lunedì 11 giugno 2018

IO E MISTER NOIR A "LEZIONI DI INDISCIPLINA 2018 - MANI IN ALTO"


GIOVEDI’ 14 GIUGNO,  alle Ore 20.30, presso la Chiesa del Fopponino (Via Paolo Giovio, 41 – Milano), si terrà Lezioni di indisciplina, l’annuale simposio culturale - creato da Andrea G. Pinketts, Pierangelo Dacrema, Paul de Sury, Michelangelo jr. Gandini, e KO Mannarelli -, che, dopo essere stato ospitato in diversi teatri e Università d’Italia, approda alla Parrocchia S. Francesco d’Assisi al Fopponino, a Milano.
Quest’anno, tra i vari ospiti, ci sarò anch’io. Tema della serata: Mani in alto.
E io, in qualità di scrittore e di “docente di Indisciplina”, mostrerò come una persona con disabilità possa reagire attivamente alle ingiustizie che, e non essere affatto accondiscendente e arrendevole.
Ovviamente, parlerò anche di Mister Noir e della famigerata Spada di Damocle, che i lettori delle avventure di Mister Noir conoscono già bene.

NON MANCATE!
SARA’ UNA SERATA “INDISCIPLINATA” MA INTERESSANTE!


©Sergio Rilletti, 2018

martedì 29 maggio 2018

MISTER NOIR: NUOVA PRESENTAZIONE A CELLE LIGURE (SV)



Salve a tutti!... E’ con vero piacere che, accogliendo l’entusiasmo di diversi docenti, che vedono nel mio libro - Le avventure di Mister Noir (Cordero Editore) - una lettura da consigliare ai ragazzi, sono in procinto di fare una nuova presentazione a Celle Ligure (SV).
Infatti, DOMENICA 3 GIUGNO, alle Ore 16.45, presso la Galleria Crocetta (Lungomare Crocetta) di Celle Ligure, sarò di nuovo ospite della manifestazione culturale Libri e disegni al sole per presentare il mio libro in un modo completamente nuovo: dalla parte dei ragazzi!
Con me, in qualità di relatori, ci saranno Valentina Illarcio e Martin Zanchetta. E sarà l’occasione per annunciare un incontro speciale, dedicato agli studenti, che avverrà durante il prossimo anno scolastico.



VI ASPETTIAMO NUMEROSI!

venerdì 11 maggio 2018

MyLife - HO COMPIUTO 50 ANNI (Una poesia autobiografica inedita)




Ho compiuto 50 anni,
tra molte gioie e alcuni affanni,
ma, io non posso scordar,
chi, oltre alla mia famiglia,
molto affetto mi sa dar.
Sto parlando proprio di voi, miei cari amici:
alcuni di voi li conosco da tempi proprio lontani,
altri, invece, provengono da tempi molto più vicini.
Dai tempi dell’asilo alle elementari in poi,
nella mia vita c’è sempre stato qualcuno di voi;
a condividere le mie varie passioni:
dai giochi di noi bimbi all’attuale mondo degli scrittori,
dai concerti e teatri alle inevitabili e gustose libagioni.
Col notiziario parrocchiale, e per qualche spettacolo teatrale, collaborai,
e così la mia passione per la scrittura, e alcune mie valide amicizie, rafforzai.
E quando la serale Scuola del Fumetto frequentai,
il caloroso sostegno di alcuni volonterosi amici
e di quattro magnifiche e belle assistenti trovai.
E, dopo un cinemino o una bella chiacchierata,
mi accorgo che i miei ricordi con voi mi riportano indietro nel tempo,
all’epoca di una gita o di qualche bella vacanza:
all’estero, in barca, in montagna,
o semplicemente a Celle Ligure, sulla passeggiata lungomare.
Tante cose, anche se non vi conoscete, vi accomunano,
a cominciare da questo periodo dell’anno,
che, anche se non è mai il 21 aprile,
è sempre, comunque, il mio compleanno;
e le rare volte in cui lo volevo dimenticare,
alcuni di voi mi hanno dato la sveglia,
dicendomi che era ora di festeggiare!
Ma a dire il vero, quest’anno,
lo dobbiamo a Marialba e a Simona
il festeggiamento di questo mio speciale Compleanno:
sono loro che da mesi, senza sosta (o meglio senza siesta),
stanno preparando questo dì di festa.
Ma c’è un altro fatto che vi lega tutti quanti:
che io non vi veda da diverso tempo o solo dall’altroieri,
siete sempre tutti nei miei bei pensieri.
Ed è per questo che, nel ringraziarvi,
c’è una notizia che voglio comunicarvi:
io entro l’anno prossimo me ne andrò,
certo a Milano resterò,
ma comunque casa cambierò;
sì, e come Mister Noir farò,
e da solo, con un assistente, io vivrò;
e chiunque vorrà venire a trovarmi,
a braccia aperte, io, lo accoglierò.
Bene, ora davvero vi saluto,
e vi ringrazio per ciò tutto che insieme abbiamo vissuto:
molte più cose di quelle che ho ricordato,
ma è stata una vera fortuna avervi incontrato
Spero che queste strofe vi abbiano fatto piacere:
sono scritte da un amico scrittore,
che di solito scrive racconti noir e di tensione,
ma che dà all’amicizia un assoluto valore!


©Sergio Rilletti, domenica 6 maggio 2018

sabato 17 marzo 2018

MISTER NOIR: VOLI PINDARICI (Un racconto - Versione originale 2013)



Dirotta su Cuba!
Quante volte aveva sentito questa frase. No, non nei film; e neanche nella realtà, per fortuna; ma era una frase talmente entrata nel lessico scherzoso e nell’immaginario collettivo che ormai, secondo lui, aveva assunto una funzione ben augurale - un po’ come dire In bocca al lupo! o, parafrasando un altro detto, Fai da supposta alla balena! -, ma concepita specificatamente per i viaggiatori in aereo.
Peccato, però, che nessuno gliel’avesse detta prima che partisse!...
Già, erano questi i pensieri di Mister Noir, celebre investigatore privato di Milano, mentre se ne stava comodamente seduto su una bella poltrona dell’aereo, immediatamente a destra del corridoio. Lui avrebbe preferito stare vicino al finestrino, a godersi il panorama delle Alpi e dell’oceano, ma, per motivi di sicurezza e per comodità del personale, aveva acconsentito. D’altronde loro, quelli del personale, lasciandosi ingannare dalla sua evidente disabilità, non potevano certo immaginare che razza di capacità fisiche avesse!
Così, si era lasciato accomodare, sprofondando nella poltrona, il cui comfort era molto diverso da quello della sua carrozzina.
Si assestò, rilassandosi, ben consapevole di essere sul volo più sicuro al mondo, dato che nessuno poteva intimare al pilota il mitico Dirotta su Cuba!... essendo già diretto a Cuba.
Che poi, chissà perché questa esortazione è diventata così di pubblico dominio?!... Anche ammesso che sia mai stata pronunciata, l’avranno detta direttamente al comandante, non avranno certo fatto il passaparola tra i passeggeri e le hostess fino ad arrivare a lui!
L’unica cosa certa è che Cuba, di cui conosceva direttamente solo il cuba libre, lo intrigava molto. Non tanto per i cubani, che peraltro non fumava, e neanche per le cubiste, che comunque si trovavano a Milano, ma per il clima, il diverso modo di vivere che gli aveva più volte raccontato Elena Fox, la sua assistente-detective che lo aiutava nelle indagini, di ritorno da qualche sua vacanza. Allegria, spensieratezza, e incredibile ospitalità: erano queste le tre parole magiche che trasformavano un popolo che viveva in povertà, in un luogo leggendario: mitico seppur reale. Un popolo che, nonostante le proprie condizioni, sembrava perennemente vivere a ritmo di salsa, bachata, e merengue.
In questo senso anche lui, Mister Noir, si sentiva un po’ cubano. E non nel senso del sigaro!... Affetto da tetraparesi spastica, che lo ostacolava grandemente nei movimenti e nel linguaggio senza però renderlo né paralizzato né muto, affrontava la vita come un panzer, elargendo il suo aiuto a chi glielo chiedeva (a pagamento, naturalmente), tuffandosi a capofitto nei misteri e nei meandri della città.
Una vita che si era scelto, che poteva fare proprio perché viveva in casa propria, dove non dipendeva dalle capacità o dalle bizze di educatori e strutture sociali,  esterni alla sua vita, ma solo dalla sua capacità di organizzarsi con chi lo aiutava. Era ricco, questo sì, ma soprattutto aveva trovato Consuelo Gomez, una donna filippina che aveva deciso di vivere con lui come domestica e badante; anche se, ovviamente, Mr. Noir sapeva badare benissimo a se stesso!
Era un privilegiato, lo sapeva. A parte qualche disabile particolarmente tosto, che era riuscito a vivere da solo - la cui esperienza veniva esaltata e osteggiata al tempo stesso dai medesimi operatori, che sostenevano, mentre ne esaltavano il risultato, che fosse un progetto irrealizzabile -, la maggior parte delle persone con disabilità era costretta a vivere in comunità, modificando più o meno radicalmente le proprie abitudini, dipendendo da cooperative e strutture esterne che, anche se funzionavano bene, ad un certo punto, causa nuova gara d’appalto, potevano cambiare.
Un concetto inammissibile per Mister Noir che, come tutti, voleva essere padrone della propria esistenza.
E questo tralasciando i suoi pensieri sugli educatori, la maggior parte dei quali, pur costando più di una badante filippina, sarebbe da rieducare completamente, con grande costanza e pervicacia, al rispetto delle persone e all’onestà d’animo. E, con loro, bisognava fare lo stesso con i volontari, che, per quanto possano essere bravi e simpatici, a parte qualche sporadica eccezione li seguono pedissequamente, rifiutandosi categoricamente di ragionare, fedeli a chi manco li paga; anche a costo di perdere, irrimediabilmente, la fiducia e l’affetto di chi, come le persone disabili, aveva concesso loro.
E, perdipiù, tutte queste rieducazioni altrui avrebbe dovuto farle pure gratis!
No, no, meglio così. E sinceramente sperava che, prima o poi - più prima che poi, naturalmente! -, le istituzioni italiane si decidessero ad aiutare le persone con disabilità che, come lui, vorrebbero continuare a vivere la propria vita a casa propria.
Ma ora basta con questi pensieri.
Il lungo momento di relax che si stava concedendo ora, in aereo, era proprio quel che ci voleva.
Relax!
Sì, era proprio bello rilassato, quando un giovane dai capelli castani si alzò di scatto dal proprio posto avvicinandosi a lui, e, puntandogli una pistola alla tempia, rivolgendosi alla hostess berciò quello che nessuno si sarebbe mai aspettato di sentir dire. “Dirotta su Bergeggi!”
“Cosa???”
“Di’ al capitano di dirottare su Bergeggi, altrimenti gli sparo!”
“V-va bene” balbettò la ragazza, prima di sparire nella cabina di pilotaggio.
“Sei spaventato, vero?” sibilò con acredine all’handicappato.
Alcuni passeggeri urlarono, altri si ritrassero dietro ai sedili, mentre il giovane cominciò a cantare a squarciagola Gelosia, il brano che nel 1995 portò al successo, facendolo volare in cima alle classifiche, il complesso dei Dirotta su Cuba.
Il giovane, invece, aveva ben altri complessi.
Il detective rimase impassibile: ruotando solo gli occhi verso il ragazzo guardò di sbieco lui e l’arma.
Gli bastarono due secondi per capire bene la situazione. Chiuse un momento gli occhi, spazientito: quello non era un terrorista, era un demente!
Un demente che, però, stava terrorizzando cinquanta persone; quindi, doveva essere fermato.
La hostess riapparve: con gli occhi dilatati, rigida, e quasi senza respirare.
Certo. Mister Noir, nonostante le sue notevoli difficoltà, avrebbe potuto tentare di parlarle per rassicurarla, ma dubitava che il mentecatto gliel’avrebbe permesso. E la situazione sarebbe potuta peggiorare.
Così, decise di lasciar perdere la complicata via della locuzione verbale, e di compiere, invece, una di quelle azioni che, quando poi venivano descritte dal suo biografo, alcuni lettori pensavano fossero irreali. Con la sola mano sinistra: prima gli sferrò un pugno nello stomaco da farlo piegare in due, poi lo colpì sul polso (facendosi cadere l’arma in grembo), e infine lo abbrancò per il coppino e gli sbatté la testa sullo schienale davanti a sé facendolo crollare a terra, supino e dolorante.
Il giovane, steso al suolo, gemeva. Mister Noir, dopo aver aperto e chiuso la mano diverse volte per prepararla al movimento, con una mossa repentina impugnò la pistola, gliela puntò dritta dritta in faccia,
(la hostess dilatò gli occhi, gli astanti emisero degli urletti ritraendosi dietro alle poltrone),
e sparò.
Era una pistola ad acqua.
  


©Sergio Rilletti, 2013

sabato 6 gennaio 2018

FutuRAI: LA SAPIENZA VIENE DAL FUTURO... GRAZIE A CELENTANO (Un articolo)


Quello che state per leggere è il primo scoop preistorico della storia del Quarto Millennio.
In questi giorni la nostra redazione [della Agenzia giornalistica Hpress] è stata preda di un’autentica fibrillazione. Sembrerà incredibile, ma abbiamo ricevuto un Comunicato Stampa datato 1° Aprile 3001.
L’ipotesi dello scherzo è stata subito vagliata e scartata: i computer odierni, appena usciti vincitori dal titanico scontro col famigerato Millennium Bug, non sono stati programmati per arrivare a datare fino al 3001.
Abbiamo verificato, e a Viale Mazzini non ne sanno assolutamente niente; eppure il fax è qui, proprio davanti ai nostri occhi, e, data la sua indiscutibile originalità, ve lo riproponiamo nella sua versione integrale!
                               
Oggi, dopo una riunione svoltasi ai vertici di Viale Mazzini, la Rai ha assunto dieci giornalisti disabili, cinque uomini e cinque donne, a cui affidare la conduzione dei telegiornali delle tre emittenti di Stato.

“E’ ora di finirla!” ha esordito il presidente Zappinga. “Per troppi secoli la nostra azienda ha badato a tutelare i suoi abbonati normodotati dalla visione dei nostri connazionali disabili. Lasciamo la paura del diverso agli autori di fantascienza, noi ci occupiamo di pari opportunità!” Il presidente Zappinga ha poi rincarato: “La Storia parla chiaro. La vicenda accaduta mille anni fa, nei lontani 10 e 17 maggio 2001, in cui Adriano Celentano, un noto showman di quel tempo, ha dovuto - dopo un infortunio avvenuto in diretta televisiva - condurre il suo spettacolo [125 milioni di caz..te] su una sedia a rotelle, dimostra, in maniera assolutamente inconfutabile, che le persone disabili non solo possono condurre i varietà, ma, a maggior ragione, anche i dibattiti e i telegiornali!”.
Roma, 1 aprile 3001

Le ultime parole del suddetto Comunicato Stampa, che all’inizio eravamo propensi ad archiviare come banale scherzo, ci hanno fatto aprire gli occhi sulla sua veridicità.
Effettivamente, le due performance di Adriano Celentano hanno fatto Storia.
In quelle due memorabili serate, il moleggiato ha parlato seriamente, scherzato, cantato, e ballato… molleggiandosi su una vera e propria sedia a rotelle!
Celentano ha abbattuto le barriere culturali non parlando di disabilità, ma mostrandola nella sua forma più spettacolare.
Spettacolare, sì, nel senso di “qualcosa di affascinante”. Affascinante come un balletto, che il conduttore, pur non avendo tutti gli anni di esperienza e di dimestichezza di una persona disabile, ha saputo rendere piuttosto bene, in modo vivo e divertente. Affascinante come un’elucubrazione cerebrale, un’impennata d’ingegno, che, se associate ad un discorso portante, mantengono sempre all’erta l’attenzione dello spettatore.
Elucubrazioni cerebrali e impennate d’ingegno, due doti fondamentali per condurre, in maniera accattivante, un dibattito o un telegiornale. Due doti fondamentali il cui epicentro si trova nella testa, non nei piedi.
Certo!, Celentano è stato costretto a condurre su una sedia a rotelle a causa di un infortunio - di cui, peraltro, tutti i telespettatori sono stati testimoni; ma, proprio per questo, le sue performance hanno un valore assoluto; perché, in caso contrario, saremmo stati costretti a catalogarle, e a relegarle, nella sublime arte della fiction.
Invece, qui, di finzione non ce n’è stata, e Adriano Celentano ha condotto le ultime due puntate del suo programma da persona disabile. E, come dirà il presidente Zappinga tra mille anni, questo è un fatto assolutamente inconfutabile!
E se lo sosterrà il presidente Zappinga, il cui nome è tutto un programma, possiamo pur crederci!




©Sergio Rilletti, 2001

mercoledì 15 novembre 2017

MyLife - IL FIORELLINO CHE CAMBIO' IL MONDO (Una poesia autobiografica inedita)


Si dice che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Ma io ho conosciuto un fiorellino che è riuscito a stravolgere, a ribaltare completamente, la mia vita e, quindi, quella di molte altre persone.
Un fiorellino dal nome particolare: non si chiama né Margherita né Rosa né Viola.
Non si chiama neanche Mughetto, per fortuna!
Il suo nome è: Simona.
E ha le sembianze di una fanciulla.
Una bella fanciulla a cui è impossibile non dedicare una poesia!...

Ti ho conosciuta tanti anni fa,
in una sera che sembrava primaverile;
era il 15 novembre di trent’anni fa,
quando si incontrarono le nostre vite.
Era una sera bella, da Estate di San Martino,
a Villa Radice Fossati;
e, oltre agli altri, c’erano pure Enzo e don Serafino,
a quella bella Festa della zona
e della Parrocchia San Martino,
a cui mi ero trattenuto solo per puro destino.
Tu per prima mi hai notato,
e, complice un racconto su un libriccino,
subito un complimento mi hai donato.

Così il mio sicuro eremo abbandonai,
e a farmi nuovi amici, e soprattutto amiche, cominciai.
Prima all’Oratorio, poi all’Aias e altrove,
tu mi seguivi sempre, con attenzione;
sul notiziario parrocchiale sempre mi incontravi,
e la Scuola del Fumetto tu mi indicai,
e io, grazie a te e a un gruppo di amici, e soprattutto di amiche,
un corso serale di Sceneggiatura frequentai,
e nuovi rapporti mi creai.
E così, quando andai a lavorare all’Agenzia giornalistica Hpress,
relazionarmi con gli altri era un piacere, e mai uno stress.

Tu, di me, hai letto con passione sempre tutto:
articoli, poesie, racconti, e persino sceneggiature,
di cui, ammettiamolo, a parte dialoghi e didascalie,
o ti metti di buzzo buono o non capisci proprio un tubo.

Tu ti preoccupavi della mia scrittura e dei miei rapporti sociali,
e dei buoni consigli sempre, o quasi, mi davi.
Ogni settimana mi venivi a trovare,
e almeno tre novità ti dovevo dare:
non importava se in ambito lavorativo o amicale,
ma volevi controllare che mi dessi da fare.

Tu mi sei stata vicina anche in un periodo particolarmente oscuro,
e io, con te, mi sentivo sempre al sicuro.
Persino al dottor Cantoni, pur non avendoti conosciuta, eri simpatica,
perché tu, con la tua irruenza, mi davi la giusta carica.

Persino su Facebook mi hai fatto iscrivere,
per ritrovare gli amici che avevo perso di vista;
e anche le radio mi hai fatto contattare,
per i due giovani che al Parco di Monza mi avevano salvato,
e che avrei voluto tanto rintracciare e ringraziare.
A Tutti i colori del giallo, su Rai Radio Due, siamo andati,
e la mia vita è presto cambiata:
uno scrittore abbastanza conosciuto sono diventato,
i falsi amici, anche se non fisicamente, ho eliminato,
e ora pure la prima Civettina d’Oro, per meriti culturali, mi hanno dato.

Orsù, Amica Cara,
la mia poesia finisce qui.
E’ vero, avrei tante altre cose da dire,
ma l’ora del nostro appuntamento
sta per venire al mio cospetto.
Comunque, questa è la verità:
di me, e di ogni persona che ho incontrato,
tu hai cambiato la realtà.
E quando quel dì ti incontrai,
“Che bel fiorellino!” subito come Mister Noir, pensai.
E oggi, come allora, continuo a pensare
che tu sia un bel fiorellino:
un gran bel magico fiorellino
di nome Simona.

©Sergio Rilletti, martedì 14 novembre 2017 – ore 17.47


giovedì 12 ottobre 2017

DUELLO FATALE (Un racconto western)


Illinois, 1866
Ecco, il momento era arrivato. D’ora in poi niente sarebbe stato più lo stesso.
Jack e Martin erano uno di fronte all'altro. Camminavano lentamente, pistole alle cintole. Ai due lati del vicolo, incollati alle pareti delle case, i loro compagni di mille scorrerie e violenze. E, assieme a loro, due testimoni immobili e silenziosi attendevano quel duello con profonda e crescente angoscia.
Jack e Martin si avvicinarono, gli occhi fissi negli occhi.
Lo sguardo di Jack era di pietra, ma il suo sangue ribolliva di rabbia: Martin, il suo grande amico, l’aveva tradito; poteva aspettarselo da tutti, ma da lui no. Non dopo tutto quello che avevano trascorso insieme.

Si erano conosciuti anni prima, nel campo di prigionia nordista Camp Douglas, vicino a Chicago; un posto infernale, dove erano sopravvissuti mangiando ratti e cani per sopperire al rancio che, spesso, veniva loro negato. E, in quel luogo maledetto, condividendo freddo fame e frustrazioni, erano diventati amici, sostenendosi a vicenda: la rudezza di Jack confortava Martin nei momenti più bui, e la calma di Martin placava l'irruenza di Jack.
Sì, loro erano tra i pochi che ce l'avevano fatta, che non erano diventati cadaveri venduti ai gabinetti medici per essere esaminati; e, a guerra conclusa, avevano formato una banda: venti uomini forti e privi di scrupoli, coi quali terrorizzavano tutti gli Stati dell’Unione, depredandoli dei loro averi come il loro esercito li aveva depredati della dignità.
Sì, Jack aveva una venerazione per Martin, lo considerava il suo miglior amico; e l’aveva voluto al suo fianco nel comando. Ufficialmente erano loro i capi, ma era Jack il più carismatico; e quando lui e Martin non erano d’accordo, era sempre Martin a dover cedere.
Ma poi, un giorno, dopo l’ennesima discussione per il piano d’un colpo in banca, Martin decise di agire di testa sua: riunì tre compari della banda, e organizzarono una rapina senza dirlo a Jack.
La rapina andò bene, ma i tre compari dimostrarono un eccessivo entusiasmo con i propri compagni; Jack non gradì la situazione che si era creata alle sue spalle, e, quella stessa notte, tese loro un agguato e li freddò con tre colpi.
All’eco dei tre spari, Martin e tutti i compari della banda si riversarono in strada. Trovarono solo i tre cadaveri, ma l’assassino non ebbe alcun problema a comparire subito alle loro spalle.
Con tono glaciale Jack accusò Martin di essere un infame traditore, e gli mollò un gran ceffone che lo fece crollare a terra. “Finché siamo nella stessa banda dobbiamo prendere le decisioni assieme. Non possiamo permettere che un piccolo gruppo di balordi metta in pericolo tutti noi.”
“Sei un bastardo.”
“Se non t’ammazzo è solo perché, per qualche strana ragione, sono ancora affezionato a te.” Si fermò un momento; sapeva di aver intrapreso una strada senza uscita, che c’erano alcuni uomini affezionati a Martin; ma, proprio per questo, non poteva rischiare di spaccare la banda a metà. “Vuoi andartene? Pensi che uno di noi due sia di troppo?” Allargò le gambe, andando fino in fondo. “Bene: facciamo un’ultima rapina, e poi sistemiamo questa faccenda.”
La costernazione fu rumorosa e totale, ma Jack aveva già le idee chiare.

Il giorno dopo, il sole picchiava tosto; sulla diligenza erano solo in quattro: due giovani italiani, Mario e Franco, uno di fronte all’altro, e le loro giovani donne, Kate e Jennifer.
Mario e Franco non si conoscevano, ma le loro esistenze si incrociavano. Erano di Genova e di Verona, ed erano emigrati in America, sei anni prima, in cerca di fortuna e avventura. Quando scoppiò la guerra tra gli usa e gli Stati Confederati d'America, ovvero tra nordisti e sudisti, avevano deciso di arruolarsi come volontari. Giuseppe Garibaldi aveva rifiutato l’invito di Lincoln di comandare un corpo d’armata dell’esercito dell’Unione, sostenendo il liberismo degli Stati del Sud e preferendo, quindi, rimanere neutrale; ma loro, Mario e Franco, erano giovani e non potevano certo rimanere neutrali: combatterono, senza saperlo, in due fazioni nemiche; come molti giovani italiani della Louisiana, d’altronde, che si erano ritrovati divisi dall’ideologia in due battaglioni contrapposti.
Mario incontrò lo sguardo di Franco, e lo distolse subito. Non gli piaceva fare conversazione con gli estranei: la guerra era finita da poco, e, ora che tutti vestivano abiti civili, non sapeva mai se aveva davanti un Unionista o un Confederato.
Lui aveva combattuto per la liberazione dei negri dalla schiavitù sudista, ma durante la spedizione guidata dal colonnello Grierson per far saltare il nodo ferroviario tra Newton e Vicksburg, aveva visto alcune serve negre nelle abitazioni dei benestanti, e non sembravano affatto scontente della propria condizione; però, per gli schiavi che lavoravano nelle piantagioni di cotone, probabilmente era ben diverso. Ed era per questo che si erano sobbarcati quella lunga ed estenuante marcia, sopportando freddo fame e stenti, inoltrandosi per trecento miglia in territorio nemico: per infliggere un duro colpo ai sudisti, che osavano usare i negri come schiavi per incrementare più facilmente la propria economia.
Mario prese la mano di Kate, e gliela strinse con delicatezza; lei lo guardò, e i due ragazzi si sorrisero, trasformando tutto quello che li circondava in un unico quadro d'amore.
Franco distolse lo sguardo, guardando fuori dal finestrino, sorridendo.
Anche lui era a disagio a parlare con gli estranei.
Aveva combattuto, con l’esercito sudista, per la difesa di Petersburg, lottando contro i bastardi yankee che la tenevano sotto assedio. Brutti bastardi, si imbellettavano con le loro giacche blu, le stesse con le quali avevano massacrato i nativi di quel continente, declamando slogan contro la schiavitù, mentre in realtà si erano mossi solo per motivi economici: perché non potevano ammettere che gli Stati della Confederazione, molto meno sviluppati industrialmente, potessero far loro concorrenza. E la notte del 30 luglio di un anno prima, lui e i suoi compagni li avevano massacrati: quei bastardi erano precipitati nel cratere che loro stessi avevano creato facendo saltare in aria parte della guarnigione a cui lui apparteneva: subito dopo l’esplosione, i nordisti erano partiti all’assalto, ma erano precipitati nella loro stessa trappola. E il massacro fu totale.
Jennifer gli strinse delicatamente una spalla; lui le prese la mano, ma non si voltò: era ancora troppo immerso nei suoi pensieri.
Degli spari risuonarono nell’aria, squarciando pensieri e quadri d'amore.
La diligenza si fermò, e davanti al finestrino degli uomini comparve un bandito, cappello bianco e fazzoletto scuro sul volto, mentre sull’altro lato comparve un altro bandito, dal cappello nero, a piedi. “Scendete!” ordinò quest'ultimo, spalancando lo sportello e tenendoli sotto tiro.
“Anche tu, cocchiere!” ordinò quello col cappello bianco. Il cocchiere obbedì e si unì ai quattro malcapitati.
Ora erano tutti in fila: Mario, Kate, Jennifer, Franco, e il cocchiere.
C’erano altri due banditi, che scesero da cavallo e li depredarono in fretta di tutti i loro averi.
L’uomo dal cappello scuro prese il lembo inferiore del fazzoletto, e si scoprì il volto.
Martin e gli altri due compari seguirono l'esempio di Jack. I quattro ragazzi rimasero scioccati da quell’intraprendenza, e sui loro volti cominciò a delinearsi il vero terrore. Il cocchiere cominciò a sudare e a tremare.
I quattro sgherri risero sguaiatamente.
“Bene. Signore e signori,” disse Jack, inclinando leggermente la testa a sinistra e a destra, “abbiamo finito. Avete visto come siamo stati veloci? Grazie per la collaborazione!” Si fermò un momento; poi, facendo udire bene il gracchìo del cane della pistola che stava armando, disse: “E ora datevi il bacio d’addio”.
Kate spalancò i suoi bellissimi occhi azzurri, sprigionando in un colpo solo tutto lo stupore e lo smarrimento dei quattro ragazzi.
“Avanti!” incalzò Jack.
Kate, con la bocca tremante per la paura e la passione, si voltò verso Mario, che le cinse la vita e la baciò con fervore. Franco prese il capo di Jennifer tra le mani, e cominciò a darle tanti piccoli baci sulla bocca.
“Ehi, tu! Non hai nessuno da baciare?!” urlò Jack al cocchiere.
L’incanto finì. I quattro giovani si ridestarono, girandosi, spaventati, verso il bandito.
“Già finito?” esclamò lui restituendo lo stupore. “Okay!” E sparò tre volte, fulminando Kate, Jennifer, e il cocchiere.
Mario e Franco caddero in ginocchio, e piansero disperatamente sui cadaveri delle loro donne.
A un cenno del capo di Jack, i due banditi si avvicinarono a loro, stordendoli col calcio della pistola e caricandoli di traverso sui cavalli.
I quattro banditi ripartirono al galoppo. Jack e Martin, in testa, si scambiarono uno sguardo d’intesa, un misto di rancore e complicità. La loro amicizia era giunta al termine: quello era stato il loro ultimo colpo, quello era il loro ultimo momento assieme. Tra poco si sarebbero sfidati a duello, davanti a tutti; quello sarebbe stato il loro fatale addio.
Ed entrambi lo sapevano.

Ora il momento era arrivato.
Jack e Martin fecero qualche altro passo.
Nessuno fiatava. Tutti i loro compari erano immobili e silenziosi.
Come i due angosciati testimoni, d’altronde.
Jack e Martin si fermarono, uno di fronte all'altro, a pochi metri di distanza; fissandosi dritti negli occhi. Avvicinarono lentamente le mani alle pistole. Qualche attimo di immobilità... poi si voltarono di scatto e spararono.
Mario e Franco, i due testimoni di quella sfida, ognuno imbavagliato e legato a una sedia, stramazzarono al suolo, rantolando: uno era stato messo alle spalle di Jack, l’altro alle spalle di Martin, tramutando i due italiani in bersagli umani. Gli sguardi di Jack e Martin saettarono di qua e di là: nessuno dei due era riuscito a colpire il proprio bersaglio in un punto vitale, ma il primo che sarebbe morto avrebbe stabilito chi, tra Jack e Martin, sarebbe stato il nuovo, unico capo, e chi, invece, avrebbe dovuto abbandonare la banda per sempre.


©Sergio Rilletti, 2008