!

Ora qualcuno di voi si chiederà: Chissà quanti complimenti avrà ricevuto, chissà in quanti modi si saranno prodigati in scuse e spiegazioni, chissà come avrà fatto Sergio a ritrovare l’educatore volpone e i relativi volontari tra la montagna di cenere con cui si saranno cosparsi il capo?!

Ebbene, no. Non è accaduto nulla di tutto questo. Anzi, tutt'altro.

Si scatenò un inferno di omertà che proprio non mi aspettavo, e che non solo mi ha impedito di avere il numero di cellulare dei due giovani, che l’educatore volpone e due volontari possedevano e che mi avevano promesso di darmi, ma costringendomi anche a constatare l’unanime disinteresse di tutti i volontari presenti quel giorno, che, pur conoscendomi da anni e avendo la mia e-mail, in modo assolutamente disciplinato decisero di non farsi più sentire.

L’unica cosa che smosse loro e il loro educatore-capo, altrettanto volpone di quello del Parco, fu un’e-mail che inviai - poco prima di Natale - a molte persone di loro conoscenza, e per correttezza anche a loro stessi, informando tutti di ciò che stava accadendo.

Ovviamente, Volpone II fece di tutto, ma proprio di tutto, per minimizzare l’accaduto, ma la valanga di e-mail che gli piovvero addosso chiedendogli spiegazioni, di cui mi riferì in un maldestro tentativo di rimbrottarmi, lo costrinsero a farmi incontrare Volpone I e i relativi omertosi volontari, come stavo chiedendo da mesi.

E questa fu la mia seconda, grandissima vittoria! 

Quello che Volpone I, Volpone II, e compagni, non sapevano, era che, proprio in quel periodo, Andrea Carlo Cappi stava preparando un numero di M-Rivista del mistero - con la quale collaboravo stabilmente da quattro anni - intitolato Lezioni di paura. Con tutta la paura che avevo provato ma che ero riuscito comunque a dominare, e con la voglia immane di rintracciare la giovane coppia che mi aveva soccorso, colsi al volo l’occasione per scrivere Solo!, un lungo racconto - che potete scaricare gratuitamente dal web (CLICCA QUI) - in cui narro, attimo per attimo, tutto quello che avevo vissuto e realmente pensato in quelle due ore di autentico terrore al Parco di Monza.

Anche in questo caso non mi dilungherò nei dettagli, ma questo fu l’inizio di uno strepitoso successo: giornali e riviste, blog, scrittori e scrittrici, persone che conoscevo poco o che non conoscevo affatto, mi manifestarono, tutti, la loro completa solidarietà, attivandosi per diffondere la mia storia. Persino le radio diffusero il mio appello per ritrovare i miei due giovani ed encomiabili soccorritori. E io partecipai a due programmi radiofonici della RAI, di cui uno addirittura in diretta, al quale andai come ospite parlante in studio, incredibile ma vero, in qualità di scrittore.

Tutto ciò, sia ben chiaro, per un numero di cellulare - quello dei miei due giovani soccorritori -, promesso ma mai dato!

E questa fu la mia terza, grandissima vittoria!... A dispetto della mia disabilità e di tutti coloro che pensano, erroneamente, che una persona disabile non possa reagire! 

Ora sono passati ben diciotto anni da quella fatidica Domenica 9 Aprile 2006 che cambiò radicalmente la mia vita, e io di quella brillante coppia di giovani che mi aiutò, di cui parlo anche nel mio libro Mister Noir (edito da Oakmond Publishing - CLICCA QUI), dedicando loro un mio racconto - il crossover Assalto alla RAI - , purtroppo non ho saputo più nulla.

Ma io mi ostinerò sempre a ricordarli, sempre nell’annosa speranza di riuscire a rintracciarli e, finalmente, ringraziarli!

 ©Sergio Rilletti, martedì 9 aprile 2024


lunedì 8 aprile 2024

PAROLA DI SCRITTORE (2x07): MyLife - CELLE LIGURE E IL PRONTO INTERVENTO DELLA SOLIDARIETA' (Un racconto autobiografico inedito - Scritto per Radio Skylab)

Salve a tutti, e Benvenuti alla settima puntata di Parola di Scrittore!... A settembre, quando inaugurai questa nuova stagione, vi raccontai di come io, questa estate, a Celle Ligure, nonostante le mie notevoli difficoltà motorie e di locuzione, fossi riuscito a dissuadere un ragazzino che voleva tuffarsi dalla passeggiata lungomare in un punto dove il fondale marino è basso e pieno di scogli. Un mio breve resoconto autobiografico, intitolato Io e il piccolo tuffatore, che ora potete leggere sul mio blog e che, secondo me, offre diversi spunti di riflessione (CLICCA QUI).

Oggi, invece, vi parlerò di un grande moto di solidarietà collettiva che ho potuto sperimentare personalmente, verso la fine di febbraio, sempre a Celle Ligure. E, anche questa volta, lo farò attraverso la forma del racconto.

Celle Ligure, giovedì 22 febbraio 2024, ore 17.40 circa

Era una giornata uggiosa, che però non aveva impedito a me e alla mia famiglia di andare a mangiare al bar-trattoria Bollicine e di farmi una lunga passeggiata post-prandiale, facendo Celle coast-to-coast, per sgranchire le ruote della mia carrozzina elettrica.

Stavo transitando sul Lungomare Crocetta, che oltre a costeggiare il mare è costeggiato, a sua volta - dall’altro lato -, da un viale alberato, quando alcune gocce di pioggia mi fecero capire che era ora di tornare a casa.

Ero giunto, sempre stando sul lungomare, all’altezza di Via Boagno - meglio nota come la piazza principale del paese -,  quando la carrozzina fa un BEEP e si ferma.

Sotto la pioggia.

Provo a riaccenderla, ma tutti i led colorati sul joystick fanno avanti e indietro un paio di volte, lampeggiano per qualche secondo, e si spengono.

Ripeto l’operazione ancora tre volte, ma il risultato non cambia.

E ora, che faccio? Sì, certo, potrei chiamare mia mamma o mia zia, ma come faccio a far capire che, oltre a venire qui, devono pure portare la carrozzina manuale?

Mentre mi arrovello in questi pensieri, sotto la pioggia ormai battente, spunta un giovane che, chiamandomi per nome, mi chiede se ho bisogno d’aiuto. Io, ovviamente, rispondo di sì, e lui mi si avvicina. Guarda la carrozzina e tenta invano di spingerla; io gli indico, sul fianco destro della carrozzina, la levetta per sbloccare le ruote, ma lui non capisce e continua a provare a spingermi, scuotendomi invano.

Arriva un secondo ragazzo che vorrebbe aiutare, ma, pochi secondi dopo, ne arriva un terzo, che dà un nome al primo: Mirko. E allora Secondo se ne va.

Indico anche a Terzo la levetta, e lui capisce.

Mirko e Terzo cominciano a spingermi, e io ora, che ho chi può spiegare velocemente la situazione, posso telefonare a mia zia, che risponde. Mirko, mentre con Terzo si avvia a farmi scendere la rampa della passeggiata, la informa di quanto è accaduto e che mi stanno portando al bar ‘a Battigia (al di là della cosiddetta piazza).

Mi spingono, sempre sotto la pioggia, fino all’entrata laterale, e mi posizionano a pochi metri dal bancone, dove c’è Federica, che, nella mia mente, ho sempre ritenuto la proprietaria del locale.

Dopo pochi minuti arriva la zia, che mi fa provare ad accendere la carrozzina per vedere cosa fa, e, dopo qualche tentativo, chiama mia mamma.

Lo spazio è angusto, e ogni avventore che si avvicina al bancone per pagare, mi nota e, parlando con mia zia, manifesta il proprio sconcerto. E lei, sopraffatta dall’attenzione che stiamo ricevendo, continua a declamare a chiunque che, per fortuna, le persone brave fanno meno rumore ma sono di più.

Compaiono due giovani: si offrono di aiutarci, ma hanno fretta, e, quando appurano che non sappiamo cosa chiedere loro, se ne vanno.

Ne arrivano altri due, quasi in contemporanea con mia mamma, che mi fa riaccendere la carrozzina… con lo stesso risultato. I due nuovi giovani osservano la carrozzina da vicino; sembrano esperti e, mentre la mamma e la zia valutano il da farsi per ritornare a casa, mi mostrano che dal cavo del joystick esce acqua.

Federica vede tutto, ci propone di chiamare la Croce Rosa, e inizia a provare.

I due giovani cominciano a osservare sotto, e, dopo aver scattato una foto col cellulare, ci dicono che, secondo loro, la batteria perde olio.

Grazie alle continue telefonate di Federica, a un certo punto, davanti a me, appare il mio amico Marco Minuto, in qualità di milite della Croce Rosa. Fa qualche prova, con le ruote bloccate e sbloccate, e decide di chiamare una loro auto, sulla quale potrebbe farmi salire con tutta la carrozzina. Sì, certo, è un po’ preoccupato per quando dovrà spingermi su per la rampa di casa, ma non c’è nient’altro da fare.

Dopo pochi minuti arriva un’auto della Croce Rosa, guidata da un altro volontario, che poi scoprii chiamarsi Alessandro.

Giunti sotto casa, lui e Marco riescono a spingermi a viva forza su per la salita, munita pure di curva, parcheggiandomi, al sicuro, nella mia camera.

Ecco, questa è la storia; una storia non solo di un Pronto Soccorso ufficiale, inconsueto e insperato, che proprio non mi aspettavo, ma pure di un pronto intervento cittadino, spontaneo e solidale, che ho capito subito che dovevo raccontare. 


Bene, con questo è tutto. Salutandovi, però, questa volta vi do un vero e proprio appuntamento. DOMENICA 28 APRILE, alle Ore 15, presso la Galleria Crocetta (sul lungomare di Celle Ligure), durante la fiera Celle che legge, farò una nuova presentazione del mio Mister Noir (edito da Oakmond Publishing).

Se volete incontrarmi di persona, ora sapete dove trovarmi. E, con me, ci sarà anche Martin Zanchetta. 


©Sergio Rilletti, sabato 6 aprile 2024, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta

 

lunedì 29 gennaio 2024

PAROLA DI SCRITTORE (2x05): PAROLE IN (TROPPA) LIBERTA' (Un articolo inedito - Scritto per Radio Skylab)

 

Salve a tutti, e Benvenuti a questa quinta puntata, nonché prima puntata del 2024, di Parola di scrittore!... Se seguite questa mia rubrica da tempo, sapete che, di solito, non mi occupo di fatti di cronaca. In passato l’ho fatto solo due volte: per l’eclatante ascesa di Greta Thunberg, la giovane attivista svedese affetta dalla sindrome di Asperger (CLICCA QUI), e per il caso del pullman dirottato e del coraggio e dell’astuzia degli studenti della scuola media Vailati di Crema, che ho raccontato da scrittore (CLICCA QUI).

Ma, questa terza volta, è emotivamente molto più difficile.

Infatti quando, circa due settimane fa, ho appreso la notizia che Giovanna Pedretti, co-proprietaria assieme al marito del ristorante Le Vignole di Sant’Angelo Lodigiano, aveva risposto a una recensione negativa del suo locale - unicamente a causa della presenza di due gay e di un disabile -, invitando l’autore di tale post a non presentarsi più da loro, il mio cuore si è riempito di gioia, e avevo deciso di prendere a esempio questa donna per dedicare questa puntata di Parola di Scrittore al rispetto per le persone con disabilità.

Invece no. Perché Giovanna Pedretti, con la stessa velocità con cui era stata innalzata al cielo da una valanga di commenti positivi e di gratitudine pubblicati sui social network, è stata travolta da una tempesta di insulti basati unicamente sul dubbio, e quindi solo su una semplice ipotesi, che il post discriminatorio fosse stato scritto dalla stessa esercente per farsi poi pubblicità con la sua risposta. E, pochi giorni dopo, si è suicidata inabissandosi nel fiume Lambro.

E ora la Procura di Lodi ha avviato un’indagine per istigazione al suicidio.

Io non so perché Lorenzo Biagiarelli e Selvaggia Lucarelli, i primi a esternare tale dubbio, abbiano voluto verificare l’autenticità di quel post, né ho capito cosa vi abbiano riscontrato di anomalo, ma Giovanna Pedretti aveva dato un esempio - o comunque un messaggio - positivo e importantissimo, che non andava assolutamente intaccato.

D’altronde, l’ipotesi che la Pedretti avesse architettato tutto per farsi pubblicità è da escludere, dato che, stando alle dichiarazioni di alcuni abitanti del luogo, lei era benvoluta da tutti, come dimostra anche il migliaio di persone presente al suo funerale, e, soprattutto, il suo locale era sempre pieno.

Una vicenda orrenda che mi ha proprio sconvolto - a cui si sono pure aggiunte le minacce di ritorsione a Biagiarelli e Lucarelli da parte degli hater - e che, secondo me, meritava ulteriore attenzione.

Ma come occuparmene?, mi sono chiesto. Non certo alimentando odio, linciaggi mediatici, e minacce, che comunque, in ogni caso, stigmatizzo!

Poi, documentandomi, mi sono reso conto che alla base di tutto quello che è successo, di tutte le fasi di questa brutta storia, c’è la scrittura. E allora ho capito: dovevo occuparmene proprio da scrittore.

Partendo ovviamente da me.

Infatti anche a me, a volte, capita di arrabbiarmi, mentre c’è chi fa, della propria collera, il proprio mezzo di comunicazione abituale. Naturalmente, non sto parlando di violenza fisica ma solo di collera orale, che è comunque orrenda e inaridisce i rapporti.

Ma quando scrivi, la collera verbale diventa inaccettabile (oltre che un reato). Perché, non rivolgendoti direttamente a un interlocutore lì presente, accanto a te, hai tutto il tempo di pensare.

Io sono un tipo che protesta, anche per iscritto se necessario, quando so di essere stato vittima o testimone di un torto. Ma mi limito a raccontare i fatti come sono accaduti, aggiungendovi magari qualche considerazione personale… come d’altronde ho fatto anche poco fa. Ma mai insulti; perché gli insulti umiliano, sono sterili, possono ferire a morte (letteralmente, adolescenti compresi), e non sono portatori di alcun pensiero, di alcuna comunicazione. Mai!

Infatti, se io scrivessi una pagina esclusivamente di insulti e di imprecazioni, voi alla fine vi chiedereste: Ma che vuol di’?. E avreste perfettamente ragione, perché io non avrei comunicato assolutamente nulla.

Ma se io protesto, anche in modo deciso, contro un fatto di cui sono stato direttamente coinvolto o testimone, argomentando al meglio e senza insultare, non solo rischio di essere realmente utile in quell’occasione, ma poi posso pure raccontarlo, come ho anche fatto nella seconda e terza puntata di questa stagione di Parola di Scrittore - di cui potete recuperare i testi sull’omonima pagina web che ho creato -, sperando di poter essere di esempio a qualcun altro.

L’importante, quando si scrive pubblicamente per ribellarsi, non è mortificare una persona specifica in sé, per quanto possa essersi comportata male, bensì denunciare un malfatto che ci ha direttamente coinvolto o indignato, in modo tale da allertare chi magari sta vivendo una realtà analoga alla nostra, ma con altre persone, su cosa potrebbe accaderle.

Il mio racconto autobiografico Solo! (CLICCA QUI) e i suoi vari sequel, che potete trovare sul mio blog, e il crossover Assalto alla RAI con protagonista Mister Noir, pubblicato nel mio libro (CLICCA QUI), sono l’esempio più noto di questa mia tecnica, ma, in realtà, gran parte della mia produzione - fatta di articoli, racconti, e poesie - ormai verte in tal senso; compreso questo mio intervento, che ho voluto scrivere con uno stile particolarmente congruo a quanto sostenevo.

Sì, è vero, io sono uno scrittore. Ma tutto quello che ho detto sulla scrittura socialmente utile e non offensiva, può essere praticato da chiunque: basta sapere cosa si vuole davvero dire e avere un po’ di buon senso.

Concludo, salutandovi, con una fulminante battuta di Charlie Chaplin, che dedico a tutti, ma soprattutto a quelle persone, di qualunque età, che si sentono vittime della malignità altrui, e che recita così: “Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro”. 

©Sergio Rilletti, sabato 27 gennaio 2024, ore 11.45, Radio Skylab, per "PAROLA DI SCRITTORE-CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino e Martin Zanchetta