venerdì 17 giugno 2022

DIETRO LE QUINTE DI... "MISTER NOIR" DI SERGIO RILLETTI - 1^ Puntata: CHI E' MISTER NOIR?

Salve a tutti!... Mi chiamo Sergio Rilletti, e la mia passione per la scrittura creativa - che si snoda tra racconti, opere di non-fiction, e poesie - mi aveva portato per anni a definirmi, autoironicamente, scrittore tuttofare; anche se, in effetti, da un po’ di tempo sono noto soprattutto come “il biografo di Mister Noir”, che ora è protagonista di un’antologia di racconti e romanzi brevi, intitolata proprio Mister Noir, scritta dal sottoscritto ed edita da Oakmond Publishing.

Da quando è uscito questo libro ci sono state diverse recensioni, e io stesso ho rilasciato diverse interviste al riguardo, sia sui giornali sia sui web-magazine, che ho riunito in un apposito articolo di presentazione (CLICCA QUI).

Tuttavia, c’è un aspetto che manca, che neanch’io ho finora affrontato: il Dietro le quinte di questo mio libro, ovvero cosa si cela dietro la creazione di ogni singolo racconto. Eh sì, perché, spesso, la stesura di una storia di fantasia è interconnessa con ciò che capita all’autore nella realtà, che può influire sull’alterazione della trama.

Ma innanzitutto, in questa puntata introduttiva, è giusto partire da una domanda fondamentale: Chi è Mister Noir?

Mister Noir è un geniale investigatore privato, affetto da tetraparesi spastica - e quindi, per pura combinazione, affetto del mio stesso tipo di disabilità -, che vive e opera a Milano, e che è assistito da due donne: Consuelo Gomez, una domestica filippina con cui convive, brontolona ma tuttofare, ed Elena Fox, la sua bella e letale assistente, che lo segue nelle indagini.

Nonostante il suo handicap, che lo costringe sulla carrozzina e gli crea qualche problema di articolazione nei movimenti e nel linguaggio, non è né paralizzato né muto. Anzi, ha un forte senso dell’umorismo, a tutto campo, col quale spiazza i suoi interlocutori e fa spazientire di continuo sia Consuelo Gomez sia il commissario Cordieri, che spesso incontra nel corso delle indagini.

Insomma, Mister Noir ha sì dei problemi ma non se ne fa, gettandosi a capofitto nella vita e nei casi più intricati.

Detesta il bullismo, le ingiustizie, e l’omertà, a qualsiasi livello, contro cui reagisce sempre in maniera piuttosto decisa; in compenso, però, entra in empatia con i bambini, verso i quali si intenerisce.

Guida con disinvoltura una possente carrozzina elettrica e, all’occorrenza, un furgone nero super-attrezzato, che, da autentico uomo d’azione qual è, usa anche in modo improprio.

C’è qualche perplessità sul fatto che Mister Noir possa chiamarsi veramente così, ma, a chiunque osi chiedergli il suo vero nome, con un cipiglio che ne rimarca l’assoluta ovvietà lui risponde: “Mister!”.

Le sue avventure, come vedremo nelle prossime puntate, spaziano in diversi generi e sottogeneri del thriller, partendo sicuramente dall’hard boiled, che ha come protagonisti i detective privati, ma comprendendo, tra gli altri, anche il fantastico e lo spionaggio.

Io mi vanto di essere il suo biografo sin da quel lontano Sabato 16 Ottobre 2004, quando, in una memorabile serata all’Admiral Hotel in compagnia di Andrea G. Pinketts e Andrea Carlo Cappi, presentai la sua prima avventura, La vendetta dell’uomo che non era mai nato, che avevo scritto per un numero di M-Rivista del mistero.

Già, io sostengo di essere il suo biografo, ma, nonostante ciò, alcune persone - riconoscendomi perfettamente nel mio personaggio - sostengono che io sia il suo alter ego. Uno dei tanti misteri che avvolgono me e Mister Noir!... Ma, di questo, ne parleremo più diffusamente nelle prossime puntate!

CONTINUA…

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@Sergio Rilletti, venerdì 17 giugno 2022


domenica 10 aprile 2022

SOLO!... UN EDUCATORE DI NOME CARLETTO (Un racconto autobiografico - Il terzo seguito di "SOLO!")

 Premetto: Io non sono un fan dei romanzi autobiografici. Ritengo che nessuna persona, soprattutto se non famosa, possa essere così presuntuosa da pensare di aver avuto una vita tale da poter interessare centinaia, o addirittura migliaia, di persone che non conosce.

Per i vip può essere diverso, ma rimane comunque il dubbio sulla loro totale sincerità. E, in ogni caso, su di loro grava sempre l’incombente ombra dei ghost writer: anonimi scrittori che, sotto cospicuo compenso, scrivono le suddette autobiografie… firmandole col nome del vip in questione.

Ritengo, altresì, che uno scrittore, più o meno conosciuto ma non anonimo, esprimendo ciò che pensa attraverso i propri personaggi, si faccia conoscere benissimo da ciò che scrive.

Tuttavia, a volte, nel corso della vita, si vivono delle esperienze che vale la pena di sviscerare fino in fondo.

Una di queste, per quanto mi riguarda, è la drammatica vicenda che ho vissuto Domenica 9 Aprile 2006 al Parco di Monza, di come - nonostante la mia grave disabilità motoria - sono riuscito a cavarmela, e di quello che ho dovuto subire nei mesi successivi.

Finché ho potuto, finché non hanno esagerato abusando a dismisura della mia pazienza facendomi dire “Ora Basta!”.

Una vicenda talmente lunga e intricata che le ho dovuto dedicare diversi racconti, uno per ogni aspetto, trasformando quello che avrebbe dovuto essere il titolo d’un singolo racconto (Solo!), come sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente, in quello di un’intera saga autobiografica di cui sono stato leale ma reattivo protagonista.

Una saga a cui ho dato un certo ordine logico, più che cronologico, permettendo al lettore di seguire ogni singolo aspetto di questa intricata e oscura vicenda, ma che, in realtà, essendo ogni episodio autonomo - seppur correlato con gli altri - e autoconclusivo, si può cominciare a leggere partendo anche da questo stesso capitolo.

Comunque, se volete leggere i primi tre racconti, qui sotto ci sono i relativi link.

Solo! (versione originale del 2006)  -  http://rilletti.blogspot.it/2014/01/solo-versione-originale-2006.html .

Solo!... Come sfondai il muro dell’omertà  -   http://rilletti.blogspot.it/2014/02/solo-come-sfondai-il-muro-dellomerta-un.html .

Solo!... I volontari tra il Bene e il Male  -  http://rilletti.blogspot.it/2014/03/solo-i-volontari-tra-il-bene-e-il-male.html .

Tre testi, tre capitoli della stessa vicenda, un unico modo di intendere la vita, i rapporti umani, la lealtà.

Bene. Ora, se volete, seguitemi nei meandri di questo nuovo capitolo, che ha come co-protagonista Carletto, nome fittizio dell’educatore volpone che quella fatidica domenica mi abbandonò, da solo, in mezzo al Parco di Monza per fare un giro in risciò.

Seguitemi, perché ci sarà un piccolo, inaspettato, colpo di scena finale.

 

Parco di Monza, Domenica 9 Aprile 2006, ore 15 circa

Carletto, educatore volpone, mi aveva riportato, finalmente, a Cascina Costa Alta. Avevo passato le ultime due ore alla disperata ricerca di un modo per raggiungerla, dato che Carletto, insieme a tutti i volontari che erano con lui (con alcune persone disabili come me), mi aveva abbandonato, da solo con la mia piccola carrozzina elettrica, in mezzo al Parco di Monza, per farsi un giro in risciò; dandomi solo delle indicazioni sommarie su come arrivare a destinazione… che poi erano risultate fasulle.

Certo, colpa anche mia che, per troppa generosità, per non far perdere loro quell’esperienza, avevo acconsentito, seppur con aria dubbiosa, a lasciarli andare; ma, ovviamente, credevo che mi tenessero sempre d’occhio.

Invece no.

Per fortuna, dopo quasi due ore ad alta tensione vissute alla ricerca di un percorso alternativo valido e di aiuto, incontrai una coppia di giovani - un lui e una lei - che, vedendomi spaventato e aiutandomi in maniera assolutamente encomiabile, riuscirono a rintracciare Carletto e a fargli capire dove venire a prendermi.

Lui arrivò, mi fece caricare sul pulmino da un volontario, e, senza dire una parola di ringraziamento alla giovane coppia che mi aveva soccorso, mi riportò alla Cascina, dove avevamo alloggiato quel week-end.

Lì,  mi fecero solo un piccolo applauso, ma nessuno mi chiese cosa avessi fatto o come stessi.

Niente di niente. Come se fosse andato tutto secondo i programmi.

Alle 15.30, Carletto telefonò a mia madre per avvertirla che stavamo per tornare a Milano, annunciandole, in tono allegro, “Sentirà cos’ha combinato Sergio!”; illudendola, così, che avessi fatto una bricconata.

 

Quando arrivammo a Milano, Carletto mi accompagnò dai miei genitori; e quando mia madre chiese allegramente cos’era successo, lui, sempre in tono gioviale, rispose: “Eh!... Suo figlio non ha molto il senso dell’orientamento!”… facendosi mandare ripetutamente a ‘fanculo dal sottoscritto.

Una volta a casa, i miei genitori mi chiesero cosa fosse successo, ma io fui evasivo, dicendo semplicemente che era accaduta una cosa grave, che era finita bene, ma che l’avrei raccontata con calma perché era lunga.

 

Passarono tre giorni. Venne Mercoledì. Noi intanto eravamo andati a Celle Ligure, e io decisi che era venuto il momento di raccontare ai miei genitori cosa mi era accaduto, rivelando, alla fine, che Asdrubale e Carletto avevano il numero di cellulare del ragazzo che mi aveva soccorso con Lisa.

Come andò con Asdrubale l’ho già raccontato in Solo!... I volontari tra il Bene e il Male, ma, quella sera, mia madre, me presente, telefonò a Carletto.

Lui rispose che avrebbe provato a cercare quel numero, ma era dubbioso perché il suo cellulare teneva memorizzate solo le ultime 20 telefonate effettuate. Ma, cosa alquanto anomala, lui, col quale in passato avevo condiviso pure un’uscita extra-lavorativa, non chiese minimamente di me, di come stessi. Perché?

 

Passarono i mesi senza ricevere più sue notizie; finché, a Dicembre, otto mesi dopo la vicenda del Parco di Monza, mi scrisse dicendomi che era molto dispiaciuto per quello che era successo, che si scusava di avermi messo in quella situazione, ma che ormai lui mi vedeva più come Mister Noir che come me stesso... e che, quindi, era convinto che me la sarei cavata!

In effetti, alla fine aveva avuto ragione. Ma se anziché Mister Noir avessi creato Superman, che sa volare, cosa mi avrebbe fatto fare?

Nel frattempo, come ho raccontato in Solo!... Come sfondai il muro dell’omertà, avevo già inviato la mia e-mail "NO PARTY, NO OMERTA'" all’Organizzazione, e quindi ora, a Gelsomino, l’educatore-capo, era venuta la smania di accontentarmi, organizzando, finalmente, l’incontro chiarificatore con Carletto che stavo richiedendo da otto mesi.

 

E così venne Venerdì 26 Gennaio 2007, il giorno della riunione con Carletto.

Eravamo nella sede dell’Organizzazione, e, oltre a noi due, c’erano i miei genitori, Gelsomino, l’educatore-capo, e Chiara, l’altra educatrice.

L’incontro iniziò in armonia, con la mamma che ricordò a Carletto la sua e-mail dove mi paragonava a Mister Noir; poi, però, la situazione precipitò.

Appena iniziai a raccontare che mi avevano mollato senza più voltarsi indietro, Carletto negò, dicendo che, comunque, mi avevano ritrovato entro dieci minuti. Io lo corressi su entrambi i punti.

Mi contestò persino che c’era una strada trafficata dalle auto, lasciandomi allibito.

Io rimarcai che quello che era accaduto al Parco di Monza era un fatto gravissimo, e che lui non aveva neanche ringraziato i due giovani che mi avevano soccorso. Lui ribatté che i due ragazzi li aveva ringraziati, ma, soprattutto ripeté, più volte, che quello che era accaduto era grave per noi.

Per noi? Come Per noi?

E mi disse che non mi aveva mai contattato per sentire come stessi perché non era di sua competenza.

Poi, durante la riunione, mia madre sbottò dicendo che non era possibile aver dovuto aspettare nove mesi per avere quel colloquio; lui le diede ragione, specificando, però, che aveva manifestato subito, a Gelsomino e Chiara, la sua disponibilità a incontrarmi. Loro si guardarono, e tacquero.

Ci lasciammo con l’impegno, suo, di inviarmi la corrispondenza che aveva avuto con la Wind riguardo il recupero del numero di cellulare del ragazzo che mi aveva soccorso… e che lui aveva richiamato.

 

Una volta tornato a casa, però, mi accorsi che, nella bagarre generale della riunione, c’erano alcune questioni che erano rimaste irrisolte; e, contrariamente a quanto avrei fatto in seguito coi volontari, decisi di scrivere un’e-mail a Carletto, mettendo in copia Gelsomino e Chiara.

Innanzitutto gli dissi che la sua risposta sulla sua mancata telefonata mi aveva offeso e ferito molto, perché io non mi aspettavo una telefonata da un ruolo o da una competenza, ma da una persona fisica, lui, col quale credevo - quando era un educatore fisso dell’Organizzazione - di aver instaurato un rapporto speciale; e lui invece non l’aveva fatta.

Poi gli spiegai che, anche se lui mi aveva lasciato in un tratto pedonale, nella strada parallela - che stavo considerato di percorrere al posto di quella insistente che mi aveva indicato lui - le auto sfrecciavano, eccome; e che, comunque, un parco non è un luogo affatto sicuro, perché è accessibile a chiunque, ma proprio a chiunque: cretini pericolosi compresi!

Gli comunicai anche il mio smarrimento quando, quella Domenica, alla fine, vedendolo arrivare col pulmino, notai che con lui non c’erano solo dei volontari ma pure delle persone disabili come me, che, inevitabilmente, li avrebbero rallentati nelle ricerche.

Infine gli chiarii che quello che era accaduto non era grave solo per noi, ma anche per tutti quelli a cui l’avevo raccontato. E sottolineai il fatto che, se fosse capitato a un altro ragazzo di nostra comune conoscenza, si sarebbe beccato una querela per abbandono e danni morali. Invece io non l’avevo fatto, andando contro i miei stessi interessi; e quindi almeno un Grazie, da parte sua, me l’aspettavo proprio.

 

Alcuni giorni dopo, lui mi rispose, mettendo in copia Gelsomino, l’educatore-capo, e Chiara.

Iniziò dichiarando che non avrebbe ribattuto punto per punto a tutto quello che avevo scritto, e si concentrò, invece, su un’unica questione, suddividendola in due punti.

Innanzitutto diede ancora ragione a mia madre, dicendo che non era giusto che avessi dovuto aspettare nove mesi per avere un incontro chiarificatore con lui, e ribadì che aveva detto subito a Chiara e Gelsomino che secondo lui bisognava farlo il più presto possibile, confermando la propria disponibilità ogni volta che, nei mesi successivi, l’Organizzazione lo contattava al riguardo.

Anche in questo caso, Gelsomino e Chiara non risposero.

Poi, però, mi disse che si riteneva ancora nel giusto per non avermi contattato personalmente, perché continuava a credere che la faccenda dovesse essere gestita dall’Organizzazione; non accorgendosi, a quanto pare, che la brutta figura l’aveva fatta comunque lui.

Infine, come Grazie, mi assicurò che di questa esperienza ne avrebbe fatto tesoro.

Della sua corrispondenza con la Wind, che mi aveva promesso, purtroppo non mi fornì alcuna prova. E il numero del ragazzo che mi aveva soccorso, assieme a Lisa (il nome di lei me lo ricordo bene), non saltò mai fuori.

 

Ma quella non fu l’ultima volta che ricevetti sue notizie.

Cinque anni dopo, nel 2012, ricevetti una sua lunga e-mail dove si mostrava sinceramente dispiaciuto per quello che era successo, e dove mi invitava ad andare a trovarlo nel suo agriturismo.

Io non risposi mai a quell’e-mail, non sapevo cosa dire, ma mi ripromisi che, quando avessi scritto il capitolo della saga di Solo! dedicato a lui, gli avrei reso giustizia, raccontando anche questo piccolo, gradito, colpo di scena finale.

 

 

©Sergio Rilletti, domenica 10 aprile 2022

lunedì 24 gennaio 2022

MyLife - IO E GLI EDUCATORI DA RIEDUCARE


 A volte, nella vita, si può cambiare radicalmente opinione. A volte lo si fa riguardo una singola persona, a volte riguardo un’intera categoria di persone.

E’ dal 1988 che, in quanto persona affetta da tetraparesi spastica, ho a che fare con gli educatori; per venticinque anni è stato un rapporto continuativo, poi si è un po’ diradato, fino ad arrivare alla mia ultima esperienza, almeno per il momento, avvenuta tra il maggio e il giugno del 2021.

All’inizio, quando avevo vent’anni, provando ammirazione per loro mi domandavo: “Ma chissà che studi fanno per diventare educatori?”. Poi, col passare del tempo, la domanda è rimasta quella ma ha acquisito un’accezione completamente diversa.

Concentrarmi solo sull’aspetto negativo di questo tipo di rapporto non sarà facile, dato che ho vissuto molti momenti simpatici, e a volte proprio unici, grazie anche alla categoria degli educatori, ma comunque lo farò, perché, oltre a essermi stato richiesto dalla LEDHA, ritengo sia mio dovere di scrittore affrontare questo tema in modo diretto, senza usare, per una volta, personaggi inventati come filtro.

 

Si sa che, nel corso della vita, si possono incontrare delle persone più o meno simpatiche, con le quali ci si sente più o meno affini. E questo è normale. Almeno finché c’è il rispetto.

 Quando invece il rispetto viene a mancare, il rapporto sviene. Se poi la mancanza di rispetto viene da parte di un educatore o di un’educatrice, allora lo svenimento è totale. E l’educatore in questione, molto probabilmente, non si renderà mai conto di quanto abbia fatto la figura dell’antipatico e dell’imbecille.

 

Ora, cominciando da alcuni casi meno gravi e poco eclatanti, per poi aumentare man mano di intensità, voglio citarne tre che mi sono capitati in altrettante vacanze di gruppo.

Un giorno, per colpa di un obiettore di coscienza che continuava a farmi scherzi in piscina, avevo perso un sandalo, e l’educatore, anziché mostrarmi solidarietà, non solo non disse nulla all’obiettore ma avrebbe voluto far ricomprare i sandali a me (poi però, per fortuna, il sandalo fu ripescato dall’équipe del villaggio turistico). In un’altra vacanza, invece, nonostante le mie raccomandazioni di non affidarmi a un certo volontario che nella vacanza precedente mi aveva maltrattato fisicamente, l’educatore mi mise proprio in stanza con lui, e quando glielo feci notare, mi rispose: “Ormai è fatta, mi dispiace”. Infine, in una terza vacanza, un altro ragazzo in carrozzina mi stuzzicò a tal punto da indurmi a reagire, e l’educatore in questione, vedendo solo che l’altro le stava beccando (per gioco, naturalmente), ma non sapendo che era stato lui a cominciare, approfittando di un successivo momento di pioggia mi lasciò fuori dal bungalow, e, riparatosi assieme a tutti i volontari, che lo spalleggiavano, continuava a domandarmi se volessi chiedere scusa, e io, con un bel sorrisone, caparbiamente continuavo a rispondere di no, per diversi minuti (poi, alla fine, l’educatore si stufò e mi fece entrare): un fatto che avrei potuto archiviare come semplice goliardia, sennonché alla fine l’educatore, in tono un po’ piccato, mi disse: “Guarda che lo so che hai fatto così perché sapevi che alla fine avremmo ceduto!”. Praticamente quello che secondo me, e probabilmente anche secondo i volontari, era uno scherzo, secondo lui avrebbe dovuto essere un metodo educativo.

 

Ma ciò che mi è accaduto con gli educatori a Milano, nel corso degli anni, è decisamente peggio, dato che ogni volta che tentavo di chiarirmi - con un’altra persona disabile, un autista di pulmini, un volontario, o con altri - anziché venire aiutato venivo sempre osteggiato. E quelli che seguiranno sono solo un paio di esempi, di cui uno, il secondo, particolarmente grave.

Una volta, un’educatrice si offrì di aiutarmi con una coppia di volontari per chiarire un pagamento non corretto del cinema; uscì con noi, ma, al momento opportuno, cambiò idea, non disse nulla, e, quando la interrogai con lo sguardo, si limitò a bofonchiare qualcosa di incomprensibile, alzando le spalle. Mentre un’altra volta, che stavo attraversando un periodo particolarmente ostico col gruppo di volontari con cui uscivo settimanalmente - fatto di scambi molto duri tramite e-mail -, l’educatore-capo, che chiamerò Gelsomino - come ho già fatto in qualche mio racconto -, mi convocò coi miei genitori, e, pur vedendomi disperato, negò che i volontari mi avevano scritto delle e-mail particolarmente dure, rinnegò di avermi dato ragione per iscritto, mi disse che era ora di smetterla, e suggellò il tutto con questa frase: “Il mio compito è organizzare le uscite; poi, quello che accade dopo, sono cavoli vostri, ma proprio cavoli vostri!”… paragonandosi, praticamente, a un centralinista.

 

Concludo questa rapida carrellata di fatti autobiografici con due casi emblematici: il primo è piuttosto conosciuto, per via di un mio racconto autobiografico, intitolato Solo!, che mi ha portato veramente molta fortuna; il secondo è molto più recente, ma merita di essere portato alla luce.

 

Solo! è il racconto, che potete trovare tuttora sul web, in cui narro, attimo per attimo, tutto quello che ho realmente pensato e vissuto in due ore da incubo, da quando un gruppo di volontari - guidati da un educatore volpone - mi abbandonò con la mia piccola carrozzina elettrica in mezzo al Parco di Monza per farsi un giro in risciò, a quando riuscii farmi ritrovare.

Ma Solo! non è nato per vanità, per mostrare a tutti com’ero stato bravo a cavarmela da solo in una situazione fortemente anomala, bensì come gesto di ribellione e di speranza.

Infatti, quello che mi ferì di più è stato ciò che accadde dopo, sia perché riscontrai subito nei volontari uno stato di indifferenza sull’accaduto che proprio non mi aspettavo, sia perché, quando tornammo a Milano, l’educatore volpone - che in Solo! ho chiamato Carletto - si rivolse ai miei genitori col tono scherzoso, come se io avessi combinato una bricconata. Ma quello che è stato ancora più deprimente e allucinante è stato il clima di assoluta omertà che subii per diversi mesi da parte di Gelsomino e di quei volontari coinvolti che avrebbero potuto contattarmi tramite e-mail per chiedermi come stavo e che, invece, non l’hanno fatto, tacendo anche quando mi vedevano di persona.

Io, in fondo, a Gelsomino chiedevo solo due cose: un incontro con quei volontari e con Carletto, e il numero di cellulare dei due giovani sconosciuti che mi avevano aiutato in maniera encomiabile, per poterli ringraziare. Quando, dopo mesi di solleciti e di pazienza, capii che Gelsomino non aveva intenzione di fare nulla, prima scrissi Solo!, per far conoscere quello che mi era capitato e, soprattutto, nella speranza di rintracciare i due giovani che mi avevano aiutato, e poi scrissi un’e-mail ai diretti interessati e a una marea di persone legate all’Associazione in questione, denunciando quello che mi era accaduto e il clima di omertà che stavo subendo.

Solo! non mi fece ritrovare i miei due giovani soccorritori, ma mi regalò tantissime soddisfazioni, anche inaspettate. Dopo l’e-mail, invece, Gelsomino si affrettò a organizzare addirittura due incontri.

 

E ora veniamo all’ultimo capitolo, a quello che mi capitò tra il maggio e il giugno del 2021 in quella che chiamerò Disability House.

Io c’ero già stato, nell’ottobre 2019, a fare una sperimentazione di vita indipendente della durata di due settimane, che andò benissimo, inducendomi a regalare loro una copia del mio libro Le avventure di Mister Noir, con tanto di dedica, ringraziandoli per avermi fatto assaporare un sogno.

Infatti, oltre a essere riuscito a riprodurre la mia vita quotidiana quasi come se fossi a casa - seppur venendo incontro alle richieste dell’équipe -, ero riuscito a tessere un buon rapporto con ciascuno di loro… tanto da indurmi a fare un’altra sperimentazione, molto più lunga, che, se fosse andata bene come pensavo, si sarebbe trasformata in una permanenza definitiva.

Invece andò male, un disastro totale: non passava giorno senza una polemica o un problema.

I membri dell’équipe, pur essendo gli stessi della sperimentazione precedente, non volevano darmi retta (né su ciò di cui ero stato diretto testimone né su quello che riguardava proprio me), mentivano, e si spalleggiavano a vicenda (confermando, a prescindere, ciò che diceva uno di loro, anche se non c’erano al momento del fatto, ignorando totalmente ciò che dichiaravo io), e nessuno ammetteva mai le proprie responsabilità, attribuendole, invece, agli altri abitanti, al Covid, e persino a due divani che avevano (leggermente) spostato. E quindi, molto fantasyosamente, alla mia diversa percezione della Casa; come se il loro comportamento avesse qualcosa a che fare con l’arredamento.

E, quando qualcuno di loro parlava con mia mamma o mia sorella, ovviamente dava loro un’impressione completamente diversa su come andassero le cose, omettendo sempre tutte le difficoltà che mi avevano creato.

Tutto questo senza contare che le due educatrici, che chiamerò Camilla e Miriam, e che durante la prima sperimentazione mi sembravano due miracoli e con le quali ero rimasto in contatto, erano le più agguerrite nell’applicazione dell’Ostinato Diniego; come se avessero ricevuto un preciso ordine al riguardo.

E quando, una volta che eravamo soli in casa, dissi a Miriam - che, di sua iniziativa, la volta precedente, mi aveva dato la sua e-mail, il suo contatto Facebook, e il suo numero di cellulare - che mi sembrava diventata un po’ fredda nei miei confronti, lei non solo lo negò ma arrivò persino a rinnegare il passato, spiegandomi cos’è un’amicizia e asserendo che in quel lungo periodo ci eravamo sentiti perché c’era il Covid… informandomi, praticamente, con mio grande stupore, sul motivo per cui io le telefonavo!... E’ vero che, avendo anticipato a un operatore e alla coordinatrice della Casa la mia intenzione di voler parlare con Miriam, dubito che sia stata una sua completa iniziativa comportarsi così, ma comunque, in quel momento, eravamo soli.

La mia sperimentazione a Disability House terminò dopo solo ventitré giorni, anziché le sette settimane programmate, dopo aver adeguatamente risposto a un’e-mail di Camilla - indirizzata a un gruppo di persone coinvolte a vario titolo in questo mio progetto -, dove l’educatrice in questione, narrando alcuni fatti in modo distorto, aveva tentato di farmi passare per uno squilibrato!... E così, ora, anche la responsabile generale - che ricopre un ruolo superiore a quello della coordinatrice -, che fino a quel momento era stata all’oscuro di tutto, cominciò a sapere che a Disability House c’era qualcosa che non andava.

 

Bene, il mio resoconto finisce qui. Ho cercato di selezionare i fatti più narrabili tra i molti che mi venivano alla mente, cercando di raccontarli nel modo più sintetico possibile.

Una sera, al Boulevard Café, durante un’intervista che gli stavo facendo per l’Agenzia giornalistica Hpress, Andrea G. Pinketts mi disse: “Io credo che la letteratura possa migliorare quelle persone che hanno voglia di essere migliorate, e a volte persino la necessità di essere migliorate”.

Io credo che avesse ragione, e spero, con questo mio articolo narrativo, di poter aiutare a migliorare le cose. 

©Sergio Rilletti, venerdì 24 dicembre 2021, ore 22.45

 

mercoledì 22 settembre 2021

IL MIO PROGRAMMA ELETTORALE COME CANDIDATO CONSIGLIERE A MILANO

Mi chiamo Sergio Rilletti, ho 53 anni, sono uno scrittore affetto da tetraparesi spastica sin dalla nascita, sono candidato come Consigliere Comunale e dei Municipi 8 e 9 di Milano nella Lista La Milano Radicale con Sala, e mi considero un ATTIVO SOGNATORE.

Con la mia scrittura cerco sempre, sin da quando collaboravo con l’Agenzia giornalistica Hpress, di rappresentare i vari aspetti del mondo della disabilità, evidenziando le sue positività e le sue criticità. E ci tengo a farvi sapere il mio pensiero e i miei progetti per migliorare la vita e l’integrazione delle persone con disabilità a Milano.

Una vita senza relazioni sociali non è vita. E’ questo il principio su cui si basa tutto il mio programma, che, come leggerete, si ramifica in più campi, includendo diversi aspetti della vita quotidiana. A cominciare dall’integrazione.

 

L’integrazione è fondamentale nella vita di una persona, e deve partire dalle scuole, che non solo devono fornire gli strumenti idonei agli studenti con disabilità, ma devono anche creare una forte coesione tra questi e i loro compagni normodotati, che quindi, a loro volta, non si troverebbero EMARGINATI dalla realtà.

Se fossi eletto Consigliere, mi impegnerei a garantire gli insegnanti di sostegno, gli ausili, e l’integrazione nelle scuole pubbliche delle persone con disabilità.

 

La scuola deve essere ACCESSIBILE a chiunque, completamente priva di barriere architettoniche; esattamente come: chiese, oratori, uffici pubblici, negozi, cinema, teatri, musei, e locali.

Se fossi eletto Consigliere, incentiverei l’abbattimento delle barriere architettoniche in tutti questi posti, ponendo particolare attenzione a quegli ambienti che ospitano eventi musicali e culturali, luoghi di aggregazione e convivialità: due condizioni fondamentali per la vita di ogni essere umano.

 

Per raggiungere qualsiasi posto, occorre necessariamente uscire da casa; e per una persona con disabilità - che comunque necessita sempre di avere almeno un accompagnatore -, spostarsi usufruendo dei rari mezzi pubblici ACCESSIBILI è un’impresa alquanto ostica, ritrovandosi così ancora più limitata nella propria indipendenza e costretta a scegliere se spostarsi con un’auto privata o con un taxi idoneo.

Se fossi eletto Consigliere, incrementerei i mezzi pubblici accessibili alle persone con disabilità e i taxi con pedana, e, ovviamente, renderei più accessibili i marciapiedi, aumentando gli scivoli e facendo attenzione che si possa non solo SALIRE ma pure SCENDERE dallo stesso marciapiede.

 

Nessuno può vivere appieno la propria esistenza se non ha una propria residenza, una propria CASA, che prima o poi, nel corso della vita, non può più essere quella dei propri genitori.

Se fossi eletto Consigliere, amplierei le realtà di RESEDENZIALITA’ e di COHOUSING, verificando quelle già esistenti e fornendo la possibilità di un controllo esterno con il coinvolgimento delle famiglie dei diretti interessati.

 

Io, da quando sono nato, vado in vacanza a Celle Ligure, una località balneare in provincia di Savona priva di barriere architettoniche. E quando, nel 2017, il sindaco di Celle Ligure, Renato Zunino, mi conferì la prima, e per ora unica, Civettina d’Oro per meriti culturali, feci un lungo intervento evidenziando come quella città, priva di barriere architettoniche, avesse potuto contribuire alla mia indipendenza e alla mia integrazione, facilitandomi nel coltivare rapporti personali e professionali.

Io, da anni, SOGNO che Milano diventi una città a misura d’uomo CARROZZINATO. E, se fossi eletto Consigliere, mi ATTIVEREI per riuscire a realizzarla.

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AL COMUNE VOTA SALA SINDACO, METTI X SU “LA MILANO RADICALE CON SALA”, E SCRIVI SERGIO RILLETTI.

IN ZONA 8 E ZONA 9 METTI X SU “LA MILANO RADICALE CON SALA”, E SCRIVI SERGIO RILLETTI.


GRAZIE!

©Sergio Rilletti, mercoledì 22 settembre 2021