martedì 21 ottobre 2014

COME IN FAMIGLIA (Un racconto)

Zagarolo, ottobre 1943

Lisa, uno scricciolo biondo di appena otto anni, era là fuori, a guardare l’immensa distesa verde che si estendeva verso nord-ovest. Alla sua sinistra c’era il bosco; alle sue spalle, la casa; e, sparsi un po’ ovunque, compreso lungo il sentiero da dove arrivavano le persone, una moltitudine di filari di vigneti diversi.
Sì, Lisa era lì, immobile, a pochi metri dal bosco.
Ma lei non aveva paura del bosco; perché, dal bosco, non spuntavano i lupi. Almeno non per lei.
I lupi, per Lisa, avevano le ali.
Lei li sentiva arrivare quand’erano ancora lontani. Arrivavano rombando, e devastavano tutto l’ambiente con i loro proiettili e le loro bombe.
I lupi volanti non ululavano, ma facevano ululare le sirene d’allarme nelle città.
Lei, però, non era più in città, a Milano, vicina ai suoi genitori e alle sue sorelle; era a Zagarolo, una località agricola vicino alla capitale, dalla famiglia di zia Nella. L’aveva portata lì suo padre, circa due mesi prima - a causa degli incessanti bombardamenti che subivano le grandi città - lontano da loro, ma al sicuro tra le braccia accoglienti di zia Nella.
Erano passati due mesi, ormai, e lei era ancora lontana dalla sua famiglia: senza avere la possibilità di avere notizie, senza telefono. Ma lei, Lisa, era sempre in contatto con i suoi genitori: ogni giorno si metteva ai margini di quell’immenso prato verde, sempre a guardare nella medesima direzione, e con la forza dell’immaginazione lo percorreva fino all’orizzonte, fino a Milano.
Improvvisamente lo sentì arrivare, rombando.
Lei si paralizzò. La voce spiegata di Marta, che stava sopraggiungendo di corsa dalla casa, sovrastava il ringhio del lupo volante. Il rombo dell’aereo diventava sempre più forte, le grida concitate di Marta si avvicinavano. Il lupo si scaricò, e, mentre l’ordigno precipitava a meno di cinquanta metri da lei, Marta stava arrivando a tutta velocità.
La bomba precipitò, e si infossò nel terreno; non esplose, per fortuna, ma sollevò un’immensa coltre di scorie che offuscò il cielo. Marta, dall’alto dei suoi vent’anni, si tuffò sul corpicino dell’adorata cuginetta, proteggendolo dalla pioggia di detriti.
Quando la pioggia cessò e il rombo dell’aereo scomparve, Marta si sollevò, guardò Lisa, ed emise un profondo sospiro di sollievo.
Si avviarono verso casa. Zia Nella corse loro incontro con due braccia larghe così; le abbracciò.

Il pomeriggio, Lisa lo trascorse in compagnia di Marta e Guglielmo, in salotto, ad osservare i loro sguardi e ad ascoltare l’Italiano stentato di lui. Marta sorrideva, impegnandosi con caparbietà nel suo ruolo di maestra.
Era una scena divertente, per una bambina come Lisa, e anche Marta – con la sua lunga chioma riccia e nera – sembrava divertirsi; anche se in realtà, all’insaputa della piccola, le orecchie della ragazza erano ben tese verso l’esterno, pronte a captare qualunque segnale d’allarme. Non che Zia Nella avesse qualcosa da nascondere, non per il suo animo almeno, ma rispetto a certe persone che frequentavano la casa, sì, era meglio che non mostrasse quanto fosse grande il suo animo.
E i suoi figli, Dario e Marta, avevano preso da lei.
Dario in quel periodo era a letto ammalato, ma Marta si stava impegnando, da parecchi giorni, ad insegnare l’Italiano a Guglielmo. Non perché lui fosse analfabeta, ma perché non era italiano.
Né lui né Bruno e Franco, i suoi due compagni.
I loro veri nomi erano William, Frank, e Brown; lui e Frank erano americani, Brown era inglese.
Fuggiti da chissà dove, erano sopraggiunti qualche giorno prima e avevano chiesto di rifugiarsi lì; e Zia Nella, per la quale tutti gli esseri umani bisognosi d’aiuto erano un essere umano unico, aveva accettato.
Non era detto, però, che tutti quelli a cui prestava aiuto era opportuno che si incontrassero; specialmente in quel periodo, in cui i ruoli dei nemici e degli alleati non erano più ben definiti e si rischiava di essere mitragliati da aerei americani che fino a pochi giorni prima erano nostri nemici, o di essere uccisi da soldati tedeschi che fino a pochi giorni prima erano nostri alleati. Oppure, per non far morire un regime ormai agonizzante, di essere perseguitati da militi in camicia nera che erano addirittura nostri connazionali.
Zia Nella comunque aiutava sempre tutti. Molti anni prima che Fabrizio De André componesse la sua canzone-capolavoro Il pescatore, Zia Nella aiutava già tutti. Indistintamente.
E Marta non era da meno. Lì, bella sorridente e con tutti i sensi all’erta, stava insegnando l’Italiano ad un fuggiasco americano, con soldati tedeschi installati nel circondario che potevano venire da un momento all’altro.

Arrivò la sera, e Dario era ancora a letto con la febbre.
Lisa, Zia Nella, Marta, e altri due cugini dell’età di Lisa - ospiti anche loro di Zia Nella -, erano in salotto, quando arrivarono Hans e Fredric, due soldati tedeschi che ogni sera andavano a gustarsi un bel bicchiere di vino prodotto da quella famiglia.
Entrarono allegramente in quella casa, dove sapevano di trovare un po’ di calore umano, uniti da un senso di simpatia, da parte dei tedeschi, e di fraternità, da parte di Zia Nella.
Già, ma come avrebbero reagito i due simpatici tedeschi se avessero scoperto che quell’accogliente famiglia prestava attenzioni anche ad un gruppo di loro mortali nemici? La famiglia di Zia Nella non lo sapeva, ma era opportuno non scoprirlo. I due soldati erano simpatici, ma era meglio non scoprire fino a che punto erano stati condizionati dal loro esercito.
Hans depositò un sacco di arance sul tavolo, e scompigliò allegramente i capelli biondi di Lisa.
 Zia Nella ringraziò mestamente per le arance, che dovevano essere trasformate in spremute per Dario, e le affidò a Marta, che andò subito in cucina.
Mentre Marta preparava la spremuta, Zia Nella riempiva i bicchieri col loro buon vino per riscaldare l’animo di quei due soldati che erano lontani da casa, e Hans aveva preso sulle ginocchia Lisa esclamando "Pella Pampjna Pjonda! Ja, ja!", dal piano di sopra si udì un tramestio e una breve frase concitata.
I due tedeschi si guardarono. Né Hans né Fredric avevano capito le parole, ma non sembrava la stessa lingua di quella famiglia.
Il silenzio fu totale.
Hans e Fredric notarono anche quello. Fredric si alzò. Aveva ancora le mani sul tavolo, quando la vocina di Lisa lo fermò: "E’ Guglielmo".
"Gugljelmo???" le domandò Hans con espressione buffa.
Zia Nella decise di intervenire: "E’ un nostro cugino".
Marta comparve sulla soglia, con un bicchiere di spremuta in mano. "Vado da Dario" disse con un sorriso che irradiava gioia di vivere.
Fredric si mosse.
"Vuoi venire anche tu?" disse, inarcando le sopracciglia in modo ospitale. "Dài, vieni!"
Marta era snella e graziosa, era bello seguirla.
Passarono davanti alla camera degli ospiti, ma da lì non proveniva più alcun rumore: Guglielmo e i suoi compagni si erano paralizzati.
"Gugljelmo?" chiese il soldato, fermandosi per puro caso davanti alla camera giusta.
Marta si girò. "No, è per Dario" disse mostrando il bicchiere e fingendo di non capire. Si avviò a passi lunghi verso la camera del fratello.
"Tove è Gugljelmo?" la bloccò di nuovo Fredric, scandendo bene le poche parole che sapeva.
Lei si voltò piano. "Boh!… Sarà in bagno" rispose, stando ben attenta a non guardare verso la stanza degli ospiti.
Bussò ed entrò da Dario. Andò subito dal fratello, porgendogli la spremuta. "Ciao, come stai?"
Lui grugnì qualcosa dondolando la testa, e bevve.
"Guarda, è venuto Fredric a trovarti!"
Lui si avvicinò e gli disse, in tono affettuoso, un’incomprensibile frase in tedesco.
"Ja, ja!" rispose Dario a qualunque cosa avesse detto Fredric. Il tedesco scoppiò a ridere, confidenzialmente, a denti stretti.
Marta si congedò dal fratello, muovendo le dita della mano per salutare, e uscì. Arrivò davanti alla stanza di Guglielmo & compagni e, senza alterare il passo, l’oltrepassò; Fredric la seguì.
Giunto di nuovo in sala, Fredric si sedette e, in compagnia del suo amico Hans e di quell’allegra famiglia, bevve quel bel bicchiere di buon vino che gli aveva versato la donna.
I minuti trascorsero inesorabili, e per i due soldati venne il momento di tornare dai loro commilitoni. Zia Nella li accompagnò fuori dalla porta, con Marta alla sua destra e Lisa al centro.
"Cjao, Pella Pampjna Pjonda! – disse Hans, scompigliandole i capelli. Lisa ricambiò con un bellissimo sorriso.
Improvvisamente, vedendo Marta, Fredric si rabbuiò un po’: c’era un fatto che non era stato chiarito. Alzò lo sguardo lasciandolo vagare al piano superiore, dove era stato con la ragazza dopo aver sentito il rumore e quelle strane parole.
I cuori di Marta e Zia Nella si fermarono, ma le due donne mantennero la loro compostezza, infondendo sicurezza e serenità a Lisa.
Hans, conoscendo bene l’amico, lo distolse dal suo pensiero spronandolo ad andare.
I due soldati tedeschi e la famiglia italiana si salutarono cordialmente, dandosi appuntamento per l’indomani sera. Come sempre.
Lisa li salutò con la manina, aspettandoli per il giorno dopo e spalancando, per sempre, il suo cuore verso gli altri. Verso tutti gli altri.


Sono passati tanti anni, e Lisa è diventata una donna (nonché mia mamma); anche se, in effetti, non sono ben sicuro che si chiami proprio così.
Zia Nella, Marta, e gli altri personaggi di quella famiglia non li ho mai conosciuti, ma sono sempre stati dei miti per me, protagonisti di tante storie incredibili. Questo racconto vuole essere un piccolo omaggio a loro, anche se nella realtà hanno nomi diversi, a cui sarò sempre molto grato per aver protetto così bene la mia futura mamma.
Sì, perché la storia che ho raccontato è basata su fatti realmente accaduti; il minimo di finzione che ho aggiunto serve soltanto ad esaltare in poche righe ciò che quella famiglia ha fatto per molti mesi.
E tutto è andato bene, per fortuna. Altrimenti non avrei potuto raccontarvi questa storia.
Né questa né altre storie.
Perché non sarei mai esistito.

©Sergio Rilletti, 2007

giovedì 16 ottobre 2014

MISTER NOIR: OGGI 10 ANNI! (Una presentazione)

Salve a tutti!... Sabato 16 Ottobre 2004, alle Ore 20.14, all'Admiral Hotel di Milano, Andrea Carlo Cappi iniziò a leggere il mio intervento dove presentavo la prima avventura di Mister Noir, il primo eroe disabile seriale della Storia della letteratura italiana, protagonista di thriller umoristici (modestamente creato da me).

Oggi, Giovedì 16 Ottobre 2014, in occasione del decennale della sua nascita, ripropongo quel mio primo intervento e la copertina del numero di M-Rivista del mistero che ha ospitato quella sua prima avventura, La vendetta dell’uomo che non era mai nato!
Tutto questo, in attesa di strepitose novità!...

Buona Lettura!



MIO INTERVENTO SU MISTER NOIR
(Letto da Andrea Carlo Cappi)


Hercule Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe. Tutti i più grandi detective della letteratura hanno nomi improbabili.
E quindi anche Mister Noir!
Mister Noir, che compare per la prima volta in questo numero di M-Rivista del mistero, trimestrale da libreria, è il primo eroe disabile seriale della Storia della letteratura italiana! Un detective privato in carrozzina, assolutamente italiano - a dispetto del nome, appunto, improbabile -, che vive e opera a Milano!
Affetto da tetraparesi spastica, che gli ostacola i movimenti ma non lo rende affatto né immobile né muto, è aiutato da Elena Fox, detective privata e sua assistente, e da Consuelo Gomez, domestica filippina confusionaria ma di gran cuore.
Supportato da diversi ausili, non necessariamente "per disabili", Mister Noir entra a diretto contatto con la città. E vi entra come un panzer, travolgendo tutti con la sua ironia e dinamicità.
In questa prima avventura, dopo aver accettato, quasi per compassione, le richieste di un aspirante cliente, Mister Noir deve affrontare La vendetta dell'uomo che non era mai nato, ritrovandosi invischiato in una vicenda i cui confini sembrano essere indefiniti e dilatarsi sempre più!
Una vicenda ricca di suspense e di colpi di scena, sorprendente anche per l'autore stesso che si è trovato a dover risolvere degli inaspettati enigmi che non si era affatto programmato!
Volutamente ispirata allo spirito brioso del telefilm "culto" Agente speciale, che imperversò in Italia negli Anni '70 e '80, Le avventure di Mister Noir è una serie di racconti che si pone come obiettivo primario il puro divertimento del lettore!
Il protagonista ha, certo, dei problemi, "ma non se ne fa", applicando in automatico le relative soluzioni. E l'autore, in qualità di suo "biografo", ne rispetta la personalità, enunciando, di tanto in tanto, alcuni problemi, ma dando comunque la priorità al carattere e alle sue azioni. Un carattere volitivo che lo rende l'unico personaggio disabile protagonista di thriller umoristici. Ovvero di thriller che di umoristico, di per sé, non hanno proprio niente, ma che la forte personalità dei due protagonisti rende tali!
Una serie innovativa e ambiziosa, che non solo offre un personaggio assolutamente inedito, ma che vuole pure esplorare tutte le tematiche e i sottogeneri della narrativa poliziesca, offrendo al pubblico tipi di avventure sempre diverse!
Un personaggio realistico, straordinariamente d'azione, che annienterà tutti i suoi nemici, compreso il pietismo, a colpi d'astuzia e di sagace umorismo!

Sergio Rilletti




Milano, sabato 16 ottobre 2004 – ore 20.14 – all'Admiral Hotel