mercoledì 6 febbraio 2019

RAPINA A DOPPIO TAGLIO (Un racconto thriller)


Clotilde non lo sapeva, ma quel giorno, se fosse sopravvissuta, avrebbe avuto una storia da raccontare.
Era un mercoledì mattina, e la banca era quasi vuota, per fortuna. Era lì per riscuotere un assegno, e, a parte lei, c’erano solo i due giovani impiegati - un ragazzo e una ragazza -, le due guardie giurate vicino all’ingresso, e altri sette uomini.
Aveva scelto quella banca, anni prima, perché si era fatta abbindolare dallo spot pubblicitario che declamava “Una banca per amica”. Non poteva certo immaginare che la sua cara amica banca, in realtà, prometteva benessere ma esportava armi e morte.
Clotilde non lo sapeva, ma l’uomo che entrò in quel momento sì.
Era alto e bruno, con i capelli corti, la mascella squadrata e forte, e gli occhi azzurri e penetranti, freddi come ghiaccio liquido.
Entrò lentamente, superando la doppia porta che doveva garantire sicurezza, girando lo sguardo di qua e di là, tenendo una valigetta nella mano sinistra, scrutando tutti con sguardo sicuro.
Uno, Due, Tre, e Quattro, i suoi quattro complici, lo seguirono.
Uno e Due andarono a destra, Tre e Quattro a sinistra, e lui dritto, andandosi a piazzare davanti all’impiegato.
Estrasse la pistola. “Questa è una rapina” disse. “Chiama il tuo capo.”
“Oggi non c’è.”
Gli sparò alla spalla sinistra, e l’uomo cadde all’indietro dolorante.
“Chiamalo” ripeté gelido. Aveva seguito i movimenti della banca per un mese intero, e quindi sapeva che al mercoledì mattina il direttore c’era sempre.
L’uomo si rialzò, tamponandosi la spalla ferita con la mano destra, e scomparve dietro una porta.
Occhi Azzurri consultò il suo orologio, non perdendo di vista l’impiegata, che, credendo di non essere notata, premette l’allarme silenzioso sotto il banco.
Poco dopo, la porta si riaprì, e riapparve l’impiegato sofferente con il banchiere: il bancario camminava a fatica.
“Perché zoppichi? Mica ti ho sparato alla gamba!” E, così dicendo, Occhi Azzurri gli sparò in pieno petto, facendolo stramazzare al suolo.
Appena lo vide, il banchiere lo riconobbe. “Non è possibile: Il Bastardo!”
“Salve, Carogna!” lo salutò Occhi Azzurri. “Non dovevi tradirmi.”
“Tu ti vuoi vendicare per quello che è accaduto dieci anni fa a Euro Disney.”
“Esatto.” E i suoi i occhi balenarono di dieci anni di rancore.

 

Euro Disney, dieci anni prima

Mancavano pochi minuti alle 15, e una gran folla di persone, scalpitanti e festanti, si era già dislocata ai lati di Main Street, la lunga via principale del Magico Regno, inconsapevoli che l’incombente figura di Gambadilegno le stava spiando da lontano.
Di solito, Main Street, era solo una via di transito. Con i suoi bassi edifici da cittadina americana di fine-Ottocento vendeva gadget a clienti di fine-Novecento, andando dalle porte del Magico Regno fino al castello della Bella Addormentata.
Ed era sempre da Main Street che bisognava passare per andare in uno dei quattro quartieri del divertimento: Adventureland, per esplorare giungle e cimentarsi in avventure piratesche; Frontierland, per vivere qualche ora nel leggendario Far-West; Discoveryland, per catapultarsi nello spazio tra alieni, tecnologie avveniristiche, e robot; e Fantasyland, per immergersi nella fantasia più pura, diventando, per qualche tempo, coetaneo di figli e nipotini.
Sì. Di solito, Main Street, era solo una via di transito.
Ma non in quel momento. A pochi minuti dalle 3 del pomeriggio.
Già, perché ogni giorno, due volte al giorno, alle 15 e alle 23, Main Street diventava teatro di un coinvolgente rito pagano: la sfilata dei personaggi Disney.
Le aiuole erano pulite e di un verde smagliante, come nei cartoni animati; e i cowboy, vestiti di scuro e con una palandrana nera svolazzante, pistole ben in vista nei foderi, tenevano libera la strada da bambini troppo impazienti di salutare i propri beniamini, che presto sarebbero passati.
I quattro quartieri del divertimento, ovviamente erano comunque popolati, ma, in quel momento, Main Street era sovraffollata di gente.
Proprio come da programma!
Gambadilegno, da lontano, li stava osservando. Erano davvero in tanti, e tutti coi portafogli belli pieni.
Sarebbe stata la rapina del secolo. I bambini non li avrebbero toccati, ma i portafogli degli adulti sì. Eccome!
E il bello… è che nessuno si sarebbe accorto di nulla!
Avrebbero pensato che fosse uno scherzo, che facesse parte dello spettacolo!
E così lui, Trudi, Macchia Nera, e i tre giovani componenti della Banda Bassotti, avrebbero depredato tutti!
Gambadilegno si stava pregustando la scena, e, anche sotto la maschera, sogghignò.
Trudi lo strattonò: era ora di mettersi in fila con gli altri.
La parata cominciò. Tutti i vip disneyani, sia buoni che cattivi, sfilavano davanti ai loro piccoli fan al festoso ritmo della Marcia di Topolino.
Tutti gli spettatori li acclamavano calorosamente. Le eroine e le principesse si prodigavano in mille saluti e sorrisi, da una parte e dall’altra, mentre gli eroi “maschi” stringevano le mani dei loro piccoli fan.
Tutto stava procedendo bene, con qualche adulto che si tratteneva a stento dall’andare ad abbracciare Paperino o Cenerentola, quando arrivò il gruppo dei ‘cattivi’, che, in quell’occasione, celava le identità di un vero gruppo di cattivi.
La rapina iniziò. Macchia Nera, Gambadilegno con la sua compagna Trudi, e la Banda Bassotti, armi in pugno, entrarono in azione. Doveva essere un lavoro semplice e redditizio, studiato nei minimi particolari; nessuno doveva farsi del male. Assolutamente nessuno!
Dentro i costumi dei criminali disneyani, La Carogna, Il Bastardo con la sua compagna Esmeralda, e altri tre complici, cominciarono a intimare alle persone di svuotare i loro portafogli. Le armi erano vere, ma, in mano a quei fantasiosi personaggi iper-sorridenti, sembravano comunque finte; e mamme, papà, zii, e nonni, convinti che fosse una burla, erano ben contenti di tirare fuori i propri soldi per partecipare attivamente a quello spettacolo.
Tutto come previsto!
O quasi.
Dal fondo della fila, Topolino, rigorosamente vestito in smoking, Pippo, e il Commissario Basettoni, si fecero largo tra i compagni e si catapultarono sui malviventi: ruzzolarono tutti a terra, tra lo stupore degli spettatori, grandi e piccini.
Topolino, saltando, sferrò un paio di ganci alla mascella di Gambadilegno, che indietreggiò barcollando. Il Commissario Basettoni lo placcò da sinistra: rovinarono a terra, e cominciarono a rotolare avanti e indietro. Gambadilegno recuperò una pistola, ma Basettoni gli afferrò il polso.
Pippo si muoveva saltellando da una parte all’altra, in una comica danza per bloccare il passo a Trudi, mentre la Banda Bassotti doveva vedersela con gli oscuri cowboy che, armati solo di pistole-giocattolo, li prendevano ripetutamente a cazzotti.
Echeggiarono tre spari, e la gente, finalmente, si terrorizzò, e scappò via in tutte le direzioni, urlando.
Gambadilegno e il Commissario Basettoni continuavano a rotolare. La pistola del rapinatore aveva sparato tre colpi, che però, per fortuna, erano andati a vuoto.
Però non era finita. Durante la colluttazione, il Commissario Basettoni s’impossessò della pistola di Gambadilegno, e, mentre rotolavano, partì accidentalmente un altro colpo. Fatale.
Un lancinante urlo femminile squarciò l’aria: Trudi era stata colpita alla schiena.
E con lei, Esmeralda.
Gambadilegno si paralizzò, e Basettoni non ebbe difficoltà a disarmarlo e ad alzarsi. Si tolse la maschera. “Comandante Poulin, della gendarmerie di Parigi” si presentò mentre toglieva la maschera al Bastardo e gli ammanettava le mani dietro la schiena. “La dichiaro in arresto per rapina a mano armata.”
L’agente travestito da Pippo tolse la maschera a Trudi, scoprendo il bel volto di Esmeralda e constatandone la morte.
Gli occhi azzurri del Bastardo erano colmi di lacrime. A pochi metri da lui, la sua adorata Esmeralda era morta.
Ma cos’era successo?
Mentre il comandante Poulin lo alzava e lo accompagnava fuori dall’ex parco di divertimenti, dove c’erano le volanti che li attendevano, Il Bastardo si guardò intorno e valutò la situazione. Esmeralda era stata uccisa, i tre complici che componevano la Banda Bassotti non reagivano più; ma La Carogna?
Dov’era La Carogna?
Mentre contemplava lo sfacelo di quella rapina, che avrebbe dovuto essere divertente e facile facile, come un gioco da bambini, la verità gli piombò nitida nella mente e nel cuore.
La Carogna li aveva traditi. Ed era riuscito a fuggire!
Il cuore gli si gonfiò, pronto ad esplodere.
Non poteva crederci! La Carogna, il suo grande amico sin dai tempi dell’infanzia, l’aveva tradito. Avevano condiviso tante cose insieme, dall’adrenalina che fuoriusciva col sangue delle vittime alla poesia struggente che sapeva infondere un tramonto.
C’era solo una cosa che non avevano potuto condividere: l’amore di Esmeralda.
Era quella la differenza che li separava: Esmeralda amava solo Occhi Azzurri, nel quale vedeva anche un altro uomo, diverso da quello spietato che compiva rapine.
E La Carogna, roso dall’invida di quell’amore che non poteva avere, doveva aver fatto una telefonata anonima alla polizia, avvertendola… e permettendo quindi l’uccisione di Esmeralda.
Poco importava chi aveva premuto il grilletto. Se La Carogna non avesse tradito, Esmeralda non sarebbe morta.
Mentre si avvicinava alla volante, Il Bastardo sapeva che non aveva scampo, che sarebbe stato condannato. Ma sapeva anche che il germe che La Carogna aveva seminato nel suo animo stava già germogliando, e quando sarebbe stato rilasciato, presto o tardi, si sarebbe vendicato.

Milano, oggi

Lo sguardo della Carogna si fissò in quello di Occhi Azzurri; solo per un attimo, però, perché poi l’ululato di una sirena della polizia catturò l’attenzione di entrambi.
“Sono il commissario Torsi” latrò una voce maschile da un megafono. “Il palazzo è circondato! Non fate sciocchezze!”
Occhi Azzurri sogghignò. Tutto come previsto!
Posò la valigetta a terra, si infilò il passamontagna che aveva in tasca, andò verso la porta, e la socchiuse. “Non si preoccupi, Signor Commissario, è tutto sotto controllo. Nessuna sciocchezza: o ci darete un’auto bella nel giro di un quarto d’ora o vi daremo un ostaggio morto ogni minuto che passa in più. A voi la scelta!” E richiuse la porta.
Mise il silenziatore alla pistola, e, compiendo mezzo giro in senso antiorario, sparò prima ad una guardia e poi all’altra, eliminando due esseri del tutto inutili per il suo piano.
“Tutti a terra” ordinò calmo.
Gli ostaggi obbedirono. Solo La Carogna e l’impiegata rimasero in piedi, al di là del banco. Occhi Azzurri si diresse verso di lui, levandosi il passamontagna e rimettendoselo in tasca, ma parlò a lei. “Ehi, bella, guarda che lo so che sei stata tu a premere l’allarme silenzioso.” E, prima che la ragazza potesse dire qualcosa, la freddò.
Riprese la valigetta, e si rivolse a lui. “Ora noi andiamo di là, e tu riempirai questa valigetta di denaro. Chiaro?”
“E’ piccola. Ti accontenti.”
“Sai come si dice: Chi si accontenta, gode!. E io, alla fine, godrò.”
La Carogna lo guardò, ostentò in un mezzo sorriso di beffarda superiorità, e si avviò verso la porta da cui era entrato, seguito dal Bastardo che lo teneva sotto tiro.
Intanto, Uno, Due, Tre, e Quattro, tenevano a bada gli altri ostaggi.
Clotilde, sdraiata, guardava il suo compagno di sventura accanto lei, con gli occhi pieni di lacrime e i brividi che le scuotevano il corpo. L’uomo e la donna si guardavano: negli occhi dell’uno si rispecchiava il terrore dell’altro. Nessuno dei due poteva dimenticare che quell’uomo dagli occhi azzurri aveva ucciso a sangue freddo quattro persone, tre delle quali senza alcun motivo.
In realtà, un motivo per quelle uccisioni c’era. Ma se Clotilde l’avesse saputo, si sarebbe terrorizzata ancora di più.

Il commissario Torsi era rimasto impietrito. Non gli era mai capitato nulla di simile. Di solito, il suo punto di forza era la contrattazione, il dialogo: parlando con i sequestratori riusciva a capirli, a prendere tempo, e a giungere alla conclusione senza vittime.
Era un suo punto d’orgoglio.
Ma l’uomo che si era affacciato alla porta aveva concesso pochissimo tempo. E non ammetteva repliche.
Per la prima volta nella sua carriera, il commissario Torsi si sentì spaesato. Tutto il mondo attorno a lui era stato avvolto in un’ovatta, non gli apparteneva più.
Tentò di ragionare. L’uomo incappucciato aveva parlato al plurale, quindi non era solo. Sì, ma in quanti erano? Da lì era impossibile vedere l’interno della banca. Per riuscirci avrebbe dovuto andare fin quasi col naso attaccato ad una delle due grandi finestre ovali, protette da inferiate, e aguzzare bene la vista; ma non era affatto detto che, al di là delle finestre, non avrebbe incrociato lo sguardo di qualcuno, messo lì di guardia, pronto a sparargli.
Il commissario Torsi fu costretto a rivolgersi ad un agente lì vicino, pronunciando una frase che non avrebbe mai pensato di dover dire: “Chiamate i rinforzi, e tenetevi pronti ad intervenire!”.

“Come mi hai trovato?” disse La Carogna mentre, nel caveau, richiudeva la valigetta del Bastardo, ormai piena.
“Ti ho trovato a Mindanao, nelle Filippine. Sai?, dopo il tuo scherzetto a Euro Disney sono stato condannato a cinque anni. E cinque anni chiuso in prigione, dopo che hai perso la donna che ami, ti marchiano a fuoco, ti incattiviscono.” Si interruppe un momento. “Esmeralda era bella, e mi amava. Non dovevi ucciderla.”
“Non l’ho uccisa io, il commissario Basettoni l’ha uccisa.”
“I poliziotti l’hanno uccisa perché tu hai fatto la spia.” Lo guardò fisso negli occhi. “Tu, in quel momento, hai ucciso una parte di me: la parte che voleva cambiare. Io ti sarei rimasto sempre amico, anche se avessi cambiato vita con Esmeralda, lo sai; ma tu… Ma tu hai rovinato tutto!”
La Carogna deglutì, Il Bastardo continuò. “Uscito di prigione sono diventato un avventuriero, un mercenario al servizio del miglior offerente. Mi arruolai nell’esercito di Manila, e sventai parecchi attentati della cellula islamica Abu Sayaf. Diventai un eroe!”
La Carogna non parlò: i suoi occhi si rimpicciolirono a due fessure, simulacro di uno sguardo spietato, ma le sue palpebre fremevano.
Il Bastardo se ne accorse, e sorrise gelidamente. “Poi, un giorno, sentii il tuo nome dall’intermediario dell’esercito per l’acquisto delle armi. Non starò ad annoiarti con i particolari, ma è così che ho saputo che avevi fatto carriera e che eri diventato un pezzo grosso. Ed ora eccomi qua, per rapinarti e ammazzarti.”
“Perché qua, perché non a casa mia?”
“Perché io rapino banche, non rubo negli appartamenti. Te l’ho già detto: tu hai ucciso la parte di me che voleva cambiare!”
“E le persone che sono di là?”
Il Bastardo scrollò le spalle. “Cazzi loro: imparano ad affidarsi a banche che commerciano in armi! E se non lo sanno, cazzi loro comunque: c’è il modo di documentarsi, sai?![1]“
La Carogna deglutì di nuovo, con lo sguardo di un uomo che non ha scampo. “E ora, cosa accadrà?”
“Torniamo di là e lo scoprirai.” E gli intimò con la pistola di muoversi.
Fuori dalla banca, il commissario Torsi blaterava un altro ordine di arrendersi, ma Il Bastardo aveva un altro progetto, ben più sarcastico e redditizio.
Spianò la pistola sugli ostaggi. Doveva ammazzarne altri tre, come da programma. Cominciò a ruotare lentamente l’arma, spostando la mira su ogni singolo ostaggio: una sorta di roulette russa con tre morti assicurati.
Poi si bloccò e ci ripensò. Ne avrebbe ammazzato soltanto uno, per il momento. “Alzati!” ordinò all’uomo a destra di Clotilde.
L’uomo obbedì, e lui lo strattonò fino alla porta d’ingresso. Clotilde tentò di girare la testa per seguire i passi di quell’uomo, che non conosceva ma con cui aveva condiviso tanto nel silenzio, ma Due, posto sul lato di fronte a lei, sparò, sbrecciando il pavimento a pochi centimetri dal suo naso, inducendola a posare di nuovo la testa a terra.
Clotilde si accontentò di sentire i rumori, col cuore che le palpitava in gola.
Ma quanto tempo era passato? Non erano ancora passati quindici minuti! Allora perché quel mostro aveva fatto alzare quell’uomo?
Clotilde inspirò ed espirò profondamente, con gli occhi sbarrati e il padiglione auricolare rivolto all’indietro, totalmente concentrata sul respiro e sulla percezione del mondo attraverso l’udito.
I passi dei due uomini echeggiavano sul pavimento di marmo. Si fermarono. Qualcuno aprì la porta. “Esci” disse la voce di Occhi Azzurri. Clotilde s’immaginò l’espressione incredula dell’uomo che fino a qualche attimo prima era sdraiato accanto a lei. Altro rumore di passi; solo di una persona, però. Il rumore dei passi cambia, passando dal marmo all’asfalto. Sembra andare tutto bene, nessuno fiata. Poi… due colpi silenziati, e un tonfo. La porta si richiude.
Clotilde serrò con forza gli occhi. Quel mostro l’aveva ucciso!

Il commissario Torsi aveva assistito alla scena, con la bocca paralizzata in un’espressione di orrore puro.
“Commissario, cosa dobbiamo fare?” chiese l’agente, avvicinandosi a lui.
Torsi non rispose. Non poteva crederci! Non erano ancora passati i quindici minuti a loro concessi!
“Commissario…?” incalzò l’agente.
Che senso aveva uccidere un ostaggio prima dello scadere del tempo?
“Commissario!”
Torsi si ridestò, e guardò l’agente. Aveva capito che per quegli ostaggi non ci sarebbe stato scampo, se non avessero fermato quei malviventi lì, sul posto. “Appena escono, sparate” si sentì dire con una voce che non era la sua.
Restò immobile, con le mani nelle tasche, come se fosse davanti ad uno specchio.
Era stato proprio lui a pronunciare quelle parole?
Sì, era stato proprio lui!
Portò il megafono alla bocca, mentre i suoi uomini si tenevano pronti dietro le auto, in assetto da combattimento. “Perché hai ucciso quell’ostaggio?, non era ancora finito il tempo! Ora come faccio a fidarmi di te?”
Un colpo di pistola e uno straziante urlo furono la sola risposta che ottenne.
Cazzo!, imprecò tra sé battendo un piede sull’asfalto. “Va bene. L’auto sta arrivando. Sta’ calmo.”
Pochi istanti dopo, infatti, arrivò una berlina.
C’era solo un particolare che doveva chiarire. Perché il rapinatore aveva chiesto una sola auto? In quanti erano? Torsi ci meditò un po’. Tre, più lui, quattro, più un ostaggio, cinque. E la macchina era bella che piena!
Torsi lanciò uno sguardo in alto. Sui tetti delle case, i cecchini erano pronti a fare il loro dovere.

All’interno della banca, Il Bastardo sogghignava: il piano stava funzionando. Tempi molto stretti, niente obiezioni, niente trattative: erano stati quelli i tre fattori fondamentali che avevano disorientato lo sbirro, inducendolo ad obbedirgli.
Ma l’auto non gli serviva affatto: a lui servivano soltanto quegli sbirri come esseri frustrati e incazzati. E gli ultimi due morti erano serviti proprio a quello, a far crescere in loro rabbia e frustrazione.
Occhi Azzurri guardò imperiosamente i suoi uomini. “Allora, siete pronti?”
I quattro annuirono. E ognuno si cavò un passamontagna di tasca.

Il tempo era scaduto. Il commissario Torsi, eretto al di là della strada, vide la porta della banca aprirsi. Uscì un ragazzo dai capelli lunghi e biondi, con una pistola puntata alla tempia e l’espressione stravolta dal terrore: portava la valigetta del Bastardo. “L’auto! Dov’è l’auto? Vi prego, fate come dicono, se no questi ci ammazzano!”
Dietro di lui, un uomo alto dai capelli corti e neri procedeva a occhi chiusi, terrorizzato dalla pistola puntata contro la sua giugulare. Il rapinatore che lo tratteneva continuava a guardare nervosamente da una parte e dall’altra.
Uscirono altri tre ostaggi, trattenuti e minacciati da altrettanti uomini incappucciati.
In tutto cinque.
Cinque, notò il commissario. I rapinatori erano cinque, non quattro! Ma allora avevano intenzione di andarsene senza ostaggi? Non credeva proprio!
Stava accadendo qualcosa di strano. Di solito, in casi come questi, tra sequestrati e sequestratori si stabiliva un’intesa perfetta: i primi non facevano mosse false per paura dei secondi, e i secondi non facevano mosse false per paura della polizia. Ma, questa volta, c’era qualcosa che non andava.
Mentre il piccolo corteo avanzava verso l’auto e poliziotti & tiratori scelti tenevano nell’occhio del mirino i cinque rapinatori incappucciati - trattenendo a forza i propri indici dal premere i grilletti -, il rapinatore uscito per secondo con l’uomo bruno che teneva gli occhi chiusi continuava a girare la testa di qua e di là, guardando tutti quegli sbirri armati, ansimando.
I cecchini aspettavano solo il momento propizio per sparare, il secondo rapinatore continuava a sbuffare e dimenarsi, alla disperata ricerca di qualcosa… o di qualcuno.
Fu in quel momento che l’uomo bruno reagì: caricò il braccio destro verso l’alto e sferrò una gomitata al rapinatore: questi barcollò all’indietro e, senza volerlo, puntò la pistola contro un poliziotto.
Scoppiò l’inferno.
Cecchini e poliziotti non aspettavano altro, e cominciarono a eruttare proiettili. In pochi secondi, una pioggia di morte investì i cinque uomini incappucciati, facendoli piombare a terra crivellati di colpi.
Finita la sparatoria, per le strade piombò un silenzio irreale. Il marciapiede, ora, era lastricato di morte.
I cinque ostaggi si alzarono faticosamente e s’incamminarono, ognuno per conto proprio, verso la barriera delle volanti.
Alcuni poliziotti si riversarono sui cinque cadaveri, mentre altri accolsero i cinque superstiti per soccorrerli e interrogarli. Il commissario Torsi andò verso il corpo del secondo rapinatore; stava per chinarsi per scoprirgli il viso, quando sentì qualcuno rantolare nella banca.
Il commissario entrò di corsa, ma si bloccò, inorridito, quando vide i cadaveri delle due guardie giurate e quello di un uomo. Laggiù, oltre il banco degli sportelli, due macchie di sangue sul muro facevano intuire la presenza di altri due cadaveri.
Il lamento lo ridestò. Lì, a pochi metri da lui, c’era una donna di mezz’età, ferita gravemente, che si stava sbracciando. Lui si avvicinò, e le sollevò la testa.
Lei iniziò. “I rapinatori…”
“Sì, signora, li abbiamo presi.”
“No!… Non è… come… sembra.”
Quel giorno, se fosse sopravvissuta, Clotilde avrebbe avuto una storia da raccontare. Una storia di una rapina, di una vendetta, e di un uomo dagli occhi freddi e azzurri come ghiaccio liquido. Un uomo che non esitava a sparare a chiunque gli fosse d’intralcio, compresa lei, che non aveva la struttura adatta per interpretare un rapinatore. Un uomo che aveva costretto i cinque superstiti ad indossare i passamontagna e a impugnare armi scariche, facendosi passare per i rapinatori, sotto la minaccia che fuori, da qualche parte, c’era un altro suo complice, pronto a sparare.
Già. Se quel giorno, Clotilde, fosse sopravvissuta, avrebbe avuto una storia da raccontare.
Invece spirò.

Il Bastardo camminava spedito e sicuro, con le mani in tasca, ormai lontano dal luogo del crimine. Lui e i suoi quattro complici si erano allontanati in fretta, subito dopo aver risposto alle domande della polizia; un interrogatorio preliminare umano, che i poliziotti avevano compiuto più rapidamente possibile, in rispetto dello sconvolgimento delle ‘presunte vittime’.
Ovviamente non avevano mai avuto alcun complice all’esterno, era solo una stronzata che gli era venuta in mente per convincere quei poveretti, attori di un gioco internazionale di cui in qualche modo facevano parte, ad obbedirgli. E loro, atterriti com’erano, non avevano esitato a farlo.
Aveva mandato avanti Tre, il suo complice giovane e biondo, che non aveva fatto sentire la propria voce agli sbirri, consegnandogli la valigetta. E, quando gli sbirri l’avevano aperta, l’avevano trovata piena di soldi; perché, dopo essersi spartiti il denaro preparato dalla Carogna, Il Bastardo gliel’aveva fatta riempire di nuovo, a beneficio esclusivo dei poliziotti… o meglio, del loro depistaggio.
Aveva dovuto sparare anche ad una donna di mezz’età, rimettendo il silenziatore per non far sentire il colpo all’esterno, perché non aveva la stazza adatta per interpretare un rapinatore minaccioso.
Ma il colpo più geniale, al cui pensiero non poteva fare a meno di sorridere, era stato costringere La Carogna a ‘prenderlo in ostaggio’, facendolo poi ammazzare dalla polizia; da quella polizia che, dieci anni prima, a causa del tradimento della Carogna, aveva ammazzato la sua adorata Esmeralda.
Un bagno di sangue per una vendetta.
Non era certo nello stile di Esmeralda, ma nel suo sì.
Solo Esmeralda poteva fargli cambiare vita. La rapina “carnevalesca” a Euro Disney l’aveva concepita lei; poi, per motivi di “autorevolezza”, l’aveva proposta lui, ma era stata lei a idearla. Voleva dimostrargli che era possibile vivere senza violenza.
E avrebbe funzionato, se La Carogna non li avesse traditi!
Ma era andata male; Esmeralda era morta, e lui non poteva fare la vita che voleva lei, senza di lei: sarebbe impazzito.
Forse, un giorno, avrebbe incontrato un’altra donna che gli avrebbe fatto cambiare vita, ma fino a quel giorno avrebbe continuato la sua vita di sempre.






[1] Per esempio, visitando il sito www.banchearmate.it

mercoledì 30 gennaio 2019

MyLife - BUON ANNO, NUOVO ANNO! (Una poesia autobiografica inedita)


Buon Anno, nuovo anno!
Non importa se è il 1° Gennaio
o un altro giorno del calendario,
quello che davvero importerà
è che l’inizio di un bell’anno sarà.
L’anno vecchio è stato piuttosto birichino,
comportandosi come se avesse bevuto molto vino;
alternando gioie e passioni
a delusioni e terribili malumori.
Molti amici con piacere ho rivisto,
anche quelli che non avevo più visto;
molte brave persone ho conosciuto,
che ora si meritano un mio saluto;
diversi amici ho finalmente ritrovato,
mentre altri ho definitivamente salutato.
Anch’io ho rischiato di andarmene da questo mondo,
e di guardare, da Lassù, il Capodanno
e questo pazzo pazzo girotondo.
Mia sorella e molti altri mi furono vicini:
familiari, parenti, dottori, infermieri, e ancora i miei amici;
tutti mi ricordavano che ero un leone,
e io, rammentandomi della mia passione e degli impegni presi,
mi innalzai sopra a tutto, e non mi arresi.
E ora, che mi sono rimesso a scrivere, a vivere, e a sognare,
accolgo te, Anno Nuovo, che da domani comunque verrai,
con la certezza che bello, seppur imprevedibile,
per me e per tutti comunque sarai.

©Sergio Rilletti, mercoledì 30 gennaio 2019

lunedì 31 dicembre 2018

MyLife - COME DIO MI AIUTO' NELLA MIA VITA (Un mio intervento alla "Parrocchia Sacro Cuore di Gesù alla Cagnola" di Milano)

Buongiorno a tutti!... E’ con viva, e doppia, emozione che stamattina mi trovo qui, in mezzo a voi.
Sì, emozione doppia. Non solo perché ritorno in questa Parrocchia, che per diversi anni mi ha ospitato facendomi partecipare a esperienze meravigliose, ma anche perché, seppur sia ormai abituato a fare incontri pubblici, questa è la prima volta che mi presento come persona e non come scrittore. Anche se, a pensarci bene, non è che quando mi presento come scrittore mi tramuto in un altro essere.
Ma andiamo con ordine, iniziando, appunto, dall’inizio.

Nella vita, c’è chi nasce con niente, chi nasce con la camicia, e chi nasce con la carrozzina.
Io sono nato con la carrozzina.
E nascere con la carrozzina non è un’impresa semplice, perché implica l’accettazione di limiti straordinari, fuori dal comune, che ti differenziano dagli altri bambini; come, per esempio, non poterti iscrivere a una squadra di calcio formata da tuoi amici. E non puoi capirlo subito, perché, secondo le tue idee semplici e lineari da bambino, non ci sarebbe alcun problema dato che, durante il gioco, saresti sorretto in piedi da tuo papà.
Poi i tuoi genitori ti spiegano che non è proprio così, perché, non potendoti muovere come gli altri, potresti creare dei disagi, sia alla tua squadra sia all’Organizzazione.
E tu devi capirlo e accettarlo. Per forza.

Per fortuna, crescendo e credendo, si diventa più consapevoli non solo dei propri limiti ma anche delle proprie capacità, e della presenza che Dio ha nella nostra vita quotidiana. E quella che sto per raccontare è la storia di un disegno divino ben preciso, compiuto con grande pazienza e perizia, che cambiò radicalmente la mia vita.
La mia Rinascita ha una data e un luogo ben precisi: domenica 15 novembre 1987, Villa Radicefossati, ore 21.30 circa.
Fino a quel momento, la mia vita quotidiana si districava principalmente tra casa e scuola. Avevo pochi amici - ovvero un amico e una manciata di amiche -, e uscivo a volte con loro e a volte con mia sorella. Durante le gite scolastiche mi integravo e socializzavo con tutti, ma poi, durante l’anno, i rapporti cambiavano un po’, e non mi interessava uscire con chi non consideravo proprio un amico: la paura di non trovarmi a mio agio era troppo forte!
Poi, una sera del 1986, venne a trovarmi don Serafino, che mi parlò di un libretto di racconti che aveva realizzato con un gruppo di ragazzi dell’oratorio durante un ritiro spirituale in un monastero al Passo del Sempione. Alcuni mesi dopo, quando lui mi parlò di un nuovo libretto di racconti in preparazione, io gli chiesi se potevo partecipare con un racconto sull’argomento del libretto precedente, e lui mi rispose di sì. Nel frattempo, sempre don Serafino, mi fece conoscere due obiettori di coscienza con cui avrei potuto stringere amicizia.
E venne il giorno in cui don Serafino mi invitò alla festa della Parrocchia San Martino e del quartiere Villapizzone, che si celebravano lo stesso giorno, congiuntamente; e io, pur conoscendo solo Enzo, l’obiettore che mi avrebbe accompagnato - che comunque conoscevo ancora poco -, straordinariamente risposi di sì.
E, poco dopo le 15 di quella fatidica domenica 15 novembre 1987, io uscii da casa con Enzo, un ragazzo simpatico ma che conoscevo poco, diretto verso un luogo che non frequentavo più dalla terza media, l’oratorio, dove non conoscevo nessuno.
Eppure ero relativamente tranquillo, deciso, comunque, a tornare a casa per l’ora di cena!
La giornata andò bene, insieme a ragazzi, e soprattutto ragazze, che mi fecero divertire molto, integrandomi tra loro; tuttavia, non era ancora scoccata la scintilla che avrebbe cambiato la  mia vita. Il disegno non era ancora completato!
Don Serafino, sempre lui, mi propose di rimanere a cena, a Villa Radicefossati; e io, pur sapendo che avrei perso la terza puntata di uno sceneggiato che mi interessava, con mio grande stupore accettai.
La serata non cominciò molto bene: un mio compagno di classe delle scuole elementari, con cui da bambino ero proprio amico, non ricambiò l’entusiasmo con cui lo salutai, andandosene via quasi subito, lui e il cane. E io cominciai a maledire di non essermi accontentato della bella giornata ma di essermi voluto fermare anche per la cena.
Ma, verso le 21.30, Dio completò il suo disegno, e si manifestò a me. E lo fece nel migliore dei modi possibile: con le graziose fattezze di Simona.
Lei si presentò a me, e, dopo essersi accertata che fossi proprio io, mi dedicò uno splendido sorriso e mi disse: “Ho letto il tuo racconto: è bellissimo!”.
Il racconto in questione era quello che don Serafino aveva ospitato nel loro secondo libretto, e per me fu l’inizio di una nuova Era.
Non solo perché, ovviamente, cominciai a frequentare l’oratorio e tutte le attività parrocchiali, allargando notevolmente le mie amicizie, ma anche perché Simona diventò la mia migliore amica e una colonna portante della mia vita. Iniziò a venire a trovarmi tutte le settimane trasformandosi nella mia personale mental-coach: seguendomi, consigliandomi, e spronandomi, sia nel campo dei rapporti sociali sia in quello della scrittura creativa (che sapeva essere la mia grande passione); ed esigendo, ogni volta, almeno tre novità.
Pian piano presi sempre più coraggio, allargando a dismisura le mie conoscenze, frequentando anche realtà dove non c’era lei.
E se io, un giorno, ho cominciato a frequentare questa Parrocchia - conoscendo persone splendide, e coltivando nuove amicizie che durano ancora oggi -, è perché, una sera del 1986, Dio cominciò il suo disegno, facendomi ascoltare don Serafino che mi parlava di un certo libretto della Parrocchia San Martino. Se non fosse accaduto questo fatto, e la catena di eventi che ne è conseguita, io, molto probabilmente, sarei un’altra persona e oggi non sarei qui con voi.

Ma c’è un’altra storia che vorrei raccontarvi. Una storia di panico dominato e di riscatto, in cui Dio, vedendo la mia tenacia, decise di darmi una mano, in due modi e periodi diversi.
Una storia che ha, come inizio, una data e un luogo ben precisi: domenica 9 aprile 2006, ore 13.10 circa, Parco di Monza; ma che, come la precedente, necessita di una premessa.
La mia passione per la scrittura creativa sfociò, in modo fruttuoso, nell’assidua collaborazione con M-Rivista del mistero, diretta dallo scrittore Andrea Carlo Cappi. Lui diventò subito il mio affettuoso mentore, e, negli otto anni che collaborai con la sua rivista, dal 2001 al 2008, accettò ogni mia proposta, dandomi la possibilità di realizzarla; compresa la creazione di Mister Noir, il mio alter ego seriale, protagonista di thriller umoristici.
E, durante quegli otto anni, incappai, inevitabilmente, nelle ore 13.10 di quella fatidica domenica 9 aprile 2006, quando mi ritrovai in mezzo al Parco di Monza.
Solo!
Sì, solo. Perché il gruppo di volontari con cui ero, guidati da un educatore volpone, considerando che ero su una carrozzina elettrica - peraltro di modeste dimensioni - decisero di farsi un giro in risciò. E non tornarono più!
Passai quasi due ore di terrore, all’affannosa ricerca di qualcuno che potesse capirmi e aiutarmi, e devo ringraziare proprio Dio di non avermi mai fatto perdere la lucidità. Ci riuscii quindi tre volte; ma le prime due persone mi diedero informazioni che non portarono a nulla. Ero allo stremo delle forze, quando mi apparvero, come un miraggio, una coppia di giovani, un lui e una lei, che capirono subito che avevo bisogno d’aiuto, capirono subito che ero stato abbandonato da un gruppo, e, comportandosi in un modo assolutamente encomiabile, e capendomi, riuscirono a rintracciare l’educatore volpone facendomi venire a riprendere. E io, mentre ero ancora lì con loro, pensai subito, ma proprio subito, che fossero “due angeli custodi mandati da Dio”.
Ovviamente avrei voluto richiamarli per ringraziarli, ma, nonostante che il loro numero di cellulare lo avessero sia l’educatore volpone sia due volontari, uno dei quali me l’aveva proprio promesso, non venne mai fuori, instaurandosi un clima di omertà, che proprio non mi aspettavo. Un fatto che mi ferì nel profondo, ma Dio mi fornì l’intuito e la forza giusta per reagire, decretando l’inizio del mio riscatto.
Infatti, sapendo che Cappi era in procinto di realizzare un numero di M-Rivista del mistero intitolato Lezioni di paura, gli proposi di scrivere un racconto su quella vicenda, con la specifica speranza di riuscire a rintracciare quei miei due giovani e brillanti soccorritori, e lui accettò.
Lo intitolai Solo!, e fu l’inizio di uno strepitoso trionfo: giornali e riviste, blog, scrittori e scrittrici, persone che conoscevo poco o che non conoscevo affatto, mi manifestarono, tutti, la loro completa solidarietà, attivandosi per diffondere la mia storia. Persino le radio, che Simona mi aveva spronato a contattare, diffusero il mio appello. E io partecipai a due programmi radiofonici della Rai, di cui uno in diretta al quale andai come ospite in studio in qualità di scrittore (accompagnato, ovviamente, da Simona che mi fece da “interprete”).
Ma questo secondo disegno, già bellissimo così, non era ancora completato. Nel 2009, il mio racconto Solo!, che potete scaricare gratuitamente dal web, attirò l’attenzione di un certo Elio Marracci, che mi propose di curare, insieme a lui, un’antologia di racconti thriller con protagonisti diversamente abili che se la cavavano da situazioni di pericolo grazie alle proprie capacità; e io accettai. Capacità Nascoste uscì nel 2012, e attirò, da subito, l’attenzione della stampa.
 E tutto questo, sia ben chiaro, per un numero di cellulare promesso ma non dato!

Ora è iniziato un anno di sfide, grandi ed enormi, per me; personali e professionali.
Tra queste, una troneggia su tutte e su di me: andare a vivere da solo… o quasi!
E accadrà, necessariamente, entro l’anno!
Non so ancora bene come mi organizzerò, ma mi auguro che il tipo Lassù, che gli inglesi chiamano Lord, si sia già messo a fare uno dei suoi mirabili disegni!...


©Sergio Rilletti, sabato 24 febbraio 2018

lunedì 24 dicembre 2018

MyLife - RICORDANDO PINKETTS (Un mio mini-ricordo personale di Andrea G. Pinketts)



“Andrea G. Pinketts, che, con la sua roboante ironia, è riuscito subito a stabilire una bella intesa con me, accogliendomi nel suo gruppo a braccia talmente aperte da portarmi lui stesso su e giù dalle scale del Boulevard Café di Milano. Un’intesa predestinata a manifestarsi in modo ottimale, dato che, anni prima, a nostra reciproca insaputa, collaboravamo entrambi ad Achab-Il corriere dell’avventura”.
Queste sono le parole che gli dedicai pubblicamente Sabato 20 Maggio 2017, a Celle Ligure, in un’occasione particolarmente importante per me.

“CIAO, BASTARDO!” mi diceva sempre, col suo roboante ghigno pieno di stima e affetto; una grande sensibilità celata dietro una scorza da superduro dalla battuta sempre pronta che solo chi lo conosceva davvero bene sapeva decifrare.
Io e Pinketts ci conoscemmo il 27 novembre 1997, ventun anni fa, al Boulevard Café. Mi presentai a lui con una lettera… e una mia amica, Federica, che gliela consegnò.
Non so se lui fu più colpito dalla mia lettera o dalla mia amica, ma, da quel preciso momento, tra noi si stabilì un’intesa perfetta che travalicò qualsiasi tipo di barriera, architettonica e culturale; inducendolo persino a prendermi tra le braccia per farmi salire e scendere le scale del Boulevard Café, dove teneva gli incontri letterari.
E la sensibilità che, un incontro letterario dopo l’altro, riscontrai in lui, in Andrea Carlo Cappi, in Stefano Di Marino, e in Alan D. Altieri, che componevano lo zoccolo duro di quella banda di acculturati bontemponi che animavano le serate, mi convinsero definitivamente a inserirmi in quel gruppo.
E così io diventai uno scrittore di thriller e di noir scegliendo non il genere in sé, ma le persone che lo rappresentavano.
Ora, però, è venuto il momento dei saluti.
Ciao, Pinketts!... Approfittane, e goditela per l'eternità!
Noi, intanto, continueremo a divertirci con i tuoi libri... e ripensando ai tuoi "live"!...


©Sergio Rilletti, sabato 22 dicembre 2018

martedì 9 ottobre 2018

MyLife - IO, LA SPADA DI DAMOCLE, E MISTER NOIR (Il mio intervento a "LEZIONI DI INDISCIPLINA 2018 - MANI IN ALTO")

Buonasera, e Benvenuti a tutti!... Quando fui convocato a partecipare a questa serata, in qualità di docente di Indisciplina, non ebbi alcun dubbio, nemmeno per un istante: avrei parlato di Mister Noir, il mio eroe seriale - un detective privato affetto da tetraparesi spastica ma dotato di sfrenato umorismo -, e della famigerata Spada di Damocle, che ogni tanto il mio alter ego letterario si ritrova a combattere.
Poi, mi resi conto che c’erano due piccoli fatti della mia vita che si sarebbero incastonati perfettamente nel tema di questa serata.
Due fatti risalenti al mio periodo scolastico, che ho trascorso sempre in scuole normali - che, a differenza di quelle speciali, ammettevano l’inclusione anche di persone prive di disabilità -, in cui mi sono contrapposto a delle realtà che non mi piacevano.
Il primo è accaduto alle scuole medie, quando, su suggerimento di mia madre, scrissi una lettera a macchina, che feci recapitare alla preside, per protestare contro il cambio della mia insegnante di sostegno, che, a differenza di quella precedente, non mi sembrava molto lungimirante. Purtroppo tale sostituzione non dipendeva da lei  ma dal Provveditorato, ma intanto l’avevo fatta partecipe di quello che pensavo.
Il secondo fatto è avvenuto alle scuole superiori, quando, approfittando di un tema in classe, decisi di esternare il mio disappunto sul comportamento persecutorio che la professoressa di Francese, che nominai precisandone pure il cognome, secondo me aveva nei confronti di una certa mia compagna. Alla riconsegna dei temi, parlando in generale, la professoressa di Italiano, con un po’ di imbarazzo volutamente accentuato, ci disse che non era affatto necessario essere così precisi coi nomi dei professori; ma intanto aveva dovuto prenderne atto.
Ebbene sì; perché, come molte cose importanti della vita, anche l’indisciplina si impara a scuola.
Un tipo di indisciplina che non ho mai smesso di coltivare, applicandola in diverse circostanze, convinto che sia doveroso, per chiunque, non limitarsi ad alzare le mani in segno di passiva e illusoria astensione, che comunque non esiste, da ciò che si vede da vicino, ma di rendersi partecipe di un tentativo di miglioramento o di un vero e proprio atto di solidarietà.
Anch’io, nella mia vita, ho avuto molti momenti di solidarietà… ma anche di omertà, a cui comunque ho sempre cercato di reagire attraverso l’uso della scrittura. E quello che sto per raccontare è un episodio emblematico in entrambi i sensi, che non solo ha caratterizzato alcune mie drastiche scelte di vita ma anche la mia narrativa.
Domenica 9 Aprile 2006 fu un giorno fatidico per me; non perché fui abbandonato in mezzo al Parco di Monza da un gruppo di volontari - guidati da un educatore volpone - che volevano
 farsi un giro in risciò, e neppure perché ho impiegato due ore, a bordo della mia piccola carrozzina elettrica, a cercare aiuto… con tutte le mie difficoltà di articolazione del linguaggio; ma per i due fatti, uno positivo e l’altro negativo, che si sono succeduti.
Il primo, positivo, è stato il fortuito incontro con una splendida coppia di giovani che ha sancito la fine del mio incubo. Loro avrebbero potuto alzare le mani per salutarmi, come certi avevano fatto, oppure limitarsi a darmi delle indicazioni per raggiungere la mia meta, come altri - che comunque ringrazio - avevano fatto; invece no. Loro, vedendomi spaventato e capendo subito che qualcuno mi aveva perso, decisero di starmi vicino, e, comportandosi in modo assolutamente encomiabile, riuscirono, con la mia collaborazione, a rintracciare l’educatore volpone.
Ora non vi racconterò i dettagli dell’intera vicenda, che comunque potete leggere nel mio racconto Solo! - scaricabile gratuitamente dal web -, che ho scritto appositamente nella speranza di rintracciare quei due formidabili giovani, per ringraziarli. Ma sappiate che questo magico incontro fu l’inizio di un inferno di omertà che proprio non mi aspettavo, e che non solo mi ha impedito di avere il numero di cellulare dei due giovani, che l’educatore volpone e due volontari possedevano, ma costringendomi anche a constatare l’unanime disinteresse di tutti i volontari presenti quel giorno, che, pur conoscendomi da anni e avendo la mia e-mail, in modo assolutamente disciplinato decisero di non farsi più sentire.
Fu in quel momento che mi resi definitivamente conto che viviamo tutti con un’invisibile Spada di Damocle pendente sulle nostre teste: persone che conosci da anni, di cui hai una bella opinione (che oltretutto sanno), che a un certo punto della loro vita, in nome di una perversa concezione di unità di gruppo, senza alcun valido motivo ti tradiscono, mentendo spudoratamente a tuo sfavore, o comunque tacendo la verità; anche a costo di fare palesemente la figura dei fessi!
Una realtà che nelle avventure di Mister Noir viene rappresentata attraverso La Spada di Damocle, una famigerata Organizzazione criminale internazionale atta al dominio delle nostre menti, e dei suoi Agenti Operativi, che sanno bene ciò che fanno, e Agenti Inconsapevoli, che invece obbediscono ottusamente agli ordini senza ragionare granché.
Un’Organizzazione criminale fantasma il cui nome prende spunto da una leggenda greca - dove la spada di Damocle è il simbolo di un grave pericolo dovuto a una grande responsabilità -, ma che, coerentemente con la sua mission di mistificazione della realtà, ne altera il significato.
Un’Organizzazione criminale fantasma di cui noi non possiamo percepire l’esistenza come tale, ma di cui io, Mister Noir, e chiunque altro, siamo tenuti a combattere i suoi Agenti, Operativi o Inconsapevoli che siano.
Alzando le mani, in senso metaforico, alla Bud Spencer!

©Sergio Rilletti, giovedì 14 giugno 2018




venerdì 28 settembre 2018

HO AVUTO UN PROBLEMA COI CAPELLI (Un racconto inedito dedicato a Tecla Dozio)


 A Tecla Dozio,
che Sabato 7 Marzo 2009,
alla Libreria del Giallo,
mi chiese di scrivere un racconto horror con questo titolo.
Non so quanto dovessi prenderla sul serio,
ma questo mi sembra un buon compromesso.
 Ebbene sì, ho avuto un problema coi capelli. E allora?
Pietro era un mio fedele amico; forse dovrei dire suddito, ma non mi piace. Perennemente arrabbiato col mondo, in segno di grande coerenza se la prendeva con tutti.
Lui viveva da solo, e non passava giorno, o per meglio dire istante, senza che trovasse qualcosa da ridire sulla società: dagli sprechi alimentari alle barriere architettoniche, dalle azioni furbesche dei politici alla integerrima burocrazia negli uffici pubblici, dalla disattenzione di autisti e pedoni allo strapotere delle multinazionali, dal pubblico giovane e urlante dei concerti alle soubrette che ballano in bikini, dagli educatori dall’animo oscuro che inducono i volontari all’omertà e alla menzogna, agli stessi volontari che ottusamente obbediscono a questi educatori.
Insomma, tutto!
Compreso, quindi, tutto ciò che non ho detto!
Pietro aveva un diavolo per capello, come si suol dire; e aveva pure una bella capigliatura, folta e riccia.
Pietro se la prendeva con tutti, ma solo a parole, senza mai fare un’azione concreta, convinto che, tanto, non sarebbe servito a nulla.
Poi, un giorno, con mia grande gioia, dentro di lui divampò l’inferno, e nelle strade di Baronia cominciò a serpeggiare il terrore. Non esisteva più passo che uomo o donna compisse senza dare un’occhiata circospetta attorno; solo i bambini, ancora privi di peccati gravi, camminavano tranquilli.
Ma Clara non era più una bambina; era una donna di trent’anni, ormai. Alta, castana, e snella, camminava eretta sotto i portici della città: lei non era un’abitante di Baronia; non più, almeno.
Lo era stata fino a due anni prima, quando, assieme alla sorella, era comproprietaria della pizzeria clarabella; poi, Clara e Bella avevano venduto il locale senza dire niente a nessuno, nemmeno a lui che era un loro affezionato cliente, trasferendosi in un’altra città. In quel momento, in lui qualcosa si incrinò: credeva che esistesse un rapporto speciale tra lui e le due ragazze, un’affinità che andava un po’ al di là delle semplici ordinazioni; e scoprire, invece, di essere stato venduto a un’altra gestione - al pari di muri, immobili, e derrate alimentari -, non gli era affatto piaciuto. Un comportamento, quello delle due sorelle, perfettamente comprensibile dal punto di vista commerciale, ma che dal punto di vista umano faceva veramente schifo!
Probabilmente Clara era convinta di non aver fatto nulla di male, si sentiva con la coscienza a posto, mentre due anni dopo camminava per le strade di Baronia.
Già. Lei passeggiava tranquilla, diretta a casa di un’amica, ignara che, proprio quel giorno, qualcosa in Pietro si era rotto.
Forse lo riconobbe, forse no; ma quando Clara incrociò Pietro, il proiettile di grosso calibro sparato dalla pistola che lui teneva in tasca le squarciò lo stomaco frantumandole la spina dorsale. Il corpo di Clara volò all’indietro per parecchi metri, e avrebbe attraversato tutta la strada se un camion non ne avesse bloccato la corsa, travolgendola e sparpagliando sangue e membra un po’ ovunque.
Sconvolto da quello che aveva appena fatto, Pietro corse subito a casa, andò in bagno, e si guardò nello specchio ansimando.
Già. Lui ansimava, sconvolto e insicuro, sotto i suoi bei ricci; ma io mi avvicinai a lui, mettendogli una mano sulla spalla e rassicurandolo.
Così quello fu solo il suo primo delitto.
Poi, ce ne furono altri.
Una nota soubrette, rigida come un tronco, morì bruciata viva.
Un noto e incazzoso opinionista politico di Destra, un destrorso quindi, che sproloquiava di politica anche quando doveva parlare d’altro, morì con una matita conficcata nell’occhio destro.
Un dirigente d’azienda, detto Il Formichiere, che assumeva giovani segretarie straniere in cambio di favori sessuali, morì in un lago di sangue con la sua lunga lingua tagliata.
La polizia brancolava nel buio. Non solo dal tramonto all’alba, ma anche in pieno giorno.
E Michele Martello, il più celebre detective privato della città, era in vacanza.
L’insofferenza di Pietro aumentava sempre più, e io la incrementavo, ingigantendo e rendendogli intollerabile ogni cosa.
Così Pietro passò definitivamente sotto il mio controllo, e i suoi delitti continuarono, in modo sempre più efferato.
Corpi senza testa di persone che, in vita, non erano avvezze a usarla. Occhi che, posati in bilico su un comodino, guardavano storto. Mani mozzate senza dita, il cui unico dito rimasto, il medio, era alzato.
Poi, all’improvviso, Pietro cambiò, esteriormente e interiormente.
Un giorno si guardò allo specchio del bagno, e non si riconobbe più: tutti quei riccioli, che per anni gli avevano conferito un’espressione docile e bonaria, ora celavano una catena di efferati omicidi.
No, non era più lui!
Brandì il rasoio elettrico, e decise di cambiare vita.
Ed è stato proprio in quel momento che ho avuto il mio annoso problema coi capelli.
Già. Perché Pietro aveva sempre avuto un diavolo per capello, come si suol dire; e aveva pure una bella capigliatura, folta e riccia.
Ma da quel giorno, ahimè!, si rasò i capelli sempre a zero.
Parola di Satana!


©Sergio Rilletti, 2009



La Sherlockiana-Libreria del Giallo
Milano, Domenica 5 Aprile 2009

lunedì 11 giugno 2018

IO E MISTER NOIR A "LEZIONI DI INDISCIPLINA 2018 - MANI IN ALTO"


GIOVEDI’ 14 GIUGNO,  alle Ore 20.30, presso la Chiesa del Fopponino (Via Paolo Giovio, 41 – Milano), si terrà Lezioni di indisciplina, l’annuale simposio culturale - creato da Andrea G. Pinketts, Pierangelo Dacrema, Paul de Sury, Michelangelo jr. Gandini, e KO Mannarelli -, che, dopo essere stato ospitato in diversi teatri e Università d’Italia, approda alla Parrocchia S. Francesco d’Assisi al Fopponino, a Milano.
Quest’anno, tra i vari ospiti, ci sarò anch’io. Tema della serata: Mani in alto.
E io, in qualità di scrittore e di “docente di Indisciplina”, mostrerò come una persona con disabilità possa reagire attivamente alle ingiustizie che, e non essere affatto accondiscendente e arrendevole.
Ovviamente, parlerò anche di Mister Noir e della famigerata Spada di Damocle, che i lettori delle avventure di Mister Noir conoscono già bene.

NON MANCATE!
SARA’ UNA SERATA “INDISCIPLINATA” MA INTERESSANTE!


©Sergio Rilletti, 2018