sabato 8 febbraio 2014

MyLife - PESCI ROSSI E PESCICANI (Un racconto autobiografico)


Ora posso dirlo! Ieri, domenica 7 febbraio 1999, la morte mi ha sfiorato, e me ne sono accorto soltanto oggi!
  
Io generalmente sono contrario alla pesca, soprattutto alla pesca sportiva; anche perché non riesco proprio ad immaginarmi una pesca in tuta da ginnastica mentre fa footing. L’unica pesca che pratico è quella di beneficenza, dove migliaia di bigliettini, tutti accatastati in una boccia di vetro sprovvista d’acqua, attendono pazientemente che qualcuno li sottragga da quella casta ammucchiata. Una volta, partecipando ad una pesca di beneficenza, vinsi un pesciolino rosso in un sacchetto pieno d’acqua; ma queste, si sa!, sono le straordinarie coincidenze della vita.
Esattamente come quelle coincidenze che fanno evitare la lenza ad un pesce, per farla abboccare ad un altro.

Ero andato al Casinò De La Valle di Saint-Vincent con l’intenzione di giocare alla roulette (rigorosamente francese, non russa!), sperando ardentemente che, pescando i numeri giusti, potessi fare un po’ di beneficenza a me stesso.
Percorsi con i miei compagni del Servizio Tempo Libero dell’A.I.A.S. Milano il lungo corridoio verde (il colore della speranza), cercando di captare tutte le sensazioni di quell’irreale silenzio.
Arrivammo in fondo, ai due ascensori. Non eravamo soli: con noi c’erano altre dieci persone, tutte in trepida attesa.
L’ascensore di sinistra arrivò. Lucia, una volontaria, salì con un ragazzo in carrozzina, e, considerata la capienza di 8 persone - come dichiarava il grande cartello posto sopra l’ascensore -, invitò a gran voce altre persone ad entrarvi.
Dopo qualche secondo arrivò quello di destra: quattro persone vi si catapultarono dentro, e, nonostante la loro magrezza, decisero di essere abbastanza obese per non aspettare alcun altro.

Giunto al piano superiore, la mia mente di autore di thriller cominciò a funzionare alacremente: sapevo che in quell’ambiente sfarzoso, in quell’acquario, tutto era finto, e che l’eleganza dei pescatori serviva soltanto a nascondere le dilanianti ferite inferte dai pescicani.
Mi guardai intorno: decine di persone, serissime, che non erano più in grado di vedere la morte in faccia perché era già penetrata nei loro occhi.
Voltando lo sguardo a destra e a sinistra, il mio inconscio decise di premiarmi guidandomi verso l’angelica visione di due hostess, due deliziose biondine in tailleur rosso, due bei pesciolini rossi a guardia di una finta slot-machine che permetteva di vincere, gratuitamente, il portachiavi-ricordo del casinò.
Proseguii, e mi accomodai al tavolo della roulette.
Decisi di pescare non con una canna ma con una rete, puntando su intere serie di numeri. Giocavo con estrema caparbietà; tanto, la Fortuna va a Fortuna, è inutile cercarla altrove. Qualcuno, mi pare Edith, disse che ero il Paul Newman della situazione; in realtà, io mi sentivo come James Bond nel primo (e tragicissimo!) romanzo di Ian Fleming, Casinò Royal.
Imbroccai qualche numero giusto, ma evidentemente pescai anche dei piraňa, che mi divorarono voracemente le maglie della rete. Nella mezz’ora che avevo a mia disposizione persi 60.000 lire. La volta, nonché l’anno, precedente ne avevo perse 100. Quindi, praticamente, questa volta era come se ne avessi guadagnate 40… anche se il mio portafogli si ostinava a darmi torto.

Uscendo dal casinò giocai alla finta slot-machine, concentrandomi più sui due pesciolini rossi che sulla macchina in sé.
Vinsi, e il pesciolino alla mia sinistra mi diede il portachiavi, elargendomi uno splendido sorriso.

Salii in ascensore con Mariangela, la mia deliziosa assistente di quella giornata. Entrarono un presunto padre con un altrettanto presunto figlio.
Il padre - alto, capelli tagliati molto corti, baffi castani, e camicia a mezze maniche tra il rosa e l’arancione - ci salutò cordialmente; il figlio, no. Il figlio, un maggiorenne (visto l’ambiente) con la faccia da adolescente, laccato e vestito di tutto punto in un rigoroso abito nero, fissava, serissimo e impassibile, l’aria davanti a sé: nei suoi occhi, sagome di pescicani continuavano a vagare avanti e indietro senza sosta.
La mia perversa mente di autore di thriller stava galoppando, facendomi immaginare padre e figlio sconfitti e debitori di una cospicua somma di denaro che dovevano racimolare (e restituire!) al più presto.
  
La cronaca di oggi, lunedì 8 febbraio 1999, ha preceduto qualsiasi mia fantasia: ieri sera, poche ore dopo la nostra partenza, il Casinò De La Valle di Saint-Vincent è stato teatro di un altro tipo di pesca. Una pesca brutta, cattiva, violenta.
Una pesca di pescicani.
Una pesca di strozzini.
Una pesca marcia.
Una pesca andata a buon fine, compiuta non con una rete ma con una canna. Una canna calibro 9.


©Sergio Rilletti, 1999

venerdì 31 gennaio 2014

SOLO! (versione originale 2006 - Il mio racconto autobiografico per eccellenza)

Questo racconto è dedicato a due giovani
e alle loro splendide anime.
Lei si chiama Lisa, lui mi pare si chiami Mauro.

Li incontrai, un giorno, in mezzo al Parco di Monza.
E spero, un giorno, di poterli incontrare di nuovo!


Quest’anno ho scoperto che il Destino è un mio grandissimo fan; un fan un po’ apprensivo, a dir la verità, che, ingiustamente preoccupato che rimanga senza ispirazioni per i miei thriller, me ne fa capitare di tutti i colori. La storia che state per leggere è assolutamente vera. Dopo una lunga e attenta meditazione ho deciso di scriverla “in soggettiva”, telecamera immaginaria alla mano, per portarvi con me, a bordo della mia carrozzina elettrica, e farvi vivere quello che ho vissuto io, esattamente come l’ho vissuto io: pensieri compresi. La data e i luoghi sono veri, i nomi dei personaggi sono ovviamente modificati per salvaguardare la loro privacy. Solo i nomi di Lisa e, mi pare, Mauro (ho una certa idiosincrasia con i nomi maschili), protagonisti assoluti della terza parte, sono veri; e ho voluto mantenerli tali in modo che loro si possano riconoscere e io possa ringraziarli. Ma ora basta con le chiacchiere, e seguitemi nei meandri del parco di Monza e della mia mente. (Sergio Rilletti)



Domenica 9 aprile 2006, Ore 13.10 circa, Parco di Monza

Vanno. Loro vanno. E io, rimango sempre più indietro.
Certo che seguire due risciò con una carrozzina elettrica di modeste dimensioni e di scarsa potenza come la mia, non mi sembra un’idea proprio geniale, anche perché il terreno qui è sconnesso. Ma come potevo impedire agli altri di andarci? Ora dovrò fare la passeggiata da solo, e accontentarmi dei momenti di contatto che avrò quando si fermeranno ad aspettarmi. Accontentarmi e gustarmeli. Fino in fondo.
Già, accontentarmi. Loro davanti, tutti assieme, che si divertono; e io qui dietro, da solo, che arranco. D’altronde, non potevo certo oppormi, non potevo impedire agli altri di fare questa bell’esperienza.
Ma come ha potuto Carletto fare una proposta del genere?
Speriamo almeno che si fermino. Qui il terreno è accidentato, e la carrozzina traballa.
Sì, sì; sicuramente si fermeranno. Carletto è un professionista: sa quello che fa. Sì, ecco, si fermano. Bravo, Carletto: sapevo di poter contare su di te! Ora vi raggiungo. Ancora qualche metro su questo terreno sconnesso, e sono da voi. Una buca, due buche, una pozzanghera di fango, un dosso di terra battuta, e ancora una buca. La carrozzina traballa per tutto il tempo, ma alla fine vi raggiungo. Sorrido. Anche Carletto sorride, e poi mi fa: “Senti… Possiamo andare avanti?”
A me si raggela il sangue e non dico nulla, paralizzato, sbalordito; ma Carletto non si accorge di niente e prosegue: “Ti fai una bella passeggiata da solo nel parco fino alla cascina. Tanto la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo.”
Sconcertato, rispondo di sì. Io non sopporto l’idea di rimanere da solo in un luogo pubblico, soprattutto in un parco; un parco non mi dà alcun senso di sicurezza: si può incontrare chiunque, in un parco, assolutamente chiunque. Ma che diritto ho io di limitare agli altri questa bell’esperienza? Domando di nuovo la strada, con espressione estremamente titubante, per far capire che non sono affatto sicuro, Carletto me la ripete, e io, sempre titubante, li saluto. Tanto, penso, si gireranno. Non mi perderanno certo di vista!
Vanno. Loro vanno. Senza voltarsi.
E mi distanziano sempre più.
Io arranco con la mia piccola carrozzina elettrica. Qui il terreno è asfaltato, procedo abbastanza bene. Li vedo allontanarsi. Già, si allontanano. E non si voltano.
Cazzo, ma voltatevi!
Niente. Non si voltano.
Vedo, lontano, una curva; una curva che devono intraprendere. Sarei tentato di tagliare per il prato, per avere almeno una piccola possibilità di raggiungerli, ma se mi ribalto che faccio? Il terreno erboso è il più insidioso di tutti, perché l’erba copre, e, sotto l’apparenza di un terreno verde e pianeggiante, si cela sempre un terreno accidentato, pieno di dune, pendenze, e avallamenti. E le possibilità di ribaltarsi sarebbero infinitamente superiori! Non mi fido, e decido di proseguire per la strada principale; anche se sono consapevole che non li raggiungerò mai.
Continuo, senza perderli di vista.
Finché posso.
Poi salgono su una montagnetta; su, su, fino in cima.
Li guardo, per vedere se si girano. Si gireranno sicuramente per salutarmi. Si girano? No, se ne vanno: proseguono. Lasciandomi definitivamente solo.
Oh, cazzo! Speriamo in bene! Avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, mi hanno detto. Devo costeggiare l’autodromo. Ma dov’è l’autodromo? Speriamo almeno che la batteria della carrozzina duri fino alla cascina, che non si scarichi prima. Proseguo, tesissimo. Maledico il momento in cui ho accettato. Maledetta generosità! Ora loro (Carletto, i due assistenti dell’Organizzazione, e i tre miei compagni) sono tutti insieme a divertirsi, mentre io sono qui a girare da solo come un pirla! Mi impongo di calmarmi, ci riesco; tanto ormai è inutile: sono da solo! Quindi, ho due alternative: o continuare a recriminare o godermi il panorama. Opto per la seconda. Intanto proseguo sempre dritto, per un bel po’. Dritto, e poi all’autodromo a sinistra, costeggiandolo, mi ripeto. Meno male almeno che il tempo è bello. Pensa un po’ se minacciasse di piovere…
Continuo la mia marcia forzata ostentando un interesse particolare per tutto il verde che mi circonda. Laggiù, lontano, vedo anche le montagne innevate. Non che mi interessi in modo particolare un panorama che, andando a questa velocità, cambia poco; ma almeno mi aiuta a distrarmi e a non pensare che sono solo… e che devo trovare la strada per tornare alla cascina. A proposito: dove cazzo è l’autodromo? Ormai è da un po’ che sto camminando. Possibile che sia così avanti? Possibile che siano andati così avanti? Mi fermo, scruto l’orizzonte, ma dell’autodromo non si vede neanche l’ombra. Eppure non è piccolino. È un autodromo, voglio dire: se ci fosse, lo vedrei! Anche lontano, magari, ma lo vedrei! Rischio di farmi prendere dal panico; invece no, non devo!
Aziono la cloche della mia carrozzina, e procedo. Se ti hanno detto vai avanti fino all’autodromo, e non vedi ancora l’autodromo, vuol dire che non sei ancora arrivato. Semplice, no?
Semplice un corno! Se sei in un posto sconosciuto, hai solo una vaga idea di dove dover andare (sperando, tra l’altro, di aver capito bene), non vedi mai arrivare questo cazzo di punto di riferimento (peraltro neanche tanto piccolo), ti guardi intorno e ti sembra tutto uguale, e non puoi neanche chiedere una conferma a qualcuno perché le tue difficoltà motorie ti creano qualche problemino nel farlo, allora no, non è affatto semplice essere sicuri di non aver sbagliato strada. Ma proprio neanche un po’. E comunque non ti preoccupare, mi dico. Appena non ti vedranno arrivare, ti verranno sicuramente a cercare! Ora non devi fare altro che andare avanti fino…
Mi blocco.
Mi raggelo.
Ma no… non è possibile!
E mo’, dove vado?
MA DOVE CAZZO E’ L’AUTODROMO?!
Sono arrivato a un incrocio a T. Davanti a me la strada è sbarrata da un paio di panettoni. O meglio: non è che sia proprio sbarrata, ma comunque il passaggio non è abbastanza largo per un risciò. E poi, al di là dei panettoni, il terreno sembra sabbioso. Evidentemente è qui che devo girare a sinistra. Sì, ma… Dove è l’autodromo?
Vado. Ma le cose non stanno andando come previsto. E questo non mi piace neanche un po’. Sto abbandonando il viale principale. Non è prudente, lo so, ma per un po’ rimarrò comunque ben visibile: se ripassassero, mi vedrebbero sicuramente! E poi, loro mi aspettano in cascina. L’appuntamento è là!
Arrivo a un altro incrocio. Ora ho tre possibilità: o attraversare la strada e proseguire diritto (però quella mi sembra una zona un po’ troppo boscosa), o immettermi in questa strada dove scorrazzano le auto (e non ci penso proprio!), oppure seguire questo controviale pedonale che costeggia la carreggiata delle auto. Sì, questa terza soluzione mi sembra la migliore: la seguo. Anche perché, in effetti, quelle auto devono pur fermarsi da qualche parte. Non è detto, ma magari vanno proprio all’autodromo. Procedo lungo il controviale, mentre le auto continuano a sfrecciare alla mia sinistra. Ecco. Ora ho completamente abbandonato il viale principale, non lo vedo più; e per ogni metro che faccio su questa strada, la tensione aumenta. Speriamo in bene, speriamo di aver fatto la scelta giusta!
No!…
Rallento.
No!…
Rallento.
No!…
Mi fermo.
Di nuovo. Per forza.
Nooo!… Ma porcaputtana! Ma non è possibile!… E che è?!
La strada è sbarrata, di nuovo. E questa volta non si tratta di semplici panettoni, tra cui, magari, potrei passare; no, è proprio sbarrata, chiusa!
Ansimo. Sento un brivido corrermi lungo la schiena: parte dalla cervicale e si snoda in tutto il corpo. Dondolo la testa da una parte e dall’altra, per sgranchire i muscoli del collo e scaricare la tensione. Scoppio in una risata isterica, giro la carrozzina, e mi affretto a tornare indietro. Ecco, ora sono proprio nei guai. Ma proprio Guai Guai Guai! Non vedo l’ora di tornare sul viale principale. Cazzo, adesso come faccio? Magari mi si scarica pure la batteria della carrozzina! Ma che coglioni!

Sono tornato sul viale principale, finalmente. Giro fiducioso la testa a destra e a sinistra, ma di Carletto & Co. neanche l’ombra. Ma che coglioni! Vado a destra e poi torno indietro, mantenendo una posizione ben centrale. Vedo scorrazzare molti risciò, ma nessuno con tre persone a bordo. Finalmente ne vedo uno con tre passeggeri. Mi sento sollevato. Alzo la mano sinistra e preparo un bel sorriso, pronto a fare un allegro cazziatone; ma quando il risciò si avvicina… devo ritirare tutto: mano e sorriso. Non sono loro! Ma che cosa aspettano a venirmi a cercare? Non si sono accorti che non ci sono? Qui devo razionalizzare i movimenti, non posso continuare così! Se mi si scarica la carrozzina, sono guai! E sì che Carletto è un professionista: dovrebbe ben sapere che potrebbe scaricarsi la batteria. Ma che coglione! Torno indietro, fino alla mappa del parco che avevo notato, e guardo dov’è la cascina. È un po’ lontana, ma decido di riprovarci.
Parto. Comincio a ripercorrere la stessa strada di prima, ma la tensione e la rabbia hanno raggiunto livelli ormai incontrollabili. Ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare: il professionista coglione mi doveva capitare! Ma quando arrivo a casa, quelli dell’Organizzazione mi sentono! Che poi loro, quelli dell’Organizzazione, in effetti non hanno colpa: Carletto ha un curriculum favoloso, è normale che scegliessero lui! Chi poteva immaginare che, uno con un curriculum favoloso come il suo, potesse combinare una stronzata del genere? E ora, che faccio? Sto percorrendo di nuovo questa strada, e loro non ci sono ancora! Non posso continuare a girare così a caso: la carrozzina rischia di scaricarsi! Devo chiedere aiuto. Ma a chi? Anche ammesso di riuscire a parlare in modo abbastanza chiaro da farmi comprendere, a chi chiedo informazioni? Qui è pieno di gente, è vero, ma sono comunque tutti dei passanti: non è detto che sappiano dove è la cascina. Mentre cerco invano la figura di Carletto & Co., uno spiraglio si apre. Uno spiraglio di speranza. A forma di entrata. A circa venti metri da me, sulla destra, c’è una deviazione che porta a due colonne che delimitano l’entrata di un rione. Mentre mi avvicino guardo meglio: sembra un quartiere agricolo, e ci sono delle case. Sono un po’ in dubbio se entrare o no: si tratta comunque di abbandonare di nuovo il viale principale; consumerei batteria, il terreno lì è molto sconnesso, e il risultato è incerto. Ma comunque, se voglio chiedere aiuto, è lì che devo andare.
Varco l’entrata, e mi sembra di ritrovarmi in aperta campagna. Vado avanti per il sentiero sterrato stando ben attento a dove metto le ruote, per non ribaltarmi. Alla mia sinistra vedo un vecchio contadino raccogliere legna, qualche metro dietro a lui c’è un bel fuoco, e, un po’ più lontano, quasi di fronte a me, leggermente alla mia destra, una donna bruna sbuca dal cortile del rione, camminando a passo spedito. Sarà per l’aspetto giovane ed eretto, sarà perché, per esperienza, so che le donne sono spesso più sveglie di noi uomini, sarà per la mia naturale propensione verso il sesso femminile, ma opto per lei. Io opto per lei ma lei non opta per me, e devia verso un altro sentiero. Rimango stupito: pensavo che la mia fosse l’unica strada per entrare e uscire da quel rione; e invece, a quanto pare, no. Capisco subito che non la raggiungerò più e mi dirigo verso l’agglomerato di case, disposte a ferro di cavallo. Entro nel cortile e mi colloco nel centro. Lo spettacolo è deprimente e angosciante; mi sembra di essere capitato in una città fantasma. Case bianche e fatiscenti, con persiane verdi e porte marroni. Forse, una volta, erano belle, ma ormai i muri sono sporchi e scrostati, logorati dal tempo, e le porte, anche se chiuse a chiave, non danno certo l’idea di sicurezza e protezione.
Comincio a gridare (“Aiuto! Aiuto! Aiuto!”), ma la parola Aiuto ha una combinazione di lettere davvero ostica per me, quindi riesco a pronunciare solo la A, mentre tutte le altre lettere mi muoiono in gola.
Nessuno si affaccia. È inutile rimanere oltre.
Decido di tentare con il contadino. Torno indietro, ma… No! Dov’è?… Dov’è finito il contadino? Mi dirigo nell’esatto punto dove l’avevo visto prima; mi guardo intorno: il fuoco c’è ancora… ma il contadino no. No, non è possibile! Ho perso l’unico contatto che avevo! Calma, calma. Sta’ calmo e ragiona. Se ha preso della legna e al fuoco non c’è, vuol dire che l’ha portata da qualche altra parte. Ma dove?… A casa, certo: è andato a casa! Torno nel cortile, e scruto tutte le porte delle case. Laggiù, in fondo, ce n’è una aperta. Il contadino dev’essere là! Mi avvicino. Il contadino esce, mi guarda incuriosito, e mi viene incontro. “Hai bisogno di aiuto?“ mi chiede.
La sua voce fessa non promette nulla di buono, ma io faccio cenno di sì.
“Ti sei perso?”
La risposta esatta sarebbe “No, mi hanno perso”, ma, per semplificare, taglio corto e rispondo di sì.
Eh-eh! E mo’ viene il bello! In casi come questo, quando devi spiegare una tua impellente necessità ad un estraneo, devi proprio dimenticarti qualsiasi forma di preambolo, di sintassi, e di educazione, che impegnerebbero l’attenzione e il tempo dell’altro inutilmente, e concentrarti solo sull’informazione primaria in sé. Sono un po’ incerto sull’informazione da chiedere. Indicargli la borsa, per fargli prendere la mia agenda e telefonare a qualcuno, mi sembra troppo complicato; quindi, mi rimangono due possibilità: Cascina o Autodromo? ‘Fanculo l’autodromo!, mi rispondo. Lo guardo fisso negli occhi, e, scadendo bene le parole, dico semplicemente: “Cascina Costa Alta.”
“Cascina Costa Alta?! mi ripete. Come, mi ha capito? Sono sinceramente stupito: non mi aspettavo che ci saremmo capiti così, al primo colpo; mi affretto a dire di sì. Lui mi guarda un po’ perplesso. “Sei un po’ lontano: la cascina che dici tu è a due chilometri da qui.”
Io lo guardo sbigottito. Rimango senza parole, anche nella mente.
“Guarda: Tu, uscito da qui, vai a sinistra; poi, a un certo punto, vedrai un cartello con l’indicazione 'Bocciodromo'. – Il contadino mi spiega tutta la strada, sembra facile, ma poi conclude: -- Comunque, secondo me, non ce la fai ad arrivare, perché alla fine c’è una salita così. Hai capito?”
Dentro rabbrividisco, ma comunque non posso chiedergli di più: rispondo di sì, lo ringrazio, e, anche se insicuro, vado. Incontro di nuovo la donna bruna; sarei tentato di chiederle aiuto, ma ho paura che il contadino, vedendomi, possa rimaner male. Proseguo senza dir niente.
Esco dal rione e comincio a cercare febbrilmente l’indicazione per il bocciodromo, sperando sempre che la carrozzina non si scarichi. Finalmente la trovo, esulto, e la seguo. Ma anche quella strada risulta essere interrotta. Torno indietro sul viale principale, e mi guardo intorno. Ci sono? No, macché! Ma che gruppo di coglioni!… Ma che branco di handicappati! Decido di andare ancora alla mappa, per chiedere aiuto da lì. Ma che imbecilli! La mappa, oltre alla cartina del parco, mostra, in basso, sei cerchi con i luoghi più importanti del parco. Io mi posiziono il più vicino possibile, in modo da poter indicare con facilità Cascina Costa Alta. Comincio a gridare agitando le braccia, per attirare l’attenzione; le persone, però, non mi degnano neppure e tirano dritto.
Dopo un po’ vedo arrivare una famigliola – papà, mamma, e bambino -, e io, avendo una fiducia smodata nelle famiglie, gesticolo ancora di più. L’uomo mi vede sbracciarmi e gesticolare, mi guarda, e, con lo sguardo assente come il suo cervello, mi risponde: “Ciao!”
“Eh, Buonanotte!” lo saluto platealmente io.
Finalmente arriva un giovane pattinatore, castano e riccioluto; arriva sparato sui rollerblade, e, dopo qualche giravolta di rallentamento, si ferma proprio accanto a me. Io gli indico la cascina, e lui mi indica la strada; si assicura che abbia capito, e poi se ne va, sparato com’era arrivato. Vado, ricordandomi che a un certo punto devo girare a sinistra. Io vado, ma qui è tutto uguale. Dov’è che devo girare? Sono depresso, angosciato, non ce la faccio più. Il mio sguardo vaga alla ricerca di Carletto & Co., oppure, in alternativa, di qualche vigile o poliziotto a cavallo (so che esistono). Avrei voluto evitarlo, ma dopotutto… Cazzi loro: a mali estremi, estremi rimedi!
Non vedo nessuno.
C’è un viale a sinistra: lo prendo; ma mi sembra dannatamente uguale a quello che mi aveva portato alla strada carreggiata e al controviale pedonale senza uscita, e mi faccio prendere dal panico. Sono sull’orlo d’una crisi di nervi. Incrocio un uomo; vorrei chiedergli aiuto, ma è troppo impegnato con il suo cellulare. Proseguo.
Pochi metri davanti a me compaiono due ragazzi: lei è una deliziosa biondina, con i capelli lunghi e il viso rotondo, pieno di nei ma “pulito”; lui è bruno, capelli corti, viso tendente al rotondo ma con lineamenti più marcati. Mi vengono incontro. Io devo avere un’espressione abbastanza spaventata, perché lei mi chiede subito se mi serve aiuto, senza bisogno che io dica A: io mi affretto ad annuire.
“Ma è da solo?” si chiede lei con stupore e voce carezzevole, guardandosi intorno. E poi, rivolgendosi a me: “Ma eri con qualcuno?”
“Con un gruppo.”
“Vedi, era con un gruppo!” esclama, rivolta al ragazzo.
“Ma io non vedo nessuno”, risponde lui, scrutando l’orizzonte.
“Neanch’io” ribadisce lei.
Io scoppio in una piccola risatina isterica. Eh! Non ditelo a me!
“Guarda nella sua borsa, magari ha un numero da chiamare”, dice lei.
Io sto per assentire, ma lui, con un tono dolce e imbarazzato, dice: “No… Non me la sento di mettergli le mani in borsa .”
“Vabbe’… Andiamo in là, vedrai che li troviamo!” dice la ragazza, rivolgendosi a me. Io non sono proprio così ottimista, ma capisco che non mi abbandoneranno, e mi sento al sicuro. Li identifico subito come due angeli custodi mandati da Dio, e lo ringrazio. Sul serio! Io non sono particolarmente avvezzo a questo tipo di pensieri, non mi capita molto spesso di ringraziare Dio, e quasi mai lo faccio tempestivamente; ma, questa volta sì.
C’incamminiamo, e io mi mantengo qualche metro davanti a loro; abbastanza vicino perché capiscano che sono sempre con loro, ma abbastanza lontano perché possano continuare a godersi un po’ di intimità. Li sento ridere e scambiarsi paroline affettuose. È un piacere sentirli: mi fanno andare indietro nel tempo; agli amori giovanili dei miei primi amici. Sì, è proprio un piacere sentirli. Parlano tra loro, ma so che sono con me. Sì, loro sono con me, e sento lei dire: “Ma l’hanno lasciato solo? Ma che gente è?… Ma come si fa a lasciarlo solo?”
Sogghigno, con soddisfazione e sollievo. La tipa è sveglia, ha colto proprio nel segno: non pensa che mi sono perso, pensa che mi hanno perso!
Arriviamo al viale principale, ci guardiamo intorno, ma… Toh, che strano. Non c’è nessuno.
“Io non vedo nessun gruppo. Se ci fosse un gruppo, lo vedremmo”, dice lei con aria smarrita e stupefatta.
“Che facciamo, chiamiamo i vigili?” propone lui.
“No, aspetta. Magari in borsa ha un numero da chiamare!”
“Ma a me non va di mettere le mani nella sua borsa”, ribadisce lui, timido e imbarazzato al tempo stesso. Mi fa proprio una bella impressione: il rispetto, quasi reverenziale, che ha per me e per la mia privacy mi colpisce e mi commuove. Ma questo non è il momento della riservatezza, e faccio chiaramente capire che non deve farsi problemi e di guardare pure nella mia borsa.
“Ecco, vedi, vuole che guardiamo nella sua borsa; giusto?”
Annuisco con veemenza. “Ho una agenda” dico, scandendo bene le parole.
“Hai un’agenda?” ripete lei. Poi, vedendo la mia espressione meravigliata, mi fa: “Sei stupito perché ho capito? Ma io sono abituata con i bambini, faccio la maestra. Eh sì: la maestra Lisa capisce sempre tutto!”
Maestra? Ma come maestra? Io pensavo che andasse ancora a scuola.
Chiedendomi ancora una volta il permesso, il ragazzo comincia a frugare nella mia borsa, maneggiando ogni cosa come fosse una reliquia antica di immensa fragilità, finché trova la mia agenda.
“Chi dobbiamo chiamare?” mi chiede Lisa.
La cosa più facile sarebbe far aprire l’agenda alla prima pagina, dove ho i numeri dei miei familiari e parenti, e far chiamare i miei genitori. Ma, se lo faccio, mia madre si terrorizza. So di non avere il numero di quell’imbecille di Carletto, ma so di avere quello di Filomena, una delle assistenti che era rimasta in cascina con altri ragazzi. So di avere il suo numero di casa; spero di avere anche quello di cellulare. Dico di aprire l’agenda alla lettera F, indico il nome di Filomena, ma… Ho soltanto il suo numero di casa! Il cuore mi sale in gola, ma non dico niente. Lisa prende il mio cellulare, lo accende, ma si accorge che dovrebbe mettere il pin per attivarlo; e, anziché chiedermi il codice, mi rimette via il telefono, chiedendo al ragazzo di usare il suo. Io lo lascio tentare. C’è ancora una piccola possibilità, una fievole speranza: Asdrubale, avvocato e neo-ex fidanzato di Filomena, in quel momento potrebbe essere proprio lì, a raccogliere le sue cose.
Asdrubale risponde. Il ragazzo gli parla, e deve ripetergli due volte che mi hanno trovato a girare da solo in mezzo al parco di Monza, e che sono molto agitato; gli dà il suo numero di cellulare, di cui, purtroppo, memorizzo solo le prime tre cifre, e gli dice di richiamarlo per fargli sapere dove dobbiamo trovarci. Riattacca, e ci riferisce che Asdrubale si è incazzato e ha detto frasi del tipo: “Ma come da solo?… Ma sono impazziti?”
Il cellulare suona: è Carletto. Il ragazzo non riesce fargli capire dove siamo, e allora gli dice che li aspetteremo all’incrocio dove c’è la mappa.
Ci avviamo. Io vorrei chiedere al ragazzo il suo numero di cellulare, per poterli richiamare, ringraziare bene, e magari, perché no, rivederli con un po’ più di tranquillità per chiacchierare un po’; vorrei proprio farlo, ma, invece, mi blocco: mi stanno aiutando, stiamo procedendo verso un obiettivo ben preciso, non voglio distogliere la loro attenzione, per magari agitarli o imbarazzarli. Tanto, penso, Carletto e Asdrubale ce l’hanno. Sicuramente me lo daranno. Do la precedenza a una parola, una soltanto, che devo per forza dire ora, se no poi, nella confusione, magari non riesco più a pronunciare: “Grazie.”
“Di niente, figurati!” risponde prontamente lei.
Chiedo a lui come si chiama.
“Mauro”, dice sorridendo.
Lei si affretta a ridirmi che si chiama Lisa, ma in realtà il suo nome l’ho già memorizzato da prima. “E tu?” fa lei, con voce gioiosa.
“Sergio.”
“Ah, Sergio!”
Arriviamo all’incrocio, e ci mettiamo proprio accanto alla mappa; così, giusto per essere sicuri che ci vedano. Lisa e Mauro sono di fronte a me, e, mentre stiamo aspettando che arrivino, inaspettatamente, veloce come un lampo, tra loro schiocca e sboccia un bacio. È un bacio-lampo, reciproco e simultaneo, un bacio giocoso, uno di quelli che solo due fidanzatini possono scambiarsi. Un bacio fresco, giovane, primaverile, che si fonde perfettamente con i colori di questa bella giornata. Non posso trattenere un moto di contentezza. Loro se ne accorgono e scoppiano a ridere, creando tra noi un legame magico e indissolubile.
Arriva Carletto, incredibile ma vero, con il pulmino dell’Organizzazione. Scende e, anziché dire frasi del tipo Come stai?… Scusami. Ma che pirla sono stato! oppure Grazie, ragazzi! Davvero, grazie mille!, comincia a sfottermi dicendo che non ho il senso dell’orientamento; e quando Lisa gli dice “Guarda che era molto spaventato! “ lui rincara la dose, facendo i versi che di solito si riservano ai bebè, e sostenendo che mi stavano cercando dappertutto e che, comunque, era tutto sotto controllo.
Minchia! Lo mando subito, e più volte, a 'fanculo. Non gli dico dove deve mettersi il pulmino solo perché sul pulmino devo salirci anch’io.
Mentre uno degli assistenti, senza proferir parola, mi carica di gran carriera, ho solo il tempo di un ultimo fugace sorriso con i due ragazzi. Lisa e Mauro sono lì; probabilmente si aspettano che Carletto dica loro qualcosa. Io lo guardo con due occhi grandi così. Adesso li ringrazierà, sì. Arriverà a capire che deve ringraziarli! No, macché! Carletto non arriva a capire neanche questo! Sale sul pulmino, e parte.
Mi guardo intorno, e mi accorgo che la compagnia è cambiata, a parte Carletto e l’assistente che mi aveva caricato sul pulmino. Non sono quelli che erano partiti con me dalla cascina, sono quelli che erano rimasti dentro. E ci sono pure dei miei compagni in carrozzina! Sono scioccato. Ma come? Venite a cercare me, e, anziché organizzare un gruppo di soli assistenti in modo da poter essere più liberi nei movimenti, vi portate dietro le carrozzine? No, non è possibile! Non è proprio possibile!
Filomena, seduta accanto a me, è al telefono con Asdrubale. Mi dice che Asdrubale poi mi darà il numero di cellulare del ragazzo, e io, contento, lo ringrazio. Filomena comincia a farmi domande a raffica, come se potessi spiegare in cinque minuti cosa mi era accaduto, e alla fine, bella bella esclama: “Sai, Sergio, di questa storia potresti scrivere un racconto!”
“Sì, sì… Contaci!”


Cascina Costa Alta, Ore 15.30

Mi trovo qui, nel salone. Sono tornato da poco, e ora sto mangiando. Mi sento ancora un po’ scosso per quello che mi è accaduto. Tutti mi hanno accolto con un grande applauso, è vero, ma nessuno mi chiede niente. Perché? Neanche Guido e Viola, i due assistenti con cui ho più confidenza, mi chiedono niente; neanche come sto. Perché? Il cellulare di Carletto suona: è mia madre. Carletto le dice “che ho fatto una cosa…!”, facendole supporre che si tratti di una bricconata.
La saluto, dicendole solo che ora sto bene. Tanto, penso, ho tutto il tempo per far rabbrividire familiari, parenti, e un nugolo di amici!…

Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, non immaginavo che venisse così lungo. Il fatto è che nelle mie molteplici narrazioni orali, per quanto fossero dettagliate, ho sempre tagliato i particolari dei miei pensieri, delle sensazioni, e degli imprevisti che incontravo, parti fondamentali della vicenda, per non affaticare troppo l’ascoltatore; quindi, quella che mi ricordavo all’inizio, al momento della premessa, era solo la versione “orale”, non quella “integrale”. Poi, scrivendo, mi è riaffiorato in mente tutto. E solo così, solo mettendo tutto quello che avevo visto e provato e pensato, espressioni da educanda infuriata comprese, potevo trasmettere esattamente quello che avevo vissuto, scandendo l’evoluzione della mia paura “momento per momento”, che comunque ho sempre dominato. Ma se la paura non ha mai governato la mia mente, ha però dominato quella degli assistenti, che, accomunati da un malsano concetto di unione di gruppo, si sono fatti fagocitare tutti dal terrore. E questa vicenda, purtroppo, ha un epilogo delirante. Io, in cuor mio, so già che deciderò di non querelare Carletto, anche se potrei diventare ricco con estrema facilità; un po’ perché appartengo comunque a una famiglia di santi, e un po’ per non creare dei problemi all’Organizzazione, che, in fondo, non ha colpa. Però non mi va di dirlo subito, e lo tengo per me. Filomena mi scrive un’e-mail dove mi dice che mi ha visto un po’ agitato e di confidarmi pure con lei, se voglio. Io mi fido, le scrivo in due righe quello che penso di Carletto, e lei non mi dice più nulla, né per e-mail né a voce. Gli altri assistenti, anche quelli che credevo affezionati, non mi dicono più nulla al riguardo; e quando mi vedono, fanno finta che sia successo niente. Non solo. Ma non riesco neppure a ottenere il numero di cellulare di Mauro: né Carletto né Asdrubale, che oltretutto me l’aveva promesso, l’hanno tenuto, compiendo così un atto gravissimo, deplorevole e senza senso (senza senso in tutti i sensi!), degno di un racconto non giallo, ma noir. E pensare che io li volevo solo ringraziare, quei due ragazzi. E l’ho più volte specificato a Carletto, ad Asdrubale, e all’Organizzazione, che volevo solo ringraziarli… L’unica vera soddisfazione in questa vicenda è essere riuscito a cavarmela in una situazione difficile e imprevedibile, e di aver scoperto di possedere, forse, più capacità di quelle che sospettavo. Quest’anno il Destino si è dimostrato un mio grandissimo fan, procurandomi parecchi colpi di scena… tra cui l’incontro con Lisa e "Mauro" (sperando, ovviamente, che lui si chiami proprio così). Spero proprio che un giorno, magari con l’aiuto di qualcuno o la complicità di qualche appuntamento di Alacrán Edizioni, possa procurarmi un altro colpo di scena e farmeli incontrare di nuovo.



©Sergio Rilletti, 2006

domenica 29 dicembre 2013

TSUNAMI DI NATALE (Un racconto inedito)

Il commissario Somaro non ne poteva più. E, mentre meditava sui regali da fare, pensò che quel S. Natale avrebbe fatto fuori qualcuno.
Non un criminale, probabilmente, ma qualche suo parente.
Che poi, a ben vedere, non c’era questa gran differenza.
Ogni anno era la stessa storia. Frotte di parenti che si incontravano nelle case altrui, infestandole di auguri, dolci, e insulti al cianuro.
Il commissario Somaro aveva due famiglie di parenti: i Troppospesso e i Quasimai.
I Quasimai erano bravissimi: si vedevano di rado, e quindi, quando aprivano bocca, dicevano solo cose sensate.
I Troppospesso, no. I Troppospesso aprivano la bocca troppo spesso (appunto); non importava con che frequenza parlassero: ogni volta che lo facevano si rimpiangeva il silenzio!... Ascoltavano molto, questo sì, ma non capivano nulla. Mai. Neanche quando sembrava!... Il commissario sentiva l’obbligo morale di far sentire al meglio gli ospiti che invitava a casa, i Troppospesso no; e ogni volta che si accettava, incautamente, un loro invito a cena, si viveva nel terrore che qualche bomba, devastante come uno tsunami, potesse esplodere, ritrovandosi con un coltello piantato nella schiena.
Poi, un istante dopo, loro ritornavano normali, si riprendevano il coltello, e si chiedevano, stupiti, perché tu non eri più come prima; non pensando che, magari, eri ancora frastornato per lo tsunami che ti avevano appena scatenato addosso.
Fu in quel momento che gli venne in mente il regalo giusto per loro.
Consultò un sito Internet, e sorrise. Ecco cosa avrebbe regalato ai Troppospesso, per quel S. Natale: un bel viaggio in India, sulla costa occidentale, possibilmente ben in riva al mare.
Lo so che non doveva augurarselo, per rispetto delle popolazioni che vivevano lì, ma c’erano buone possibilità che quell’anno, i Troppospesso, venissero travolti da un bello tsunami!


©Sergio Rilletti, 2013

venerdì 27 dicembre 2013

LA BONTA' DI NATALE (Un articolo)


Se questo fosse un racconto, Natale sarebbe un personaggio “antico”, d’altri tempi, un nonno istituzionale, il papà di tutti, un papà talmente buono e anziano che tutti chiamerebbero affettuosamente babbo.
Ma questo è un articolo, non un racconto, e il Natale in questione non è un illustrissimo signore con la lunga e folta barba bianca, bensì la festa dell’anno per antonomasia, quella che unisce atei e cristiani in un’apoteosi di bontà, culinaria e sentimentale.
E’ impossibile, nonché deprecabile, non essere buoni a Natale. A Natale bisogna essere buoni!, come recita un ferreo articolo della nostra Costituzione morale, che spolveriamo ogni anno in occasione delle animose pulizie prenatalizie.
Nel periodo natalizio, infatti, si respira un’aria serena, con le luminarie che (non essendo guaste) illuminano le città a festa.
Il televisore stesso sprizza bontà da tutti i pixel: le emittenti trasmettono pace a ritmo di serafici jingle natalizi; i personaggi, riuniti in grandi gruppi, si impegnano in simpatici e commoventi auguri canori; persino i messaggi pubblicitari ti inducono ad acquistare un bene per il bene altrui.
A Natale bisogna essere buoni!, non c’è niente da fare! Tutti ci sentiamo più propensi ad abbandonare le promesse da marinaio per abbracciare quelle da scout.
In questo periodo ci sentiamo tutti più uniti, e auguriamo serenamente Buon Natale a chiunque, anche a chi non conosciamo.
E augurare Buon Natale non è come augurare Buongiorno o Buonasera, è qualcosa di molto più forte, qualcosa che trascende da ognuno di noi e che ci unisce per un lungo (e determinato) tempo. Siamo tutti permeati da una strana forza magica che ci permette di affrontare gli stressanti e laboriosi giorni dei prefesteggiamenti con una certa serenità. E quando finalmente arriviamo alla mattina del 25 dicembre, ci sentiamo tutti beati, desiderosi di trascorrere la più gioiosa festa di compleanno, in compagnia di tutti i nostri familiari e parenti, facendo il giusto onore al festeggiato. Una festa di compleanno dove il festeggiato è invisibile, ma che è presente in ogni casa e che è tutto contento per come ci stiamo comportando.
Poi, il 6 gennaio arriva quella befana della Befana che, oltre a tutte le feste, si porta via pure la strana forza magica che ci aveva pervaso per tutto il periodo natalizio, lasciando con un palmo di naso il nostro festeggiato.
Sì. Perché il 25 dicembre è il Suo compleanno, ma poi, Lui, rimane con noi per tutto l’anno.
Buon Natale a tutti!


©Sergio Rilletti, 1999

domenica 22 dicembre 2013

MyLife - LA FESTA DEGLI ANGELI (Un racconto autobiografico)



Lunedì 8 Dicembre 2008, ore 17.30 circa, Celle Ligure. Sera.
Già, sera. Di solito, per me, la sera arriva alle 20, più o meno all'ora di cena, ma qui, a Celle, in dicembre il sole tramonta presto, e l'aria pungente della sera si presenta, puntuale, all'ora del tè.
Era la Festa dell'Immacolata. Una festa celeste punteggiata di rosa, dato che, proprio quel giorno, i volontari della Croce Rosa cellese inauguravano i locali della nuova sede, in Piazza Volta, nei pressi della stazione ferroviaria.
Io e i miei genitori avevamo deciso di andarci, e, dopo aver girovagato un po' alla ricerca di un'entrata accessibile, tornammo indietro e ci inerpicammo su per una salita, sperando che ci avrebbe portato a destinazione; loro a piedi, io a bordo della mia possente carrozzina elettrica.
Io ho sempre avuto un rapporto speciale coi volontari della Croce Rosa di Celle Ligure, sin da quando, volendo ritrovare un'amica che avevo perso di vista da tempo, cominciai a frequentare i suoi genitori, andandoli a trovare nella sede in Via Colla; una frequentazione che, col tempo, si tramutò in una festosa amicizia.
Ogni volta che andavo a trovarli venivo accolto calorosamente; non solo da loro, ma anche dai loro colleghi, persone con cui condividevano una piacevole serata con la silenziosa consapevolezza che avrebbe potuto essere troncata da un momento all'altro da una telefonata.
Io li ho sempre considerati degli angeli. Anche i volontari del Servizio Tempo Libero dell'Aias Milano, che frequento abitualmente, sono bravi, ma almeno loro escono per divertirsi con noi utenti.
Invece, qui, è diverso.
Mi sono sempre chiesto perché delle persone che ogni giorno hanno a che fare con le turbolenze emotive proprie e dei propri cari, che caratterizzano la vita di ciascuno di noi, decidano di dedicare parte del loro tempo libero immergendosi in altre turbolenze umane, stando con i sensi sempre all'erta, pronti ad intervenire alla prima richiesta d'aiuto, per soccorrere persone che neanche conoscono.
Già, bella domanda. Ma, essendomelo sempre chiesto da solo, ovviamente non mi sono mai dato una risposta!
Arrivammo in cima alla salita tutti infreddoliti, e, finalmente, vedemmo la nuova sede.
Per fortuna la porta era aperta, e il calore umano uscì a riscaldarci. Una sorridente donna bionda mi invitò subito ad entrare, chiamandomi per nome, mentre un signore mostrava ai miei genitori dov'era l'ascensore.
Appena entrai fui invaso dalla festa. Rimasi abbacinato: sembrava Carnevale (o quasi). Un ragazzo, al karaoke, intonava una canzone di Sergio Cammariere.
Meglio dell'originale, per fortuna!
I miei genitori mi raggiunsero subito, e una signora ci offrì dei pasticcini. Mentre ci rifocillavamo incontrammo diverse persone che conoscevamo.
Di fronte a me, a qualche metro di distanza, dietro un bancone, erano seduti una graziosa brunetta e un giovane crapapelata dall'espressione simpatica.
Vagai con lo sguardo, affascinato: quella moltitudine di volontari di ogni età, con la loro tipica casacca arancione fosforescente con la scritta SOCCORSO sulla schiena, scherzavano, cantavano, ridevano; come se la loro vita quotidiana non fosse costellata di emergenze, pressione del sangue e misurazione dei battiti cardiaci, maschere dell'ossigeno, gemiti dei pazienti e ansia dei loro cari.
Io stesso, una volta, ho provato la loro efficienza. Sono arrivati a casa, mi hanno misurato pressione e battiti, mi hanno imbragato su una barella, e fatto salire sull'ambulanza accompagnato da mia madre. E, mentre l'ambulanza volava a sirene spiegate verso l'ospedale San Paolo di Savona, io, da autentico autore di thriller, mi guardavo intorno cercando di assimilare tutte le sensazioni di quel viaggio, in modo da poterle utilizzare in qualche mio racconto.
Ora, mentre mi guardavo attorno, mi domandavo se, almeno quel giorno, erano fuori servizio; se, almeno per quel giorno di festa, il telefono avrebbe potuto non squillare.
Una conoscenza di vecchia data mi distolse dai miei pensieri. Parlammo un po', poi io e i miei genitori andammo a fare un giro per i locali della nuova sede; e, quando tornammo nel salone, due bionde si stavano esibendo al karaoke.
Dopodiché, qualcuno cominciò a ballare.
Una sorta di garbata discoteca senza luci psischedeliche. E senza, soprattutto, il lampeggiante azzurro, che illumina le sere e le notti estive quando l'ambulanza è ferma a soccorrere qualcuno.
Già. Chissà se, almeno per quel giorno, il telefono avrebbe potuto non squillare!
Arrivarono diversi nostri amici, che non ci aspettavamo di incontrare lì, coi quali iniziammo a chiacchierare.
Io, intanto, continuavo ad osservare tutta la scena.
La graziosa brunetta seduta di fronte a me, mi salutò sorridendo; poi si alzò e andò a scattare delle foto.
Non so quanti se ne accorsero, ma, mentre tutto procedeva bene, mentre tutti chiacchieravano cantavano ballavano, mentre tutti si divertivano, il telefono squillò.





Dedicato a tutti i volontari della Croce Rosa di Celle Ligure

Con amicizia,
Sergio Rilletti


giovedì 12 dicembre 2013

"CAPACITA' NASCOSTE": DIBATTITO SUL BLOG "LETTERATITUDINE DI MASSIMO MAUGERI"

Salve a tutti!... Sono veramente lieto di annunciarvi che sul prestigioso blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri è in corso un dibattito dedicato a “Capacità Nascoste – La prima antologia diversamente thriller” (edizioni No Reply), l’antologia di raccoti thriller con protagonisti diversamente abili - che ho curato con Elio Marracci -, e ad alcuni altri temi legati al mondo della disabilità proposti da Massimo Maugeri stesso.
Il post, redatto con la consueta abilità da Maugeri, contiene anche due miei articoli introduttivi.
Il dibattito è aperto a tutti, e chunque può partecipare – scrivendo uno o più inteventi – andando a questo indirizzo:  http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2013/12/09/capacita-nascoste/ .
E’ prevista la partecipazione degli autori dell’antologia!
Inoltre, durante il dibattito, sarà possibile parlare anche di Mister Noir – http://www.facebook.com/MisterNoir -, il mio eroe seriale disabile protagonista di thriller umoristici, presente in questa antologia con un’avventua inedita elaborata appositamente per questo volume.
Infine, se volete avere un breve sunto di cos’è questa antologia, per cominciare a farvi un’idea, potete leggere questo mio mini-post:  http://rilletti.blogspot.it/2013/12/e-uscita-in-libreria-capacita-nascoste.html .

E’ questo il link per partecipare al dibattito vituale dell’anno!

Ringrazio sin d’ora tutti quelli che vi parteciperanno!

mercoledì 4 dicembre 2013

E' USCITA IN LIBRERIA "CAPACITA' NASCOSTE - LA PRIMA ANTOLOGIA Diversamente THRILLER" (edizioni No Reply), a cura di Sergio Rilletti & Elio Marracci

Salve a tutti!... E’ uscita in libreria Capacità Nascoste – La prima antologia diversamente thriller, ovvero la prima antologia di racconti thriller con protagonisti diversamente abili realizzata in Italia, curata da me e da Elio Marracci per le edizioni No Reply.
Ventisei autori – tra cui Andrea G. Pinketts, Claudia Salvatori, Marilù Oliva, Patrizia Debicke van der Noot, Luca Crovi, Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Lippi, Sergio Paoli, Angelo Marenzana, Mario Spezi, Fabio Novel, Bruno Zaffoni, Giuseppe Cozzolino & Bruno Pezone, Franco Bomprezzi, Giovanni Zucca, Angelo Benuzzi, Antonino Alessandro, Maurizio Pagnini, Giuseppe Pastore, Renzo Saffi, Massimiliano Marconi, Myriam Altamore, Dario Crippa, Andrea Scotton, e il sottoscritto – per venticinque racconti, venticinque storie ad alta tensione in cui altrettanti protagonisti affetti da diverse disabilità riescono a cavarsela da situazioni di pericolo grazie alle proprie capacità.
L’idea è venuta a Elio Marracci leggendo il mio thriller autobiografico Solo!, scaricabile gratuitamente dal web all’indirizzo:  http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/06/16/solo-racconto-di-sergio-rilletti/ .
Un’antologia davvero diversa in cui ho voluto cimentarmi anch’io, scrivendo un’avventura inedita di Mister Noir pensata appositamente per questo volume.
Un’antologia che si può acquistare on-line, con il 15% di sconto, all’indirizzo:  http://www.ibs.it/code/9788889155677/capacita-nascoste-prima.html .
Un’antologia che, considerata la sua natura, è destinata ad entrare nella Storia!


©Sergio Rilletti, 2013