sabato 8 marzo 2014

DELITTO DI COPPIA (Un racconto thriller)

Quella sera sarebbe stata la sera, la sera in cui lui e Linda avrebbero potuto giurarsi amore eterno. Non davanti a Dio e agli uomini, naturalmente, per quello avrebbero dovuto aspettare ancora un bel po’, ma comunque era già qualcosa.
Sempre meglio che un pugno in un occhio o un calcio nel culo, cose che aveva sempre rifilato a sua moglie negli ultimi sei anni.
Lei diceva di amarlo, la stronza; lei diceva di amarlo eppure non lo capiva, la troia.
In fondo era colpa sua
(di lei!)
se era arrivato a questo. Era tutta colpa sua.
Lui lavorava tutto il giorno, lei rimaneva in casa, a non fare un cazzo,
(Già. Perché, com’è noto, tutte le casalinghe non fanno un cazzo!),
poi lui tornava a casa, ed effettivamente trovava la casa che era uno specchio.
Sì, certo!, ma capirai!, per pulire bene una casa, per quanto grande sia, basta che ti metti un po’ d’impegno, e...
trin-trun-tran!,
nel giro di mezz’ora hai già fatto tutto!
E poi, alééé!, poteva dedicarsi alla sua amica Linda.
Già, proprio una bell’amica, quella!
Già, proprio una bell’amica, l’amica degli animali.
Già, proprio una bell’amica, la sua futura compagna.
Si erano conosciuti una sera, quando a Clara, sua moglie, venne l’idea di andare a teatro in tre. Lei, Lui, e l’Altra.
Lo sguardo incandescente di Linda gli fece divampare la passione.
Una passione dirompente, dilaniante, accecante. Una di quelle passioni che ti penetra negli occhi e poi va giù, giù, fino allo sfintere.
Una passione che te la fa sbattere contro il muro della sua stanza, abbassarle le spalline del suo abito nero, gettarla sul letto, buttartici sopra, e scoparla senza sosta per tutta la notte.
Una passione come questa non si può esaurire in una volta o due, deve essere coltivata, alimentata quotidianamente. E più va avanti, più ti accorgi che non puoi farne a meno. E’ una droga, e ogni notte devi farti una botta di sesso!
E così, Clara si godeva Linda di giorno, e lui, all’insaputa di Clara, se la godeva di notte.

Clara voleva solo essere amata. Nient’altro.
E lui non l’amava più.
Non l’amava più da molti anni. Anzi!, a pensarci bene, forse non l’aveva mai amata.
Il loro era stato un matrimonio di interesse, lo sapeva! L’aveva sposato perché altrimenti suo padre, uno dei tanti soci dell’azienda di lui, rischiava di essere estromesso.
E così mise da parte le sue passioni, i suoi sogni, le sue ambizioni, e decise di sposare l’uomo che non avrebbe mai potuto amare.
­Per suo padre, che non l’aveva mai potuta accettare, e che ora, finalmente, avrebbe potuto essere orgoglioso di lei!
Sì, era stato un matrimonio di convenienza! Era passata sopra a tutto, persino sopra al grande amore della sua vita. Un amore lontano, di un tempo che non era più, un amore ormai passato che i suoi genitori non avevano mai accettato.
Era passata sopra a tutto, sì, ma non sopra alle botte. Quelle no, non poteva sopportarle. Anzi!, le aveva sopportate fin troppo a lungo, a pensarci bene; per oltre sei anni, nella speranza che le cose potessero cambiare, nella speranza di ottenere un po’ di rispetto.
Invece no. Niente. Niente di niente!
Lui l’accusava di appartenere ad una razza inferiore. E allora la picchiava: calci e pugni, e poi ancora calci e poi ancora pugni.
Fino a piegarla al suo volere.
Come una bestia da circo.
Ma ora basta! Quella sera sarebbe stata la sera, la sera della svolta, la sera dell’addio. Lei l’avrebbe piantato lì, da solo, in cucina, e avrebbe cambiato vita.

Linda aveva pianificato tutto! Quella sera sarebbe stata la sera, la sera in cui avrebbero potuto giurarsi amore eterno. Non davanti a Dio e agli uomini, naturalmente, ma questo non le importava.
Non le importava affatto!
A lei importava soltanto essere amata. Con il corpo, e soprattutto... con l’anima. Un amore delicato, tenero; un amore fatto di sguardi, di sensazione; uno di quegli amori in cui le linee dei polpastrelli sfiorano la pelle della persona amata, scandagliandola millimetro per millimetro facendoti percepire persino l’anima.
Lei lavorava come commessa nel negozio L’AMICO DEGLI ANIMALI, dove si vendevano animali e accessori vari, compresi quei prodotti che con un “amico degli animali” non avevano nulla a che fare.  Quindi, in quello stesso negozio, si potevano trovare: cani e canarini, cucce e ciotole, ma anche veleni e trappole di tutti i tipi.
E quella sera sarebbe accaduto esattamente quello che lei aveva preordinato: dopo aver esaurito quell’ultima, fatidica cena a casa con sua moglie, dopo essersi rimpinzato anche del dolce, lui si sarebbe alzato, le sarebbe andato alle spalle, e l’avrebbe silenziosamente strangolata con il braccio, in modo da non lasciare impronte digitali; dopodiché, con tutto comodo, avrebbe rovesciato la casa e nascosto qualcosa di valore per simulare un furto.
Questo era il piano che gli aveva esposto. Un piano semplice ma perfetto, che, se attuato con cura, era praticamente impossibile scoprire.

La fredda luce del neon illuminava la cucina. Fuori, il buio che si scorgeva dalla portafinestra non riusciva a penetrare nella casa.
Era sera.
Era la sera.
Era la sera in cui le cose sarebbero cambiate. Definitivamente.
Clara si era alzata a prendere il dolce, mentre lui stava finendo di sbranare una bistecca al burro che aveva come contorno delle appetitose patate al forno. La sua bocca macinava senza sosta, e lui si ficcò dentro l’ultimo boccone di carne prima ancora di aver inghiottito quello precedente. Ruttò rumorosamente.
Clara gli tolse il piatto sporco, e gli portò il dolce. Una gustosissima torta alla vaniglia e nocciola, con tre ciliegie sciroppate per fetta.
Lui cominciò a intaccare la sua fetta di torta, a masticarla, e a ingurgitarla.
Lei, intanto, cominciò a lavare i piatti.
Lui ingurgitò la sua fetta di torta, un boccone dopo l’altro, si pulì rudemente la bocca, e si fermò un attimo a guardare Clara davanti al lavello, intenta a pulire e rigovernare i piatti. Si alzò, le andò alle spalle, e iniziò a palparla avidamente: l’interno delle cosce, il ventre, i fianchi, i glutei, ancora il ventre, e poi su, su, fino ai seni.
Poi, d'un tratto, con il braccio sinistro le serrò la gola mentre con la mano destra aumentava la leva. Il volto di Clara diventò paonazzo, mentre quello di lui sudava e il suo corpo ansimava; sudava e ansimava come mai aveva fatto prima. Clara si concentrò, racimolò tutte le sue forze, e gli sferrò una gomitata nello stomaco: la reazione, del tutto inaspettata, di sua moglie lo fece indietreggiare fino a farlo sbattere contro la parete.
Lei si girò per fronteggiarlo: era sudato e ansimante, con il volto paonazzo, incredulo e infuriato. Lui, con le mani ad artiglio protese in avanti, emise un atroce urlo avventandosi contro di lei: fece qualche passo; poi si bloccò di colpo, e stramazzò bocconi al suolo.
Clara rimase immobile a guardarlo per qualche secondo. Il topicida con cui aveva infarcito la torta surgelata, unito allo sforzo del marito per strangolarla, aveva ottenuto l’effetto desiderato.
Il suono del campanello la fece sussultare.
Con lo sguardo stralunato e il passo incerto si mosse, abbandonò il cadavere del marito in cucina, e andò ad aprire la porta.
“Fatto?” le chiese Linda, con la sicurezza di chi sapeva già che tutto era andato come aveva preordinato.
“Sì” rispose lei ansiosamente, scuotendo la testa.
Linda fece qualche passo, chiuse la porta con un leggero calcio all’indietro, prese il capo chino di Clara, e lo sollevò fino a quando i loro occhi si incontrarono. Lo sguardo smarrito di Clara e quello sicuro di Linda entrarono in contatto.
Le due donne si guardarono intensamente, poi Linda accostò la sua bocca a quella di lei, e iniziarono a dar vita ad un voluttuoso bacio. Finalmente, dopo tanto tempo di finzioni, di lotte, e di sofferenze, erano libere, libere di vedersi, libere da quell'essere che alcuni chiamavano uomo!
Sì, finalmente ce l’avevano fatta! Finalmente, da quella sera, avrebbero potuto giurarsi reciprocamente amore eterno!

©Sergio Rilletti, 1999

lunedì 3 marzo 2014

SANREMO 2014: LA GRANDE BELLEZZA (Un articolo inedito)

Non so quanto abbia influito il successo internazionale dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, candidato oltretutto al Premio Oscar come miglior film straniero, sulla scelta del tema, ma “la grande bellezza” è stato proprio il filo conduttore del 64° Festival della Canzone Italiana.
Un tema che è stato sviscerato e rappresentato in diverse forme. E, senza nulla togliere a quello che non citerò, ci sono stati alcuni momenti particolarmente significativi, che è proprio bello ricordare.
Sentire Claudio Santamaria leggere una lettera che Alberto Manzi - scrittore, pedagogista, e maestro alle scuole elementari - scrisse ai suoi piccoli allievi di quinta, che ovviamente stava per lasciare, in cui li sprona a ragionare sempre con la propria testa e a non assoggettarsi mai, per nessuna ragione, alle idee altrui… stupendomi che, per una volta, quelle cose, non le avessi dette io.
La sorprendente esibizione di Laetitia Casta.
Lei e Fabio Fazio - accompagnati al pianoforte da Paolo Jannacci - che cantano Silvano, celebre brano di Enzo Jannacci… riportandomi indietro nel tempo, all’epoca della spensierata televisione in bianco e nero di Cochi & Renato.
L’inesauribile carica di ottimismo e d’energia di Raffaella Carrà.
Massimo Gramellini che, con la sua consueta garbata ironia e autoironia, ci fa fare un piccolo salto nel futuro leggendo il suo articolo, in tema col Festival, che avrebbe pubblicato il giorno seguente: una breve ma intensa esaltazione del rapporto tra bellezza e creatività che parte proprio dalla descrizione del suo ingresso sul palco del Teatro Ariston; un fatto che, per i lettori dell’indomani, sarebbe stato già passato, ma che, per tutti gli spettatori, corrispondeva esattamente a ciò a cui stavano assistendo in quel preciso momento. Un breve testo in cui Gramellini ha mostrato, concretamente, la bellezza della creatività.
Fabio Fazio e Luciana Littizzetto che declamano la lista Bello è.
La grande forza d’animo e la passione di Franca Valeri, che, col suo sketch, ha concretamente dimostrato a tutti che non bisogna arrenersi mai!... E il divertente monologo, immediatamente successivo, con cui la Littizzetto la ha reso omaggio riprendendo il suo personaggio!
Il monologo di Luciana Littizzetto dedicato alla bellezza e alla disabilità, e la conseguente acrobatica esibizione di Dergin Tokmak, ballerino tedesco affetto da poliomelite - munito di due indispensabili stampelle -, assunto stabilmente al Cirque du Soleil, talmente strepitoso da renderne impossibile l’identificazione come “persona disabile”.
La soddisfazione personale, a seguito di questa straordinaria perfomance, di constatare che in fondo il titolo dell’antologia di racconti che ho curato con Elio Marracci per le edizioni No Reply, Capaità Nascoste, è quanto mai azzeccato, e che le evoluzioni atletiche di Mister Noir, il mio eroe disabile seriale affetto da tetraparesi spastica (per pura coincidenza come il sottoscritto!), hanno un loro valido fondamento con la realtà.
La finta contestazione, che serviva a introdurre lo strabiliante flash mob canoro, apparentemente sorto spontaneamente, piano piano, dal pubblico.
Il sincero smarrimento e stupore di Fabio Fazio nel capire che, fino pochi istanti prima, era vicino a Violante Placido… e non se n’era neppure accorto.
Alessio Boni, che recita le prime strofe di Mare d’inverno di Enrico Ruggeri.
Cristiano De Andrè che canta splendidamente una canzone del padre.
Un’inedita ed effervescente Fiorella Mannoia che canta in coppia con Frankie Hi-Nrg Mc.
L’omaggio canoro di Enrico Brignano, comico di oggi, ad Aldo Fabrizi, comico della tv d’epoca.
La grande e coinvolgente simpatia di Renzo Arbore con la sua Orchestra Italiana.
L’intervento di Maurizio Crozza, in modo da farlo diventare un perfetto “sequel” di quello che gli era capitato l’anno precedente al Festval.
La solidità di Luciano Ligabue.
E poi, la gara vera e propria!
La geniale regola, anche quest’anno, di far proporre ai cantanti due canzoni, determinando solo la selezione di una delle due ma non l’eliminazione del cantante.
La bellezza, quindi, di poter ascoltare il doppio delle canzoni e di conoscere meglio ciascun interprete.
La rassicurante certezza di poter ritrovare ciascuno di loro fino alla fine.
Non sapere chi sono i Perturbazione, e ritrovarmi di fronte un simpatico gruppo musicale che sicuramente, d’ora in poi, seguirò.
La carica esplosiva delle canzoni di Raphael Gualazzi & The Bloody Beetroots e di Renzo Rubino, che si sono riconfermati, indipendentemente dagli ottimi piazzamenti che si sono meritatamente guadagnati, degli autentici talenti.
La maschera di The Bloody Beetroots, che ricorda quella dell’Uomo Ragno (o, per meglio dire, di Venom, l’alter ego oscuro di Spiderman).
La grinta e l’anima di Cristiano De Andrè.
Noemi, che alterna la sua voce calda e graffiante a continui sorrisi verso il pubblico, durante l’esecuzione delle canzoni stesse.
La maggior visibilità data alla gara delle Nuove Proposte. (E dopo 64 edizioni era ora che si verificasse!)
I continui abbracci ricolmi di commozione e felicità, idealmente rivolti a tutto il mondo, di Rocco Hunt quando ha vinto il Festival nella Sezione Nuove Proposte.
E, infine, l’assoluta immobilità di Arisa, come paralizzata da una viva emozione, all’annuncio della propria vittoria alla 64^ edizione del Festival della Canzone Italiana.
Un’edizione che la strepitosa conduzione di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto ha ammantato, al tempo stesso, di lievità e solennità.
Un’edizione in cui, anche quest’anno, si repirava una benefica aria di serenità.
Un’edizione molto simile a quella precedente; e quindi, proprio per questo motivo, coerentemente con quello che ho scritto l’anno scorso, non posso far altro che considerare particolarmente bella!


©Sergio Rilletti, 2014


venerdì 14 febbraio 2014

MyLife - CUORE INNAMORATO (Un racconto autobiografico inedito)

Amore. Amore. Cos’è questo grande sentimento che tutti chiamano amore? E’ il desiderio di lei. Di lei, come moglie e come amante. Di lei, che è l’essenza della bontà.
Sì, bontà. Bontà d’animo. Quel tipo di bontà che non è rappresentata dalla scelta di un’azione specifica, ma che traspare da ogni atomo della sua persona.
Ho conosciuto pochissime persone così, e tutte di sesso femminile. Una è la mia miglior amica (anzi, il mio miglior amico per eccellenza, come mi piace definirla!), un’altra è un’ex mia carissima amica che si è fatta fagocitare dalla passione per un uomo, rinnegando, di fatto, la nostra amicizia.
E poi c’è lei!
Lei, che ha il sorriso di un angelo. Lei, che ha la grazia di una principessa delle favole. Lei, che infonde tenerezza a tutto quello che la circonda.
Sì, proprio lei! Tu la guardi, e la tenerezza che risplende nei suoi occhi si riflette nella tua anima!
La guardi.
Una ragazza così deve aver bisogno di protezione, della tua protezione! Sì, perché la sua tenerezza è contenuta in un involucro soffice e delicato, e allora la vorresti abbracciare, stringerla con forza, affondare le tue mani nella sua pelle, per farle capire che ci sei, che è protetta, che finché è con te non può capitarle nulla di male; e magari lo faresti, se un suo movimento repentino non ti facesse capire che ha paura che tu la rompi.
E allora

STOP!,
BASTA!,

freni tutti i tuoi desideri e rispetti i suoi. Tu sai che non ha nulla da temere; ma se lei non si fida, cosa puoi fare? Costringerla con la forza?, no di certo!
Rimani lì, fermo, e ti limiti a contemplarla. Come un bel fiore. Come l’unica margherita in mezzo ad un immenso prato verde.
La guardi, e quel fiore diventa semplicemente meraviglioso; come se tutto il prato risplendesse della sua luce; e hai paura delle intemperie, che una bufera lo possa strappare, buttare via.
E infatti la bufera arriva. Improvvisamente, inaspettatamente. Con un impeto che non ha eguali. Arriva, e si abbatte su di lei con una ferocia sconcertante, che non potevi neanche immaginare.
E ora, cosa accadrà? Lei è un fiore, un fiore delicato; si spezzerà sicuramente.
Invece no.
La bufera imperversa, imperversa per parecchi mesi, senza alcuna pietà. Io mi vesto da cavaliere, e cerco di difenderla da quella terribile tempesta sovrannaturale, una tempesta che solo un essere alieno particolarmente crudele o lobotomizzato può generare.
La difendo, le infondo coraggio, e sarei disposto anche ad affrontare il mostro dalle sembianze umane a viso aperto, se non fosse per un piccolo particolare.
Lei gli parla. Gli parla amabilmente. Come una principessa delle favole.
E la mia stima in lei sale alle stelle.
Salgo fin lassù, e mi guardo intorno: il suo animo si è espanso, ed è diventato l’intero universo.
Tutte le stelle e i pianeti gravitano al suo interno. Io rimango lì, affascinato, rischiando di perdermi nell’immensità di quell’universo. Solo una stellina rimane luminosa. E’ lì, è il mio punto di riferimento. Imperturbabile.
E’ lì, e quando ne ho bisogno, io la guardo, e, come d’incanto, la stellina si trasforma in una fata. Lei mi dà dei buoni consigli, mi mostra tutto quello che mi circonda. E io vedo tutto quello che comprende quest’universo.
Un universo al quale io appartengo, certamente, e dentro il quale sono un importante punto di riferimento; ma io non vorrei essere un punto di riferimento, io vorrei essere il punto di riferimento, la stella più luminosa, la Stella Polare di lei, della mia amata.
Invece non è così.
Lei mi considera solo un amico; un buon amico, ma niente di più.
E forse dovrei farlo anch’io, se voglio recuperare l’amicizia d’un tempo.
Già, perché lei è una ragazza buona, genuinamente buona; non una di quelle persone che fanno del bene per dovere, ma una di quelle persone le cui azioni non partono dalla testa ma direttamente dal cuore.
Sì, perché esistono due categorie di persone: quelle che fanno del bene, e quelle che sono il bene. Le prime si impegnano persino una volta alla settimana come volontari, sentendosi particolarmente brave e orgogliose, obbedendo pedissequamente agli "ordini" che vengono dall'alto, senza ragionare, come dei robot, obbligando chi aiutano a considerarli tali; le seconde, invece, il bene se lo portano sempre appresso, senza neanche accorgersene, perché fa parte della loro stessa essenza. E quando sei con loro sei al sicuro: non potrai ricevere delle coltellate alla schiena. Mai! Non ne sarebbero capaci!
Lei appartiene a quest’ultima categoria.
Ti accorgi che tutto quello che fa è qualcosa di speciale: come parla, quello che dice, il modo semplice e sereno con cui accetta l’ineluttabilità degli eventi, la gioia con cui si fa sempre prossima.
E poi, ancora: le idee che ha sulla vita, sull’amicizia, sulla religione; idee che, guarda a caso, coincidono perfettamente con le tue. Non esiste la benché minima divergenza. Ti accorgi che siete due binari, due binari paralleli che conducono lo stesso treno sulla lunga tratta della vita.
Vorresti abbandonare il tuo destino da rotaia, e salire su quel treno con lei. Vorresti seguirla; ma non a distanza… oh, no di certo… ma proprio a diretto contatto con lei, con gli umori della sua pelle…
Ma non è possibile!
Mi guardo intorno, a bordo di una nave spaziale che non riesco più a governare.
Mi guardo intorno, vagando in quell’universo di candido splendore.
Mi guardo intorno, e mi accorgo che anche quell’universo di candido splendore ha i suoi buchi neri.
Ti immagini che una ragazza così bella non possa avere difetti; invece non è così.
Lei ha dei difetti.
Sì. Lei ha dei difetti!
E' distante, sempre più distante. Io le parlo, ma lei no, mi evita.
Io vorrei stare sempre più con lei, sentire la sua voce, il suo respiro, illuminarmi del suo sguardo e del suo sorriso.
Cerco di farglielo capire in tutti i modi.
Forse troppo.
E' palese quello che provo per lei. Non glielo dico, ma lei lo sa; come tutti, d'altronde. Non mi perdo neanche una sua mossa. Mi piace la sensuale linea del suo corpo quando è appoggiata ad un tavolo, mi piace come si alza e come si muove; e infine... mi piace come si volta e sorride.
Peccato però che, quando incontra il mio sguardo entusiasta, il suo sorriso si smorza.
E io sento il mio animo rimpicciolire a dismisura e premermi, come una tonnellata, sul cuore.
Ho invaso la sua privacy, la sua intimità.
Che diritto avevo di intromettermi in quella parte di mondo alla quale non ero stato invitato?
Ora non mi guarda più, mi evita. Dà la precedenza a tutti, anche a quella bionda che le sta pure odiosa, ma da me non viene. Io la chiamo, lei mi dice di aspettare e non viene.
Cerco di distrarmi, conversando con gli altri, ma il mio pensiero è sempre là là là. Da lei.
E, purtroppo, si nota.
L'angoscia sale, mentre il tempo passa e il momento degli inevitabili saluti si avvicina sempre più.
Lui si avvicina, lei no.
Ecco, il tempo dei saluti è già iniziato. Gli altri si infilano i cappotti, mentre un amico munito di auto le chiede se vuole un passaggio: lei risponde di sì.
Si avvicina per salutare, e mi dice di fare in fretta perché deve andare.
Io, che avevo tante cose da raccontarle e da chiederle, che mi ero organizzato tutto un bel discorso da fare, mi trovo spiazzato, cancello tutto, e mi limito a fare l'elenco di tutti i futuri appuntamenti, con quel gruppo di amici o con altri, in cui potremmo vederci.
La mia mente è in fibrillazione per paura di dimenticare qualcosa di fondamentale per il suo interesse, e il mio cuore palpita nella speranza di ricevere almeno un sì.
Ma i sì non arrivano, giungono solo una sfilza di no. Lei rifiuta tutte le mie offerte; solo alla fine, quando arrivo all'ultima proposta, lei si concede un Forse, vedremo!. Dovrei essere più sereno, almeno ho una speranza, invece no; perché quando nella tua vita hai solo un unico obiettivo, e quando questo obiettivo annienta tutti i tuoi interessi, allora la fievole speranza di raggiungere quell'unico obiettivo è la cosa peggiore che ti possa capitare.
Sì, perché tu hai altri impegni, avresti anche altri interessi; ma non importa: meglio programmare una serata forse con lei, a seguire una conferenza che ti interessa relativamente, piuttosto che partecipare ad una serata di tuo sicuro interesse ma senza di lei.
Ed è qui che la tua anima, la tua energia, viene risucchiata da un terribile buco nero. Tu non sei più tu, non sei più padrone di te stesso; ti accorgi che stai andando alla deriva, ma non puoi farci niente. E allora, lei, la tua amica che ti ha rubato il cuore contro la sua volontà, si allontana.
Non ti dice addio.
Non scompare dalla tua vita.
E' sempre lì, sai dove trovarla.
Però si allontana. Impercettibilmente. Inesorabilmente. Fluttuando nell'aria.
E lei, che è tua amica, te lo dice pure, ti avverte, che le stai troppo addosso.
Tu sai che ha ragione, e cominci a trattenerti. Ma, così facendo, vai contro la tua stessa natura, il cervello ti si blocca e ti fa ansimare, alla ricerca di aria.
L'unica cosa che posso fare è scrivere. Mettermi al computer e scrivere, impegnando la mente in storie di mia totale invenzione.
Ma il pensiero di lei permane.
Cerco di chiamarla il meno spesso possibile, lottando contro il mio desiderio di chiamarla sempre, ma ormai lei è sulla difensiva.
Ogni volta che le propongo qualcosa, lei rifiuta oppure dice Vabbè, vedremo!, che ormai so essere il preludio ad un altro no ma che mi fa lo stesso accendere quell'infernale speranza.
E lo fa sempre. Anche quando una determinata proposta l'aveva lanciata lei, mandandomi in confusione e in agitazione sempre di più.
No, non posso continuare così: la mia mente e il mio stomaco sono attorcigliati, aggrovigliati tra loro da una ragnatela. E io non vivo più.
Me ne accorgo, ma non posso farci niente.
Per fortuna c’è lei, sempre lei. La mia amica. No, non quella che mi aggroviglia; quella che mi sbroglia.
Lei mi aiuta nel mio rapporto con la mia amata, mi aiuta a incontrarla, ma, intanto, mi fa notare che la vita continua. E mi sprona a viverla!
Già, mi sprona. Non proprio con la frusta, ma sicuramente con due begli speroni.
E io le do retta. Do retta sia a lei sia al Dottore, che, pur non conoscendola, è sempre d’accordo con lei.
E’ dura fare quello che dicono loro: non mitizzarla, collocandola al giusto posto e nella giusta dimensione; ma, con molto impegno, ci sto riuscendo.
E le cose vanno meglio. Decisamente meglio.
Se non altro ricomincio a vivere. E non è poco!
All’orizzonte si sta profilando un corso di scrittura creativa, tenuto da uno scrittore simpatico, che a sua volta sembra avermi preso in simpatia.
Strano, lo sto prendendo in considerazione!
Già. Nonostante una di queste date coincida con un incontro di catechesi in cui molto probabilmente ci sarà anche lei, sto considerando di partecipare a questo corso.
Anche in quella data!
Mi sento stranito, quasi euforico; non posso credere a me stesso.
Ma è ancora presto per cantare vittoria. Davvero avrò il coraggio di fare questa scelta?
Mi sembra impossibile!
Aspetto.
Il giorno si avvicina, e io mi sento sempre tranquillo, leggero. Non mi affiora alcun dubbio. Provo a farmelo venire, a scovare ben dentro il mio animo, ma niente: rimango fermo nella mia decisione!
A quanto pare, quella sera, non la vedrò. Pazienza!
Wow!... Pazienza!... Che sensazione fantastica!
Comunque ci crederò solo quando lo farò.
E il fatidico giorno, anzi la fatidica sera, finalmente arriva.
Sono in auto con una mia carissima amica; non quella che mi aveva imbrogliato il cuore, e neanche quella che mi aveva aiutato a sbrogliarlo, ma con un’altra, che mi era stata comunque vicina nel mio lungo e oscuro travaglio, nonostante la mia chiusura al mondo, e che ora mi accompagnerà a tutte le lezioni del corso.
“E con la tua amica, come va?” mi chiede, con la voce limpida e un velo di apprensione.
“Be’, se ora sono qui,” le dico, facendo una pausa misurata e guardandola di sottecchi, “penso proprio di poter asserire di essere finalmente guarito!”


NOTA DELL’AUTORE

Questo racconto è nato da un “compito a casa” del mio psicologo, il Dott. Angelo Vittorio Cantoni, che, come si può intuire, ha avuto un compito piuttosto ostico, che mi aveva chiesto di scrivere un racconto su cosa era per me l’amore.
Non ho controllato, ma ho ragione di pensare che questo compito me l’avesse dato nel 2002, e che io l’avessi iniziato subito, ancora in pieno fermento amoroso. Ma poi, nel novembre di quell’anno guarii, e persi l’impulso necessario.
Qualche anno dopo decisi di riprenderlo, per partecipare ad un concorso letterario. Purtroppo non lo finii in tempo, e il racconto rimase di nuovo incompiuto. Comunque credo che questa seconda parte risalga al 2005, quando ci sono state un paio di gravi bagarre con un gruppo di volontari.
Infine, due giorni fa, soppiantando improvvisamente l’idea di scrivere una short-story rosa per la Festa di San Valentino, decisi di finire questa e di pubblicarla al posto dell’altra. Purtroppo non ce l’ho fatta, ma credo comunque di fare un regalo speciale a tutte quelle persone, sempre più numerose, che vorrebbero vedermi cimentare in un romanzo autobiografico.
Con il Dott. Angelo Vittorio Cantoni, persona gradevolissima che ricordo sempre con grande affetto, non ho perso i contatti, e ogni tanto ci scriviamo o ci sentiamo.


©Sergio Rilletti, 2002-2013


REGALO DI SAN VALENTINO (Un racconto)

Valentino camminava spedito per le vie della città diretto a casa di Valentina; ed era incazzato nero! Era il suo onomastico, e nessuno gli aveva fatto gli auguri! Di solito glieli faceva Valentina, e lui li faceva a lei. Valentina era la sua ragazza. Già, era! Perché lei l'aveva lasciato due giorni prima.

Ma come cazzo si fa a lasciare il proprio ragazzo due giorni prima di San Valentino?

Stronza!

Già, San Valentino, proprio una bella festa! Tutti i fidanzati andavano in giro a festeggiare, come se avessero tutti come secondo nome Valentino, donne comprese. D'altronde, se il secondo nome di un uomo può essere Maria, non vedo perché il secondo nome di una donna non possa essere Valentino! Con il risultato che tutti i fidanzatini ricevono auguri, regali, e pensieri da parte di chiunque, mentre i legittimi proprietari di questo nome non se li fila mai nessuno!
Guardò dentro le vetrine di alcuni negozi: vari Valentino di sesso maschile facevano gli acquisti dell'ultimo momento.
Lui no! Lui il regalo ce l'aveva già, e ora sarebbe andato a darglielo!
Si infilò una mano nella tasca del cappotto, e ne tastò il contenuto.
Accelerò. Non vedeva l'ora di arrivare a casa di Valentina!
Era solo, e nessuno si era ricordato di fargli gli auguri per il suo onomastico!
La pubblicità comincia a ricordarlo quindici giorni prima. Ma come cazzo si fa a dimenticarsi di un simile onomastico? Dopo il Natale è la festa più rinomata dell'anno, ancora più della Pasqua!
Sì, certo, dopo avrebbero detto che non volevano disturbarlo, che non gli sembrava il caso…
Ma non era vero!
Tutte palle!
La verità era che tutti si dimenticavano di lui, punto e basta!
Tutti avevano in mente solo Fulvio, suo fratello. Lui non era umano, era un genio! All'università prendeva voti migliori; durante le discussioni Valentino elaborava un ragionamento ordinato, e Fulvio lo sovrastava con un guizzo d'ingegno; e anche con le ragazze, Che palle!, mentre Valentino era timido e impacciato, Fulvio risultava simpatico e socievole.
Fulvio saturava l'aria, anche quando non c'era. Valentino a casa raccontava quello che gli era accaduto, ma l'aria era permeata della presenza di Fulvio, che ne fagocitava le parole; e ogni volta che i suoi genitori si mostravano stupiti, magari anche piacevolmente stupiti, di una notizia che lui aveva già dato, una grossa pietra gli frantumava il cuore.
Solo con Valentina gli era andata bene. Lei lo capiva e lo apprezzava, lei riusciva a sondargli l'anima penetrando nei suoi occhi; e quando lui parlava, le sue parole le si avviluppavano attorno alla mente e al cuore.
Sì, Valentina non era come le altre! Era più stronza, ecco la verità! Almeno le altre non l'avevano illuso, non erano Bestie travestite da angeli!
Valentina era il suo universo, e lei lo sapeva! Come aveva potuto fargli questo? Come aveva potuto mollarlo due giorni prima di San Valentino, due giorni prima della loro festa?
Eppure l'aveva fatto, mandando il suo mondo in frantumi.
La rabbia divampò in lui mentre si dirigeva verso la casa di Valentina. Ma aveva un regalo da consegnarle!
Lo strinse con forza, all'interno della tasca del cappotto, mentre i suoi occhi scintillavano di follia.
Proseguì tra tutti quei Valentino in festa.
Si bloccò.
Davanti a lui si ergeva un palazzo, il palazzo dove abitava lei. Citofonò, si annunciò, salì.
Valentina lo aspettava sulla soglia, con un'espressione di sopportazione. “Cosa vuoi?” gli chiese.
“Ho un regalo per te!” rispose, muovendo la mano nella tasca del cappotto.
Lei sbuffò, alzando gli occhi al cielo. Lui la guardò, le sorrise in modo glaciale, e…
Le sparò.



giovedì 13 febbraio 2014

SANREMO 2013: UN FESTIVAL DA FAVOLA (Un articolo)

C’erano una volta le Polemiche, e, dietro a loro, come un carro trainato dai buoi, il Festival della Canzone Italiana.
O, almeno, così si pensava!
Anzi, secondo alcuni opinionisti e benpensanti, erano proprio le Polemiche il vero fulcro della manifestazione, che, senza di esse, avrebbe perso gran parte del suo fascino.
Poi, il 12 febbraio scorso (un martedì sera), davanti al Teatro Ariston di Sanremo, comparve una carrozza principesca, come quella delle favole. E la Magia iniziò.
Per cinque giorni, la Canzone Italiana si è riappropriata della propria Festa, coinvolgendo subito attivamente il pubblico a casa nella selezione delle canzoni stesse, ma non dei cantanti, permettendo comunque a questi di rimanere fino alla fine della manifestazione, e quindi della Festa.
E il clima festivaliero, appunto, è rimasto intatto in ogni momento, grazie sia alla naturale effervescenza dei due conduttori - Fabio Fazio e Luciana Littizzetto -, che hanno saputo tramutare in un momento ludico persino la gara, sia alla complicità degli autori e del cast tecnico - provenienti in parte da Che tempo che fa -, che hanno saputo permeare di leggiadria momenti a sfondo sociale importanti.
Una favola di festival caratterizzato anche dall’eleganza e dalla simpatia delle belle ospiti, che si prestavano a fare da spalla alle punzecchiature tra i due conduttori, e, per quanto mi riguarda - da autentico non-sportivo quale sono -, dal discorso che Roberto Baggio ha dedicato ai giovani sull’importanza di perseguire caparbiamente i propri sogni basandosi solo sulle proprie capacità, senza accettare scorciatoie. Un discorso che, in qualità di scrittore “diversamente abile” non ancora famoso ma comunque affermato, so quanto sia vero e, soprattutto, gratificante.
Luciana Littizzetto ha rappresentato, in modo efficace, la “donna della porta accanto”, che non ha alcun problema ad intervenire e a dire la propria opinione esponendosi in prima persona.
Fabio Fazio, perfettamente a suo agio con la sua partner, ci ha fatto ritornare indietro nel tempo, riproponendo una divertente kermesse di imitazioni di cui, sinceramente, sentivamo un po’ la mancanza.
Un Festival in cui, per la prima volta, le Polemiche non hanno trovato una via d’accesso. Sì, certo, ci sono stati dei bisbigli un po’ rumorosi durante l’intervento satirico di Maurizio Crozza; ma, anche quelli, non hanno avuto un gran seguito.
Un’edizione senza Polemiche, quindi, che è piaciuta molto a tutti. Alla faccia degli opinionisti e dei benpensanti.
Di questo Festival, in definitiva, rimarranno due cose (oltre alle canzoni): la Magia della professionalità, del divertimento, e della spontaneità; e le zucche che si sono trasformate nella carrozza principesca della Littizzetto.
Sì, zucche, al plurale.
Zucche piene di idee, però, non vuote!


©Sergio Rilletti, 2013

martedì 11 febbraio 2014

SANREMO 2012: IL SEGNALE (Un racconto)

Sabato 18 febbraio 2012, Teatro Ariston di Sanremo, ore 22.50 circa.
Lui era lì, sul palco, davanti alla scrivania. Aveva già parlato, rispondendo alle accuse che gli erano state rivolte per il suo intervento durante la prima serata del Festival.
Era stato annunciato, acclamato, applaudito. Sì, certo, poi era stato anche contestato e fischiato da tre o quattro individui che sembravano essere stati messi lì apposta, ma, a discorso finito, il pubblico l'aveva applaudito di nuovo.
Non proprio un'ovazione, com'era abituato, ma comunque applausi.
Poi aveva cantato La cumbia di chi cambia - un autentico inno alla libertà di pensiero e al coraggio di praticare cambiamenti -, aveva brandito il microfono, e si era piazzato davanti alla scrivania; sembrava pronto per parlare di nuovo alla folla, quando si bloccò.
Alla sua destra comparve lui, il conduttore.
L'amico di una vita aveva gli occhi lucidi.
E, da quel momento in poi, tutto si fermò.
Non c'era bisogno di parole. Lo sapevano entrambi. Quello era il segnale.
L'avevano concordato prima con la direzione: quando Morandi gli si sarebbe affiancato, lui, il cantante-predicatore, avrebbe dovuto interrompere il proprio intervento e prepararsi ad un'uscita di scena dignitosa.
L'amico guardò negli occhi l'amico; lo ringraziò, e l'altro contraccambiò.
Sapevano entrambi cosa dovevano fare.
Si alzarono, in silenzio e lentamente; e, coadiuvati dal pubblico, che interagiva con loro con delle battute, e dal direttore d'orchestra Filo Zanotti, simpatico bersaglio d'una breve gag, si misero a cantare Ti penso e cambia il mondo, una struggente e intensa canzone sull'amicizia e sull'amore.
Morandi, durante un collegamento col Tg1, aveva annunciato che Celentano stava preparando una cosa bellissima. Ma non c'era niente di eclatante o di divertente, come invece ci si sarebbe aspettato, in ciò che stava avvenendo. Era solo un momento estremamente intimo tra due grandi amici che, dopo una settimana di polemiche infernali che avevano raggiunto livelli deliranti, non avevano alcuna voglia di separarsi.
Continuarono così, chiedendo silenziosamente all'orchestra di ripetere il ritornello più volte, null'altro; per ritardare il più possibile il momento degli anticipati saluti.
Poi la canzone finì, e i due amici, dopo un lungo e commosso abbraccio, si separarono.
Celentano salì le scale, salutò baldanzosamente il pubblico, che lo contraccambiò con uno scroscio di applausi, e scomparve dietro le quinte.
Poi Morandi dichiarò l'amore di Celentano per la gente, i media, e i giornali, specificando che lui non odia nessuno, concludendo quel momento con un gesto di pace.

Ma le cose non erano affatto a posto, né nell'animo del conduttore né nel palinsesto della serata.
E si notò. Più volte.
Alla ripresa del programma, Morandi tentò di duettare con Alessandro Casillo, il vincitore del Festival nella Sezione Giovani, proponendogli qualche celebre canzone di Celentano; come per prolungare un momento concluso troppo in fretta. L'esperimento però fallì: il ragazzo non ne sapeva neanche una.
Ma ora si era creato un vuoto, anzi una voragine, da colmare. Quel tempo, in cui avrebbe dovuto esserci ancora Adriano Celentano, doveva essere riempito.
Morandi s'affrettò a richiamare sul palco Geppi Cucciari, che scese le scale in silenzio, senza l'accompagnamento dell'orchestra, dato che, come precisò subito il maestro Marco Sabiu, non era prevista.
L'orchestra, fraintendendo una richiesta dell'attrice, eseguì subito un brano musicale, che invece sarebbe servito dopo, per annunciare il rientro in scena di Morandi.
Durante l'intervista, probabilmente improvvisata, che le rilasciò, Gianni Morandi, imbarazzato, fece trapelare che durante il Festival aveva dovuto essere diplomatico, e che aveva conosciuto molte persone: alcune brave, altre… un po' meno.
Successivamente, la brillante accoppiata vincente Luca Bizzarri & Paolo Kessisoglu dedicarono un monologo serio all'ironia e alla tempesta di polemiche scatenata su Celentano, tirando direttamente - anche se elegantemente - in causa Lorenza Lei, il Direttore Generale della Rai.
E infine, proprio quasi al termine della serata, gli scatenati Luca & Paolo ripiombano sul palco, e Luca, ironico e fugace come una saetta, dichiara che i movimenti di Morandi sono guidati da qualcuno, con il telecomando… e pure quelli di Celentano!
Un telecomando che in effetti, quella sera, aveva trasmesso il segnale!


NOTA DELL'AUTORE

Il racconto che avete appena letto è un misto di realtà e d'immaginazione, ed è opportuno separare i due ambiti. Ciò che è avvenuto in diretta sul palco dell'Ariston ha milioni di testimoni, e perciò è inconfutabile. I pensieri dei protagonisti, che per motivi narrativi ho attribuito direttamente a loro, sono invece frutto della mia fantasia e delle mie deduzioni, scaturite proprio mentre guardavo il Festival di Sanremo, che da sempre seguo con grande passione e attenzione.
Ritengo che nella vita non sia molto importante conoscere sempre la verità, sapere se le deduzioni che facciamo siano giuste o sbagliate. Ma dimostrare pubblicamente che abbiamo un nostro senso critico, che non ci fermiamo davanti alle apparenze, a ciò che gli altri ci mostrano, ma che sappiamo fare i relativi collegamenti tra tutto ciò che è accaduto, questo sì, lo ritengo proprio fondamentale!


©Sergio Rilletti, 2012


domenica 9 febbraio 2014

SOLO!... COME SFONDAI IL MURO DELL'OMERTA' (Un racconto autobiografico - Il primo seguito di "SOLO!")


Domenica 9 Aprile 2006 un gruppo di volontari, guidati da un educatore professionista volpone, mi abbandonò in mezzo al Parco di Monza, a bordo della mia carrozzina elettrica di modeste dimensioni e ridotta mobilità, per farsi un giro in risciò. Costringendomi ad un'esperienza da incubo, durata oltre un'ora e mezza, in cui ho dovuto sfruttare al massimo tutte le mie capacità per uscirvi.
Una drammatica avventura che ho narrato fedelmente, attimo per attimo, in Solo! - http://rilletti.blogspot.it/2014/01/solo-versione-originale-2006.html -, un racconto che mi ha portato davvero molta fortuna!
Quello che però non sapete, e che sicuramente non potete neanche immaginare, è ciò che sono stato costretto a fare, dopo ben otto mesi di fiducia e di pazienza ripagati solo con un opprimente e ostinato silenzio, per riuscire ad ottenere un incontro con "Carletto", l'educatore volpone, e con i volontari che mi avevano mollato al Parco di Monza.
Un atto famigerato, quello dell'ostinato silenzio, che puzzava di omertà sin dall'inizio, come molte persone hanno intuito leggendo l'epilogo di Solo!, che ora vi ripropongo.

Io, in cuor mio, so già che deciderò di non querelare Carletto, anche se potrei diventare ricco e famoso con estrema facilità; un po’ perché appartengo comunque a una famiglia di santi, e un po’ per non creare dei problemi all’Organizzazione, che, in fondo, non ha colpa. Però non mi va di dirlo subito, e lo tengo per me. Filomena mi scrive un’e-mail dove mi dice che mi ha visto un po’ agitato e di confidarmi pure con lei, se voglio. Io mi fido, le scrivo in due righe quello che penso di Carletto, e lei non mi dice più nulla, né per e-mail né a voce. Gli altri assistenti, anche quelli che credevo affezionati, non mi dicono più nulla al riguardo; e quando mi vedono, fanno finta che sia successo niente. Non solo. Ma non riesco neppure a ottenere il numero di cellulare di Mauro [ammesso che si chiami davvero così]: né Carletto né Asdrubale, che oltretutto me l’aveva promesso, l’hanno tenuto, compiendo così un atto gravissimo, deplorevole e senza senso (senza senso in tutti i sensi!), degno di un racconto non giallo, ma noir. E pensare che io li volevo solo ringraziare, quei due ragazzi [Lisa e Mauro]. E l’ho più volte specificato, a Carletto, ad Asdrubale, e all’Organizzazione, che volevo solo ringraziarli…

Già. L'Organizzazione, quel 9 Aprile 2006, era innocente; poi, a causa delle azioni del suo educatore capo, che chiamerò Gelsomino, purtroppo smise di esserlo.
Bastava poco, veramente poco, per accontentarmi. Era sufficiente darmi il numero di cellulare dei due giovani che mi avevano soccorso e che volevo ringraziare, e informare i volontari che mi aspettavo un loro cenno di interessamento; nulla di più!
Io, ogni volta che andavo a parlare con Gelsomino e Chiara, l'altra educatrice dell'Organizzazione (e ci andavo, coi miei genitori, piuttosto spesso!), ribadivo questi mie due necessità, pensando che, essendo educatori, si facessero portavoce della mia richiesta.
Chiara, in separata sede, mi consigliò di scrivere io ai volontari, ma io mi sentivo in imbarazzo, Filomena aveva troncato le comunicazioni dopo la prima e-mail, e, in cuor mio, confidavo che lei e Gelsomino, il capo, potessero parlare con loro con estrema facilità e tempestività.
Invece no, non accadde nulla di tutto ciò!
Nulla di nulla!
Anzi, non solo quei volontari non si fecero mai vivi, all'unisono, ma il morbo dell'omertà si estese anche su una volontaria che non c'entrava nulla, e che, contrariamente a quanto faceva di solito, non commentò un mio racconto, Mister Noir: Inseguimento a ruota (http://www.personecondisabilita.it/page.asp?menu1=3&notizia=2046 ), che, guarda a caso, avevo dedicato proprio a Lisa e Mauro, i miei due soccorritori.

E così passarono Aprile, Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, e metà Settembre, senza che ricevessi alcun segno di interessamento da parte dei volontari; nemmeno quando mi incontravano di persona.
Così mi convinsi definitivamente che Gelsomino, il capo, volesse insabbiare la faccenda e che, quindi, potevo dire addio al numero di cellulare dei miei due giovani soccorritori (come infatti è stato!).
Tra metà settembre e gli inizi di ottobre scrissi Solo!, con la precisa speranza che magari, attraverso il passaparola, potesse giungere fino a Lisa e Mauro, e, contemporaneamente, con l'intenzione di far conoscere quella mia brutta vicenda che Gelsomino, probabilmente, credeva di poter considerare già insabbiata.
E' però mia abitudine concedere a chiunque, finché mi è possibile, il beneficio del dubbio; quindi a novembre andai a rinnovare il mio stupore per l disinteressamento dei volontari a Chiara e a Gelsomino, il capo.
Non ottenni nulla!
E a Dicembre, dopo oltre otto mesi da quella fatidica Domenica 9 Aprile 2006, mi arrabbiai.
Tanto.

Mancavano pochi giorni alla tradizionale festa di Natale dell'Organizzazione, ma io quell'anno, ovviamente, avevo deciso di non andarci… annunciando pubblicamente il motivo.
Tuttavia, non essendo proprio spietato come i protagonisti dei miei racconti, aspettai che la festa si compisse, in modo da non rischiare di creare disagi e malumori durante la festa stessa.
Poi, il giorno dopo, colpii.
In modo duro ma onesto.
Inviai una breve e-mail intitolata "NO PARTY, NO OMERTA'" dove spiegai, seccamente, che la sera prima non ero andato alla festa, in segno di protesta verso il grave atto di omertà che stavano compiendo cinque volontari nei miei confronti, dopo la drammatica esperienza che avevo vissuto Domenica 9 Aprile al Parco di Monza.
Un'e-mail dura ma onesta, molto chiara sul periodo e sul luogo a cui mi stavo riferendo ma che, al contempo, garantiva la completa privacy dei cinque volontari in questione. E-mail che, per amore di limpidezza, inviai a molte persone - tra utenti, genitori, educatori, operatori, e volontari - legate all'Organizzazione e all'Associazione a cui apparteneva, lasciando tutti gli indirizzi in chiaro, e, in copia, ai rispettivi indirizzi di Chiara e di Gelsomino, il capo.
L'e-mail non deve essere piaciuta molto, dato che il mattino dopo - sabato, giorno di chiusura dell'Organizzazione e dell'Associazione - Gelsomino mi scrisse una lunga e-mail in cui si dichiarava Dispiaciuto. Sì, Dispiaciuto: per il mio comportamento, perché lui e Chiara mi avevano mostrato subito la loro solidarietà, perché non si sarebbero mai aspettati una reazione simile da parte mia…!
Un'e-mail aberrante, completamente priva del benché minimo cenno di scuse. Un messaggio falso, ipocrita, che non aveva alcun senso inviare solo a me.
E allora? Che senso poteva avere una roba del genere???
Per mia fortuna, mi venne in aiuto Mister Noir!
Sì, sì. Proprio lui: il mio eroe seriale che, all'occorrenza, utilizzo come destinatario fittizio delle mie e-mail "informative" sulla mia attività di scrittore, tenendo nascosti gli indirizzi dei destinatari veri.
Rilessi l'e-mail di Gelsomino, e mi accorsi che, in effetti, quella che poteva sembrare una demenziale lettera di rimprovero nei miei confronti, poteva anche essere letta come un lungo elenco di giustificazioni.
E allora capii. Il vero destinatario dell'e-mail non ero io, ma altre persone a cui l'aveva inviata tenendo nascosti gli indirizzi!
Ovviamente non potevo constatarlo, ma era comunque l'unica ipotesi possibile!
Ipotesi che mi fu puntualmente confermata quando, il lunedì successivo, mi accolse a parlare con uno smagliante, rilassato sorriso.
Io gli chiesi subito come mai sabato mattina, giorno di chiusura, era in ufficio; e Chiara, intuendo il mio "leggero" tono provocatorio, si affrettò a dire, a posto suo, che Gelsomino aveva avuto un lavoro urgente da sbrigare.
Già. Peccato che Gelsomino, il capo, non avesse neanche aperto la propria e-mail di lavoro, ma solo quella che generalmente veniva utilizzata da Chiara… e mi avesse risposto con quella!
Bah!…
Comunque, per non metterla in imbarazzo, finsi di crederci!
Gelsomino tentò di rimproverarmi di nuovo per la mia rimostranza pubblica, dicendomi che ora dovevano rispondere a decine di persone che chiedevano spiegazioni, ma io ribadii, più volte, con fermezza, che dopo otto mesi di estenuante attesa avevo tutti i diritti di essere esasperato; e che non ero affatto pentito di quello che avevo fatto. Ma proprio neanche un po'!
In quel momento Gelsomino, il capo, finalmente capì che era giunto il momento di darsi una mossa e di accontentarmi!

Ma non finì qui.
Gelsomino compì l'ultimo, estremo tentativo di occultare la faccenda. E lo fece, ovviamente, nel modo sbagliato!
C'eravamo lasciati con l'impegno di organizzare i due incontri, quelli con Carletto e quello con i volontari, nelle prime settimane di gennaio,
(a questo punto anche Gelsomino aveva fretta di concludere!),
e i due educatori mi avevano avvertito che avrebbero scritto un'e-mail tranquillizzante a tutti coloro che avevano ricevuto la mia. Io mi mostrai subito d'accordo, pensando, ovviamente, che sarebbe stata un'e-mail corretta che avrebbero inviato anche a me, come io avevo fatto con loro.
Invece no!
Qualche giorno dopo, un volontario, uno dei pochi che sia riuscito a ragionare con la propria testa, mi inviò l'e-mail che Gelsomino, il capo, aveva inviato.
Non era possibile!
Gelsomino aveva scritto un messaggio "rassicurante", dicendo a tutti di non preoccuparsi, che non mi era capitato nulla di grave "ma soltanto qualcosa di spiacevole", facendomi quindi passare per un interdetto, per uno che esagera… chiedendo, a buon conto, di non scrivermi, per non innescare polemiche.
Il volontario, però, mi pregò di far finta di nulla. E così feci; arrabbiatissimo verso Gelsomino, ma per nulla preoccupato. Da lì a poche settimane, infatti, avrei potuto pubblicizzare la pubblicazione di Solo! su M-Rivista del mistero "Lezioni di paura", quindi la verità era comunque destinata a brillare. Come una bomba!
E così fu!
Non so quante persone abbiano avuto la stessa prontezza del volontario nel capire che, se Gelsomino non aveva inviato quell'e-mail anche a me voleva dire che c'era qualcosa nel contenuto che non andava, ma quando successivamente il racconto venne ospitato sul prestigioso blog Letteratitudine di Massimo Maugeri - sempre aperto ai vostri commenti all'indirizzo http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/06/16/solo-racconto-di-sergio-rilletti/ -, ricevetti diverse e-mail di solidarietà e di indignazione, rispettivamente verso me e verso l'e-mail di Gelsomino.

E così, nel Febbraio 2007, dopo dieci mesi dalla mia drammatica esperienza al Parco di Monza, riuscii ad ottenere i due agognati incontri, quello con Carletto e quello con i volontari, in quest'ordine, come avevamo prestabilito.
Ovviamente Gelsomino, per oscuri motivi, tentò di sovvertire l'ordine, mentre Carletto avrebbe voluto concedermi solo la carità di una misera ora risicata; ma grazie alla mia caparbietà, che ormai Gelsomino aveva portato a limiti estremi, e alla sensibilità e professionalità di Chiara, riuscimmo, finalmente, a fare tutto per bene. E io le scrissi un'e-mail, inviandola in copia a Carletto e a Gelsomino (il capo), ringraziandola di cuore e auspicando che la sua correttezza e la sua professionalità potessero essere di insegnamento ai suoi due colleghi.

Carletto, quando ci incontrammo, mentì su tutto. E io non ritengo necessario aggiungere altro, almeno in questo articolo, augurandomi solo che l'Organizzazione e l'Associazione abbiano ufficialmente rotto i rapporti con lui e con tutto ciò che rappresenta!
I volontari, a parte Asdrubale, invece cercarono di essere sinceri, chiarendo subito che avevano appreso della mia esigenza di chiarimenti solo attraverso la mia e-mail, che li aveva fatti infuriare con gli educatori, solidarizzando con me. Poi, sollecitati da Chiara, mi raccontarono ciò che avevano provato, e fatto, durante la mia ora e mazza da incubo; e questo l'ho apprezzato molto. Purtroppo, però, nessuno di loro è stato totalmente sincero e onesto con me fino alla fine (non ne sono semplicemente convinto, lo so proprio!), e questo lo considero comunque molto grave, indipendentemente dai motivi per cui l'hanno fatto!
Gelsomino ormai lo considero l'onta dell'Organizzazione, l'unica persona di tutta l'Associazione di cui so per certo di non potermi fidare. E il fatto che, nonostante tutto, sia ancora l'educatore capo dell'Organizzazione di volontari, mi turba e mi agita ogni giorno, parecchio.
L'unica persona che è uscita senza macchie da questa brutta vicenda è Chiara. L'unica che si è comportata correttamente e con sensibilità, dall'inizio alla fine. L'unica, tra tutte le persone in qualche modo coinvolte, che mi abbia scritto un commento su Solo!.
Nessuno dei volontari coinvolti l'ha mai fatto.
Esattamente come Carletto e Gelsomino, l'educatore capo.

Tuttavia, quella dei volontari, è una categoria che merita di essere tutelata, e i fatti che hanno visto protagonisti alcuni di loro meritano di essere raccontati e analizzati, con calma, una prossima volta, in un apposito post, magari attraverso un discorso più ampio e articolato in cui, nella salvaguardia dei rapporti tra utenti e volontari, citerò alcuni esempi particolarmente positivi del passato.

E se qualcuno dovesse ancora chiedersi come mai io parli ancora di questa faccenda, la risposta è molto semplice.
Lo faccio a scopo educativo.


©Sergio Rilletti, 2010