domenica 9 febbraio 2014

MISTER NOIR: FESTIVAL O MORTE (Un racconto ambientato e scritto durante il Festival di Sanremo 2010)


PREMESSA

Il racconto che state per leggere l'ho scritto "in tempo reale", giorno per giorno, ispirandomi a ciò a cui assistevo durante ogni singola serata del 60° Festival di Sanremo, condizionando la trama della storia agli eventi che si presentavano, di volta in volta, davanti ai miei occhi di telespettatore.
Nel successivo lavoro di revisione mi sono limitato a dare più solidità alla trama, senza però mai intaccare, in alcun modo, quello che avevo già scritto "in tempo reale" durante il Festival.
Il risultato è una fusione di fantasia e realtà, dove la realtà è caratterizzata da tutto ciò a cui milioni di telespettatori sono stati diretti testimoni, e la fantasia… è tutto il resto!
Desidero infine specificare che il locale Il Gatto e la Volpe, a Milano, e il ristorante Morgana, a Sanremo, esistono realmente, così come il teatro Ariston; la palestra Il Bellimbusto e l'azienda Bellamìa, invece, che io sappia, no. In ogni caso, tutti i luoghi citati fanno parte della sfera fantasiosa di questo racconto, quindi ogni riferimento a persone o fatti reali è da considerarsi puramente casuale.
Ah, dimenticavo!... Il tempo meteorologico descritto nel racconto, con i relativi orari, è quello che vedevo dalla finestra della mia stanza nel momento in cui mi mettevo a scrivere.


Prologo


L'uomo alto moro e con la coda di cavallo era davanti al monitor luminoso, unica fonte di luce in tutta la stanza. Aprì un'e-mail: il volto di una donna sulla quarantina comparve sullo schermo.
Bionda, carina, e sorridente.
Sarebbe stato un piacere eliminarla!… L'avrebbe fatto anche solo per la propria soddisfazione personale; ma se poteva esaudire le richieste di un committente, guadagnandoci, tanto meglio.
Lesse tutte le condizioni del contratto, e sembrò divertirsi sempre di più.
Ma solo quando focalizzò bene il nome del bersaglio, il suo sorriso si allargò a dismisura.
Avrebbe accettato l'incarico.
Confermò.


1. La filastrocca minatoria

Martedì 16 febbraio 2010, ore 10. Il cielo era una coltre di nubi, non prometteva nulla di buono.
Mister Noir, seduto sulla propria possente carrozzina elettrica, era dietro la scrivania del suo studio, nella propria casa, ad aspettare Elena Fox.
Il campanello trillò. Il detective sentì i passi affrettati di Consuelo Gomez, che, dopo aver aperto la porta, esultò: “Buongiorno, seňorita Elena!”
“Buongiorno, Consuelo!”
“Vada subito di là. Ogi è cupo. Come il tempo.”
Elena si recò a passo spedito nello studio di Mr. Noir. “Accigliato?”
“No, perché? Dovrei radermi le sopracciglia, forse?” rispose lui con la sua consueta, spiazzante ironia.
“Secondo Consuelo, sì” rispose allegramente lei.
Il detective elargì un sardonico sorriso. “Saranno almeno dieci giorni che tutti si chiedono se Morgan salirà o no sul palco dell'Ariston; stasera comincerà il Festival di Sanremo, e nessuno ha pensato di rivolgersi a me per risolvere questo angustiante mistero.”
“E tu cosa avresti risposto?”
“Be', è ovvio: di andare a chiederlo all'Auditel!”
In quel momento il campanello trillò di nuovo.
“Un pacco per Mister Noir” disse una voce maschile.
Consuelo fece appena in tempo a portare il pacco al diretto interessato, che il campanello trillò per la terza volta.
“Ogi mi sembra di esere una portinaia!” esclamò Consuelo, alzando gli occhi al cielo e allargando le braccia.
Tornò pochi istanti dopo con un bel mazzo di fiori per Elena, e se ne andò.
La detective inspirò il profumo a pieni polmoni. “Che belli!… Chissà chi me li manda?!”
Guardò subito il biglietto. “Alla più graziosa e audace detective del mondo!” lesse illuminandosi d'orgoglio. Girò e rigirò più volte il biglietto, ma… “Manca la firma!… Non me lo posso neppure sposare!”
Mister Noir la guardò in tralice, e le indicò di aprire il suo pacco. L'indirizzo del mittente era quello di una pasticceria di Sanremo.
All'interno, un involto che sembrava contenere una torta e, alla sua destra, una busta bianca da lettera. Lei la prese, l'aprì, e lesse. “Brutto pasticcio, Mister Noir, / oggi l'Italia comincerà a cantar, / ma se il Festival lei non seguirà  / entro sabato qualcuno morirà!”
“Come serenata non è male!” commentò il detective.
Elena svolse l'involto, e…
Forse originariamente era una torta al cioccolato, ma ormai era un monte semovente di formiche.
“Brutto pasticcio, Mister Noir!” ripeté, in tono canzonatorio, la ragazza. E, mentre con un colpo deciso strappò la parte dove era indicato l'indirizzo del mittente, chiamò Consuelo per portare via il formicaio gaudente.
Chiamò subito il numero impresso sotto il logo della pasticceria, ma risultò inesistente. Fece una veloce ricerca in Internet, ma quella pasticceria, dal nome un po' anomalo, non risultò neppure lì.
Molto bene!… Ora avevano un mazzo di fiori da un ammiratore anonimo, e una ex-torta da una pasticceria, Il Bellimbusto, che, oltre ad avere un nome non conforme ad una pasticceria, era pure inesistente.
E la sessantesima edizione del Festival della Canzone Italiana che incombeva sulla testa di qualcuno!


2. Il falsario, la vittima, e la graziosa energumena

I due investigatori continuarono a guardare il logo, finché formularono lo stesso pensiero: doveva essere opera di un falsario, di un artista del falso del calibro di Antonio Castri detto Toni, che i due investigatori avevano già incontrato sulla loro strada qualche anno prima, quando davano la caccia a Serena Bonita, spietata killer a pagamento, amante di Castri, nonché perfetta sosia di Elena Fox. All'epoca, però, la polizia arrivò troppo tardi da lui, e l'uomo riuscì a far sparire tutte le prove che lo incriminavano.
I due detective si scambiarono uno sguardo d'intesa. Decisero silenziosamente di andare a trovarlo.

Toni era a casa sua, a fischiettare allegramente. Gli affari stavano andando bene. Non solo quelli ‘ufficiali’ del ristorante, ma anche quelli sottobanco, che realizzava come falsario.
Il campanello della porta trillò, e lui andò ad aprire, trovandosi davanti una bella ragazza dai capelli lunghi e castani.
Lo sguardo stupito e ammirato con cui Toni la guardò fece capire ad Elena che l'aveva scambiata per Serena Bonita, e gli rifilò un destro sul naso che lo spedì contro la parete alle sue spalle; lei prese per un bracciolo la carrozzina manuale del suo capo, che aveva accostato alla porta per non privarsi del piacere di vedere l'espressione con cui Toni l'avrebbe accolta scambiandola per la propria amante, e la sospinse all'interno.
“Spiacente per te, ma sono Elena Fox; la tua amante è ancora in galera!”
Gli sferrò una ginocchiata al basso ventre e un destro in faccia che lo fecero crollare a terra, bocconi; Elena gli si mise a cavalcioni sulla schiena, gli storse il braccio all'indietro, ma, prima che potesse parlare, Mister Noir disse: “Elena, non abbiamo tempo!… Passa direttamente alla seconda domanda!”.
“Sentito?!… Sappiamo già che è un'opera tua, quindi la domanda è: Chi ti ha commissionato l'etichetta con il logo e l'indirizzo della finta pasticceria?”
L'uomo urlò. “Una donna.”
“Fammi capire: Il Bellimbusto è una donna?” domandò Elena, storcendo sempre di più il braccio del falsario.
“Non lo so” gemette l'uomo. “Mi ha telefonato una donna. Si chiamava Michelle. E mi ha chiesto di preparare questa etichetta.”
“E poi?”
“Una notte sono andato al Gatto e la Volpe, in Piazza Massari, e ho incontrato questa Michelle; io le diedi la busta con l'etichetta, e lei mi diede i soldi.”
“Descrivila!” ordinò la detective.
Lui obbedì, e lei lo ripagò ringraziandolo e calandogli il calcio della pistola sulla nuca. Il Gatto e la Volpe era noto soprattutto come locale serale, dove, dalle 6 del pomeriggio alle 2 del mattino, si trasformava in uno straordinario ritrovo di varie umanità provenienti da più Paesi e da più realtà. E così quella sera, mentre Mr. Noir avrebbe osservato attentamente la prima serata del Festival della Canzone Italiana, Elena si sarebbe recata in quel locale con l'intenzione di scoprire chi era questa Michelle e, soprattutto, perché li aveva coinvolti in quella vicenda.

Erano circa le 10.30 quando, a molti chilometri di distanza, in una ridente località ligure, una vivace quarantenne, bionda e prosperosa, entrò nel bar in cui, ormai, era diventata un'affezionata cliente.
“Salve, signora, come sta?” chiese il barista.
La donna si mise per qualche istante le mani sugli occhi, prima di rispondere. “E' una settimana piuttosto intensa, ma sto bene, grazie!”
“Ha qualcosa di importante per le mani, se non sbaglio.”
“Ah! Le voci corrono, a quanto pare!” esclamò la donna in tono spavaldo. “Non vedo l'ora che arrivi sabato e che questa settimana finisca!”
“Il solito?”
“Sì. Un bel caffè, grazie!”
La donna non lo sapeva, ma c'era qualcuno che si stava premurando che la sua settimana finisse proprio quel sabato. E anche la sua vita.

Toni, disteso nel corridoio di casa sua, si riprese dal colpo alla nuca, e si alzò, stirandosi un po' il collo. Forse avrebbe dovuto cambiare indirizzo. O addirittura città.
Comunque, una piccola soddisfazione se l'era presa: avendo semplicemente risposto alle domande della graziosa energumena, aveva potuto omettere il piccolo particolare che non aveva realizzato solo il logo della finta pasticceria, ma anche carte d'identità e passaporti falsi.


3. Il terrore viene dall'Argentina

Mercoledì 17 febbraio 2010, ore 9,40. Era un'altra giornata uggiosa: il cielo, coperto, era indeciso se far piovere o no.
Mister Noir stava ripensando alla prima serata del Festival, che aveva seguito con estrema attenzione, con la mente rivolta ad una possibile cospirazione da sventare. Certo: era anche possibile che si trattasse solo di uno scherzo di pessimo gusto, come la torta di formiche vive d'altronde, ma ne dubitava.
Se doveva ipotizzare una possibile vittima tra i concorrenti, Simone Cristicchi, che con la sua ironica canzone sulle apparenze aveva quasi provocato un incidente diplomatico con la Francia, era sicuramente il primo candidato all'obitorio.
Ma era una soluzione troppo ovvia, chiunque avrebbe potuto arrivarci!
Allora decise di concentrarsi sull'omaggio, mortalmente inutile come una dose di eroina, che la bionda e prosperosa conduttrice aveva voluto tributare a Morgan - il cantante squalificato dalla gara per aver dichiarato, durante un'intervista, di usare la cocaina come antidepressivo -, ma anche lì non trovò nulla di strano; a parte un Gente come te finale che strideva un po' con il messaggio solidale, seppur lugubre come un epitaffio, che la Clerici aveva voluto dare all'artista.
Tuttavia c'era qualcosa che non andava, qualcosa che non riusciva a focalizzare ma che aveva visto durante l'esibizione di Arisa, conclusasi con la presentazione delle tre "sorelle Martinetti" che le facevano da coriste: Andrea, Nicola, e Marco.
Mister Noir si collegò al sito che la Rai aveva dedicato al Festival di Sanremo, e riguardò l'esibizione di Arisa. La canzone era molto divertente e orecchiabile, assolutamente innocua, ma fu qualcosa nella grafica che lo colpì: il titolo, tutto in maiuscolo, MALAMORENO', si ingrandiva sempre più fino a far scomparire l'accento nel bordo superiore della cornice che lo conteneva.
E così MALAMORENO' diventava MALAMORENO.
Mala Moreno.
Moreno.
La sua mente lo riportò a qualche anno prima, quando, in Argentina, un certo Andrea Moreno uccise la madre e le sue sette sorelle a calci con scarpe coi tacchi a spillo, per poi strangolare ognuna con una calza di nylon. L'uomo si dissolse subito nel nulla, ma c'erano molti indizi che portavano a lui. Da allora, ogni volta che qualcuno veniva trovato cadavere con una calza di nylon intorno al collo, si pensava subito all'argentino.
Ora che ci pensava, anche il commissario Cordieri, qualche mese prima, si era interessato a lui.
Mister Noir ripensò al proprio titolo che aveva dato alla canzone di Arisa.
Mala Moreno.
Andrea Moreno.
Se la sua ipotesi era esatta, doveva essere quello il senso del messaggio.
Già. Ma perché comunicarlo?
E a chi?
L'arrivo energetico di Elena Fox lo distolse dai suoi pensieri.
“Scoperto qualcosa?”
“Sì. So il  nome del probabile mandante della torta.” Pausa. “Ora però abbiamo un problema.”
“Stanarlo?”
“No, più grosso. Convincere il commissario Cordieri di ciò che sta succedendo.”

A parecchi chilometri di distanza, in un appartamento nelle vicinanze di Sanremo, il killer con la coda di cavallo - nel suo metro e novanta di altezza -, andò in bagno, si piazzò davanti allo specchio, brandì il rasoio elettrico, e cominciò a radersi i capelli; non proprio a zero, ma comunque belli corti.
Sogghignò.
Sabato mattina, grazie a lui, la graziosa biondina sarebbe passata nel regno dei morti.

Il commissario Cordieri, nell'udire il racconto dei due detective, continuava a muovere la testa di scatto dall'uno all'altra: non riusciva a capire come mai, quei due, riuscivano a trovarsi sempre in casi che non avevano mai nulla di normale.
“Fatemi capire” esordì, accomodandosi meglio sulla sedia. “Voi volete avere notizie su Andrea Moreno, malavitoso di origine argentina, perché lo sospettate di stare architettando un attentato durante il Festival di Sanremo, per via di una pseudo-torta di formiche vive che avreste ricevuto da una pasticceria sanremese che oltretutto non esiste?”
“Esatto!” rispose laconico Mister Noir.
“Sentite,” disse Cordieri spazientito, “io vi rispondo a condizione che poi ve ne andiate via subito.” Un attimo di pausa, per fissare le proprie pupille negli occhi di lei e di lui, poi riprese. “Andrea Moreno è un killer a pagamento che odia le donne, che gode particolarmente nell'ucciderle; la strage che ha fatto nella propria famiglia ne è la prova. Io mi sono interessato a lui sei mesi fa, per via dell'omicidio dell'ingegner Stamberghi; il modus operandi, ovvero l'omicidio a colpi di calci con scarpe coi tacchi a spillo seguito dallo strangolamento con una calza di nylon, sembrava portare la sua firma, ma poi abbiamo scoperto che era stata l'amante.”
“Perché continuava a tradirla con la moglie, immagino!” concluse, in tono beffardo, Mister Noir.
“Esatto” rispose Cordieri, stoccandogli un'occhiata di fuoco. “Comunque, si sospetta che dopo il massacro della sua famiglia, Moreno sia diventato un killer free lance, un assassino a pagamento che si vende al miglior offerente. A meno che non decida di agire per proprio conto; allora, in questo caso, le vittime sono solo donne.”
I due detective si guardarono. Non sapevano se Andrea Moreno avrebbe agito per conto proprio o su commissione, ma sicuramente avrebbe avuto bisogno di una nuova identità per la fuga.
Tornarono subito a casa di Antonio Castri e al suo ristorante, ma, com'era facilmente prevedibile, era sparito… e nessuno sapeva dove!
A Mister Noir ed Elena Fox non restava che aspettare quella sera, mettersi sulle tracce della misteriosa Michelle, e iniziare a correre una personale Milano-Sanremo contro il tempo e la morte.


4. Alla ricerca di Michelle

Alle 23.10 circa, mentre la Clerici stava intervistando simpaticamente Michelle Rodriguez (interrompendosi, misteriosamente in imbarazzo, sul termine "ragazzo in carrozzina", che stava per pronunciare e che comunque continuò a mimare), Elena Fox, pantaloni di tela neri e maglione leggermente scollato dello stesso colore, entrò nel locale, e, senza degnare d'uno sguardo la varia umanità che popolava il piccolo saloon, andò direttamente verso il lungo bancone che andava "coast to coast" da una sala all'altra.
Silvestro, al di là del bancone, si avvicinò. “Cuosa puosso suervirti?” domandò come se avesse un'arancia in bocca.
“Michelle.”
“Mui dispiace, mua stasera non c'è” disse, tappandosi subito la bocca con entrambe le mani.
Silvestro, il proprietario del locale, non aveva esattamente la fama del volpone, ed Elena sapeva che, se l'uomo conosceva Michelle, si sarebbe subito tradito.
“Chiamala, devo parlarle!”
“Ehi, bellezza, di cosa devi parlare con Michelle?” chiese una voce roca alle sue spalle.
Lei si girò, trovandosi di fronte una calva montagna di carne pelosa con pizzo e canottiera nera; accanto a lui un giovane castano, dall'aspetto più umano, stava sorridendo, in perfetta solidarietà con l'uomo. La detective si mise le mani sui fianchi, fronteggiando il ciccione calvo che la sovrastava. “Cosmesi” rispose.
L'ampio gancio che sferrò la gigantesca montagna di lardo peloso fu troppo lento; Elena lo schivò senza alcun problema, abbassandosi, e colpì il gigante con un calcio allo sterno, facendolo rovinare sul tavolino rotondo alle sue spalle.
E quello fu solo l'inizio!

Giovedì, 18 febbraio 2010, ore 10. Il cielo era ancora coperto.
La seconda serata del Festival era andata meglio, almeno per Antonella Clerici. Non che la prima fosse andata male, ma, forse perché appena uscita dall'ospedale, la conduttrice sembrava ingessata; mentre, nella seconda, era solo fasciata in mini abiti lunghi che la ostacolavano un po' nelle camminate, ma era stata molto più disinvolta. Sublime con la regina Rania di Giordania, che aveva intervistato con grande umiltà e professionalità, coronando quel momento con I Tre Tenorini e la loro esecuzione di O' sole mio. Disinvoltura che, forse, era anche merito delle sue amiche-colleghe che, come aveva dichiarato subito dopo l'intervista alla regina, l'avevano sostenuta e incoraggiata dopo la prima serata.
Tuttavia, quel lungo momento con la regina Rania di Giordania, la divertente intervista a Michelle Rodriguez - regina dei film d'azione -, e l'anomala richiesta della conduttrice al direttore d'orchestra Marco Sabiu di ipotizzare un "podio" al femminile, poteva formare un trittico micidiale nella mente di Andrea Moreno.
Appena arrivò Elena, Mr. Noir le mostrò i tre filmati in questione.
Lei lo guardò in tralice. Era incredibile ma Mister Noir, che come tutti i detective privati non era affatto immune al fascino femminile, nonostante l'avvenenza dell'attrice ispano-americana riusciva a rimanere concentrato sull'indagine.
Riguardarono il momento del ringraziamento: Milly, Simona, Maria, Laura, Luciana, Paola, Lorella, Alessia, Michelle. Erano queste le amiche-colleghe che la conduttrice aveva ringraziato per l'affetto che le avevano dimostrato.
Poi, passarono all'intervista con Michelle Rodriguez, per la prima volta in abiti consoni alla sua femminilità, che dichiarava bellamente che lei interpretava sempre le parti da dura perché si divertiva di più.
Infine, l'anomala richiesta della Clerici a Marco Sabiu di fare i nomi di tre donne, specificatamente donne, che avrebbero potuto vincere il Festival.
Se Andrea Moreno odiava le donne, aveva validi motivi per fare una strage!
Il detective si rivolse alla sua assistente. “E tu, hai scoperto qualcosa ieri sera?”
Sapeva già che era così, dato che gli aveva telefonato per dirgli che era andato tutto bene, ma ora voleva conoscere i dettagli.
“Be', ti risparmio i preamboli -- disse Elena, con estrema nonchalanche, per arrivare prima al punto.
“Rissa da saloon? --
“Esatto!” rispose lei con un elusivo movimento del capo. “Comunque, la cosa interessante è che Michelle, che lavorava lì, è sparita da qualche giorno.”
“Avrai interrogato anche il proprietario del locale, immagino!”
“Certo. E, vedendo come avevo conciato il ciccione e il suo amico, non ha avuto alcun problema a confidarsi con me.” Si fermò un momento. “Michelle ha pure un cognome: Pifferi. E mi ha dato persino il suo indirizzo.”
“Brava, Elena, ottimo lavoro!… Andiamo subito a controllare!”

Parcheggiare in Corso Sempione, dove abitava Michelle Pifferi, non era mai un'impresa semplice. I posti auto erano sempre occupati, e nei tratti di strada che sembravano liberi… era vietato sostare!
Elena Fox eseguì l'unica operazione possibile: sterzò e salì su un ampio marciapiede costeggiato da alberi e terra battuta, incanalandosi tra altre due auto che vi avevano trovato rifugio.
Appena si accinse a prendere il suo capo per metterlo in carrozzina, la portinaia dello stabile di fronte uscì di corsa chiedendo se poteva essere d'aiuto. Elena inizialmente rispose di no, ma poi, ripensandoci, chiese: “E' in casa Michelle Pifferi?”
“No, signorina, mi dispiace, è partita.” Poi, assecondando la propria natura, continuò: “Penso che sia andata al mare, ad Imperia o giù di lì, dove ha il ragazzo. Io vivo qui, al pian terreno, e qualche notte fa ho sentito Michelle, mentre rientrava dal lavoro, parlare con lui e dirgli che era tutto pronto e che l'avrebbe raggiunto subito.”
“E quand'è avvenuta questa conversazione?” intervenne Mister Noir, "tradotto" simultaneamente da Elena.
“Quattro sere fa.”
Domenica notte. Poco prima dell'inizio del Festival!
“Speriamo che le vada tutto bene!” continuò la donna. “E' un fiore di ragazza!… E il suo Nicola è pure un bel ragazzo, sapete?, un tipo atletico. Una volta mi ha mostrato una sua foto!”
“Sa se questo Nicola ha una palestra?” chiese Elena, sospettando già una risposta affermativa.
“Sì, sì. Il Bellimbusto.”
“Grazie mille, signora, c'è stata di grande aiuto!” esclamò Elena, prima di rimettere la carrozzina in auto e ripartire.
Il Bellimbusto non era il nome di una gelateria ma di una palestra.
In effetti, tornava di più!
Il detective rifletté ad alta voce. “Ricapitoliamo. Tu ricevi un bel mazzo di fiori da un ammiratore sconosciuto, io una torta di formiche vive e un'allegra filastrocca minatoria da una pasticceria inesistente che, in realtà, ha il nome di una palestra, Il Bellimbusto, il cui proprietario, un certo Nicola, è il fidanzato di Michelle Pifferi, che ha contattato Antonio Castri commissionandogli, per conto di Andrea Moreno, killer sudamericano, il logo della finta pasticceria...”
“…Domenica notte Michelle chiama questo Nicola,” continuò Elena, “e parte per raggiungerlo; probabilmente con documenti falsi da consegnare ad Andrea Moreno…”
“…Già. E tutto questo l'abbiamo scoperto grazie alla presentazione grafica della canzone di Arisa, Malamorenò” concluse il detective.
“E ora che facciamo?”
“Dobbiamo capire cosa sta succedendo, e vedere se, come parrebbe dalla filastrocca minatoria, anche nelle prossime serate ci saranno degli indizi al riguardo.”
“E a chi sono rivolti!” rimarcò Elena, fermandosi ad un semaforo rosso.
“Già.” rispose Mr. Noir, meditabondo. Poi, con tono risoluto, annunciò: “Partiamo subito per Sanremo, e tu andrai in quella palestra.”
“Che bello!” esultò lei, battendo due volte le mani. “il nome di quella palestra promette proprio bene!”
E lo riaccompagnò a casa.


5. Contatti liguri

A pochi chilometri da quella palestra, il killer - capelli neri tagliati corti, un volto anonimo in mezzo a tanti altri - camminava per una via affollata di Imperia, o giù di lì.
Individuò subito il suo contatto: una splendida ragazza alta, capelli neri a caschetto, occhi azzurri. Stava avvicinandosi verso di lui guardando fisso davanti, come se non lo vedesse.
Il contatto fu rapido e senza soste: lei gli consegnò al volo una busta, e proseguì, senza voltarsi, verso una nuova meta.

Intanto, a Milano, posizionato davanti al suo computer, Mister Noir aveva trovato l'indirizzo della palestra ligure, e stava ripensando alla simpatica idea della conduttrice di intervistare, sotto forma di Avatar, l'attrice ispano-americana, co-protagonista dell'omonimo film di fantascienza.
Un effetto speciale, come le creature che popolavano quel film. Un'illusione ottica, come l'ascensore che, mimetizzato da disco volante, trasportava gli ospiti sul palco dell'Ariston.
Un'ora dopo, quando Elena tornò con una sacca da viaggio, e Consuelo ebbe terminato di preparare le valigie per sé e per Mister Noir, partirono tutti alla volta di Sanremo, sia con l'auto della detective sia col pulmino nero di Mr. Noir, decisi a sventare il più grande attacco (non verbale) della Storia del Festival della Canzone Italiana.

Il killer, tornato nel proprio appartamento, aprì la busta che gli aveva consegnato la ragazza mora, e trovò quello che si aspettava: una carta d'identità e un passaporto falsi, con una foto che lo ritraeva biondo e coi baffi, e metà del compenso pattuito, come d'accordo.
L'altra metà l'avrebbe ricevuta dopo aver eliminato la bionda.

Appena giunti nei pressi della palestra, Elena parcheggiò, salutò il detective e la domestica, e, raccogliendosi i capelli sulla nuca, si diresse verso l'edificio.
“Allora, da dove cominciamo?” domandò con uno splendido sorriso al giovane bellimbusto dietro la scrivania, dopo essersi sfilata in un lampo pantaloni e maglione, sfoggiando un body nero che metteva in evidenza le sue armoniose curve.

Mentre Elena era impegnata ad ammaliare il giovane bellimbusto proprietario dell'omonima palestra, Mr. Noir e Consuelo si recarono al più vicino ristorante.
Mentre pranzava, imboccato dalla sua domestica, il detective pensò a quel caso, fatto di coincidenze, omonimie, e giochi di parole.
Il nome del malavitoso Andrea Moreno era saltato fuori scomponendo il titolo d'una canzone. Michelle Pifferi, il cui cognome era quasi l'anagramma di quello di Michelle Pfeiffer, aveva lo stesso nome di Michelle Rodriguez, che a sua volta aveva lo stesso cognome di Belén Rodriguez, che quella sera avrebbe cantato al Festival con Toto Cutugno.
“Mangia con la boca o con gli ochi, ogi, seňor?” domandò Consuelo, distogliendolo dai suoi pensieri.
“Come?”
“Ho visto che le stava seguendo” disse, alludendo a due donne alte e di bell'aspetto, una bionda e l'altra mora, che li avevano appena superati sedendosi al tavolo subito dopo.
“A dire la verità, stavo seguendo i miei pensieri, Consuelo” rispose l'investigatore, dando prova di profonda pazienza.
“Sì, sì. Ma i suoi pensieri stavano seguendo loro!”
Era fatta, addio concentrazione! Ormai, anche volendo, il detective non poteva più evitare di prestare loro attenzione: il cameriere porse un menù a ciascuna, e le due donne scelsero entrambe la medesima insalata. Dopodiché, cominciarono a parlare con orgoglio d'una loro amica manager che avrebbero festeggiato sabato sera da Morgana; ma, proprio in quel momento, il cellulare di Consuelo suonò: era Elena, e voleva sapere dove fossero.

Andrea Moreno, con gli occhi che brillavano di concentrazione, ripassò mentalmente quello che avrebbe dovuto fare sabato mattina.
Controllò ancora una volta i documenti. Meticolosamente.
Era da tempo che stava lavorando a quel contratto, e non vedeva l'ora di concluderlo!

Elena, col suo maglione a girocollo nero, irruppe nel ristorante a passo spedito. “Allora: la mia lezione di ginnastica è andata benissimo!… Nicola, il proprietario, si è subito offerto di seguirmi ai pesi; abbiamo parlato un po', e mi ha invitato stasera a cena.”
“Dove?”
“Al Morgana, un ristorante di Sanremo.”
I due detective non poterono evitare di scambiarsi uno sguardo d'intesa: in un modo o nell'altro il nome di Morgan doveva comparire in quella vicenda!… Magari mimetizzato nel nome femminile d'un ristorante sanremese, ma doveva comparire!

Quando il giovane bellimbusto entrò in casa, la splendida ragazza mora con gli occhi azzurri gli buttò le braccia attorno al collo e iniziò a baciarlo appassionatamente. L'uomo ricambiò con ardore la passione della donna fino a sussurrare il suo nome. Michelle!
Lei si fermò e, guardandolo fisso negli occhi tenendogli il volto tra le mani, gli disse: “Missione compiuta: ho consegnato i documenti all'argentino.”
“Benissimo!… Ora parti, vai subito a Parigi; io ti raggiungerò appena possibile! Voglio essere qui quando l'argentino adempierà al nostro contratto!”
E, detto ciò, tornarono a baciarsi. Con rinnovata passione.


6. Questioni di contratto

Venerdì 19 febbraio 2010, ore 9,50. Il cielo aveva rotto gli indugi, facendo piovere a dirotto.
Mister Noir, in trepida attesa dell'arrivo di Elena Fox, ripassò quel che aveva notato come telespettatore la sera precedente.
La terza serata del Festival era stata soprattutto all'insegna della festa, con un lungo tributo dedicato ai successi "sanremesi" del passato, relegando la gara dei possibili esclusi dei "big" e quella degli esordienti rispettivamente in secondo e terzo piano. Non c'erano state "sfasature", a parte il lungo intervento di Riccardo Cocciante, che, parzialmente fuori contesto rispetto alle esibizioni degli altri ospiti, aveva contribuito a far iniziare la gara dei giovani dopo la mezzanotte, impedendo ad una concorrente (minorenne) di esibirsi dal vivo.
Un fatto che, con ogni probabilità, aveva reso felice Andrea Moreno… ma che successivamente doveva avergli inferto un duro colpo, quando la ragazza, di cui si era visto solo la registrazione di una prova, inaspettatamente aveva passato il turno.
Elena Fox si presentò di buon passo, come sempre. “Novità?”
Mister Noir cominciò a riflettere. “Andrea Moreno è un killer che nutre un odio particolare verso le donne, e vuole uccidere una persona durante il Festival. Ma a Rania, regina di Giordania, e a Michelle Rodriguez, regina dei film d'azione, è andato tutto bene.” Si fermò un momento. “E pure a Nilla Pizzi!”
“Che c'entra Nilla Pizzi?”
“La regina della musica leggera italiana, vincitrice della prima edizione del Festival, ieri è salita sul palco dell'Ariston e ha cantato Grazie dei fior.”
“E l'ha dedicata al tuo biografo?” cinguettò Elena, perfettamente consapevole di aver detto un'assurdità.
“No, non penso che qualcuno l'abbia mai avvertita che l'anno scorso il mio biografo, per rendere omaggio al Festival di Sanremo, ha scritto un mini-noir sardonico ispirato alla sua canzone” rispose asciutto Mister Noir.
“E quindi?” domandò Elena, riportando il discorso sull'indagine.
“E quindi penso che neanche Jennifer Lopez, regina del pop, e qualsiasi altro ospite, rischi qualcosa. Moreno vuole puntare proprio ad Antonella Clerici, la regina degli ascolti. Ma, da buon sadico, lo farà solo domani: dopo una settimana di trionfi e ovazioni, la eliminerà subito prima dell'ultima serata, subito prima della sua incoronazione finale!” Mister Noir inarcò le sopracciglia. “E a te com'è andata?”
“Bene!” esclamò Elena con un'alzata di spalle. La sera prima, mentre lui stava osservando il Festival nella hall dell'albergo in cui avevano trovato alloggio, Elena era andata a cena con Nicola DeMarco (così si era presentato), che era riuscita ad ammaliare in palestra. L'aveva portata al ristorante Morgana, dimostrando di saper essere galante ed elegante, un vero bellimbusto in piena regola; e lei, facendo sfoggio di tutto il suo campionario di fascino ed espressività, lo intrattenne amabilmente. E così, tra un bicchiere di vino e l'altro, scoprì che c'era una donna che l'uomo non sopportava: una manager che avrebbe costruito, all'interno della propria azienda, una palestra, rubandogli gran parte della clientela, che andava da lui nella pausa pranzo. L'indomani, questa donna, avrebbe firmato il contratto, e per lui sarebbe stata la fine.
Qualcosa, veloce come un lampo, spinse Mister Noir a chiedere a Elena di tornare in quella palestra all'ora di pranzo e di scoprire qualcosa di più. Non c'entrava niente col Festival, ma non si poteva mai dire!

Erano appena passate le 13 quando Elena, inguainata nel suo body nero, andò ad una cyclette, e cominciò a pedalare. Accanto a lei c'era una deliziosa biondina con trecce e gli occhi azzurri; sembrava una bambola. La bambola parlò. “Salve!… Sei nuova di qui, vero? Ti ho vista soltanto ieri!”
“Sì!… E tu, vieni qui spesso?”
“Lavoro alla Bellamìa, un'industria di cosmesi molto importante in provincia; vengo qui tutti i giorni, durante la pausa pranzo; la nostra dirigente ci tiene molto che il proprio personale si tenga in forma.” Si fermò un momento, anche con le gambe. “Ci tiene così tanto che domani firmerà un contratto per la costruzione d'una palestra in azienda.”
“Domani?”
“Sì, domani; dopo il caffè di mezza mattina. Dice che firmare i contratti il sabato porti bene per la settimana successiva.” Controllò l'ora, salutò sorridendo, e se ne andò.
Bella mia, se avessi partecipato alla Milano-Sanremo ti saresti affaticata di meno! pensò Elena rivolgendosi a se stessa.
L'arrivo di quel bellimbusto di Nicola la ristorò un po'.

A pochi chilometri da lì, il killer aprì la propria valigia. Il bagaglio sembrava diviso in due: a sinistra, un abito lungo e rosso, scarpe coi tacchi a spillo dello stesso colore, una parrucca riccia e bionda, e un paio di calze di nylon; a destra, abiti decisamente più maschili, una parrucca bionda dal taglio sobrio, e un paio di baffi finti dello stesso colore.
L'uomo rimase in contemplazione dei due vestiti, quello con cui avrebbe ucciso e quello con cui sarebbe fuggito, carezzandoli con le dita della mano destra, come se fossero due parti della stessa entità, della stessa personalità.
Poi, prese quello che l'indomani avrebbe indossato per primo: l'abito rosso.


7. La soluzione della filastrocca minatoria

Sabato 20 febbraio 2010, ore 9,30. Il cielo, il giorno prima, si era sfogato, e, finalmente, aveva dato spazio ad un sole splendente.
La quarta nonché penultima serata del Festival della Canzone Italiana si era conclusa con la vittoria di Tony Maiello nella categoria Nuova Generazione.
Una serata che in realtà, purtroppo, era stata caratterizzata dall'arroganza degli Avanti Savoia - come Mister Noir aveva ribattezzato il trio composto da Pupo, dal tenore Luca Canonici, e dal principe Emanuele Filiberto - e del loro ospite Marcello Lippi, allenatore della nazionale di calcio campione del mondo nel 2006, che, non sapendo cantare, aveva preteso di fare un comizio iniziale, procedendo come un bulldozer persino sulla voce della bella conduttrice che, dotata di un notevole aplomb, voleva semplicemente fargli rispettare il regolamento. Un'esibizione, quella di Lippi, che, a giudicare dalle immagini della diretta televisiva, era stata concordata insieme al direttore artistico, Gianmarco Mazzi, all'insaputa della stessa Clerici. Un'esibizione per la quale Lippi e Pupo, che aveva, coadiuvato l'allenatore a procedere come un bulldozer, avrebbero dovuto essere arrestati immediatamente per "atti osceni in luogo pubblico".
Una scena che, come se non bastasse a far venire qualche dubbio nei telespettatori, aveva avuto il suo apogeo nella "brillante" iniziativa della Rai di ricordare, a gara e televoto ancora aperti, che in Italia ci sono i raccomandati… trasmettendo lo spot dell'omonimo programma condotto da Pupo.
L'unica nota piacevole in tutto ciò era stata la partecipazione delle Divas, che, come la sera precedente, erano riuscite a dare ancora maggior enfasi alla parte del brano che sembrava direttamente tratta dall'inconfondibile e struggente melodia di Somewhere over the rainbow.
Il Festival, quest'anno, era presentato da una donna, e, soprattutto, era prevalentemente incentrato sulle donne. Antonella Clerici aveva voluto realizzarlo così.
Un fatto che, ad Andrea Moreno, sicuramente non piaceva!
Già. Ma Andrea Moreno, fino a quel momento, non aveva fatto niente. Certo: c'era la possibilità che volesse aspettare la serata finale, e magari agire in diretta televisiva; ma, quell'ipotesi, non lo convinceva neanche un po'.
Sentiva che c'era qualcosa che non andava, che si stava invischiando in una ragnatela di ovvietà.
Aveva dato per scontato, ragionando come un qualsiasi investigatore "normodotato", che la potenziale vittima fosse legata al Festival di Sanremo.
Ma se non fosse stato così?
Se il pericolo, in realtà, fosse stato da tutt'altra parte?
Mister Noir decise di riconsiderare quella vicenda tutta da capo, a cominciare dal biglietto con la filastrocca minatoria. Infilò la mano sinistra nella tasca della giacca, e, movendo le dita con cura, lo tirò fuori e lo lesse.

Brutto pasticcio, Mister Noir,
oggi l'Italia comincerà a cantar,
ma se il Festival lei non seguirà
entro sabato qualcuno morirà!

In effetti, la filastrocca era ambivalente: parlava del Festival, avvertiva che solo seguendo il Festival poteva sventare un omicidio, ma non diceva affatto che l'omicidio sarebbe avvenuto all'interno del Festival!
Il detective decise di seguire quest'ipotesi. In fondo, si trattava di una sfida che qualcuno aveva lanciato proprio a lui!
Già. Ma chi?
La sua mente captò un simbolo nell'angolo in basso a sinistra, un piccolo stemma, quasi invisibile, che né lui né Elena avevano notato prima: una spada, con la lama rivolta all'ingiù, sostenuta idealmente da un crine di cavallo. L’Organizzazione criminale dedita al dominio del mondo attraverso la diffusione delle apparenze, agendo quindi sempre nell'ombra, che Mister Noir aveva soprannominato La Spada di Damocle, era tornata a sfidarlo!
Decise di accantonare, almeno per il momento, quel pensiero, e di concentrarsi invece sugli indizi.
Il titolo della canzone di Arisa…
E la strana concatenazione di nomi e cognomi… Michelle. Pifferi. Rodriguez. Belén. Rodriguez. Michelle.
Nomi e cognomi che si intersecavano tra loro, formando un molteplice caso di omonimia…
Rania, regina di Giordania, e Jennifer Lopez, regina del pop, Michelle Rodriguez, regina dei film d'azione, e Nilla Pizzi, regina della canzone italiana…
E, tra tutte queste regine, Cristiana Capotondi, che proprio la sera prima aveva fatto la sua regale apparizione sul palco dell'Ariston come La principessa Sissi, protagonista dell'omonima miniserie della Rai…
Quante congetture, quante similitudini!… Forse troppe!
L'investigatore però si sentì di essere sulla pista giusta!
Nomi, cognomi, e regine.
Già, regine. Regine di tutti i tipi.
Strano, però, che Antonella Clerici, la regina degli ascolti, non avesse invitato anche una regina del marketing, una manager.
Questa considerazione lo indusse a riflettere su ciò che, lui ed Elena, avevano scoperto lì, a Sanremo e dintorni. E al contratto che la proprietaria dell'azienda Bellamìa avrebbe dovuto stipulare quella mattina stessa.
La canzone Meno male di Simone Cristicchi fece capolino nella sua mente. Non che Carla Bruni c'entrasse qualcosa, ma quella canzone sulla lotta alle apparenze, unita a tutte le considerazioni che aveva fatto in precedenza, sembrava volerlo guidare in quella direzione.
In quel momento arrivò Elena, che lo accompagnò sul suo pulmino ben attrezzato e munito persino di postazione informatica con connessione wireless: senza fili.
Elena, digitando velocemente, cercò informazioni sull'azienda Bellamìa. E trovò quello che cercavano.
Il nome della proprietaria.
Andrea Moreno.
Con tanto di foto.
Era lei l'amica manager che le due donne al ristorante avrebbero voluto festeggiare quella sera!
Mr. Noir si piazzò subito al posto guida, mentre Elena si sedette a fianco.
Partì.
Dovevano agire in fretta. Se le loro informazioni erano esatte, quella mattina, alle 11, il killer Andrea Moreno avrebbe ucciso l'imprenditrice Andrea Moreno, regina del mercato della cosmesi in provincia; Elena prese il cellulare, e avvertì la polizia che la manager stava per essere uccisa.
La Clerici non c'entrava nulla, e il Festival aveva solo la duplice funzione di baluardo forviante e di inconsapevole informatore.
Una diabolica sfida che solo la perversa mente di chi maneggiava La Spada di Damocle, che vantava agenti ovunque, poteva concepire!

Andrea Moreno killer non aveva potuto agire prima perché il suo cliente, Nicola DeMarco, aveva voluto che aspettasse fino all'ultimo momento; per dare un senso di ineluttabilità alla propria decisione. L'imprenditrice Andrea Moreno, proprietaria della ditta di cosmesi Bellamìa, era una donna molto metodica e pragmatica, che ogni mattina, alle 10.30, andava a concedersi un caffè al bar sul marciapiede di fronte; e, superstiziosa com'era, non avrebbe certo cambiato abitudini proprio quel giorno, in previsione di un importante contratto da firmare!
Lui ora, travestito da donna, si era piazzato all'angolo dell'edificio della ditta, lo sguardo fisso sull'ingresso del bar, pronto ad eliminare, con un particolare brivido di piacere, quella donna che si chiamava come lui.
Appena la vide uscire, si diresse verso di lei deciso, armato di pistola, a portarla in un luogo isolato per poi massacrarla a calci e strangolarla con una calza di nylon, com'era nel suo stile.

Fu questione di un attimo.
Mister Noir vide una donna bionda, prosperosa, sulla quarantina, uscire da un bar, attraversare la strada, e dirigersi verso un portone; di fronte a lei un'altra donna, alta bionda e riccia, coi tacchi a spillo ma dal portamento decisamente più mascolino, le si stava avvicinando a passo spedito. Dalla cintola della sottana, la bionda mascolina cominciò ad estrarre una pistola. Mister Noir abbassò il proprio finestrino, accelerò, e sterzò bruscamente a sinistra sfondando una barriera di auto parcheggiate e frapponendosi tra le due bionde; quando quella alla sua sinistra spianò la pistola anche contro di loro, Mr. Noir si appiattì contro lo schienale, permettendo a Elena Fox di fulminarla sparandole tre colpi in rapida successione. La donna cadde all'indietro, supina, perdendo la parrucca e scoprendo i capelli corti e neri di Andrea Moreno killer.
Mister Noir abbassò il finestrino del passeggero, e, rivolgendosi alla prosperosa donna bionda, disse: “Lei, per caso, è l'imprenditrice Andrea Moreno? Ci offre un caffè, vero?”
In effetti, guardandola bene, assomigliava molto ad Antonella Clerici.
Un istante dopo arrivò anche la polizia.

Dopo che i due detective privati finirono di spiegare agli attoniti poliziotti cos'era accaduto, e la conseguente implicazione di Nicola DeMarco come mandante del tentato omicidio, Andrea "Clerici" Moreno li invitò nel suo ufficio.
Loro presero un caffè, e lei, invece, una bella tazza di camomilla; aveva le mani che tremavano. “Stavo lavorando da tanto tempo a questo progetto, a questo contratto. Sarebbe stato un bene per me e per i miei dipendenti” disse, alludendo alla palestra che avrebbe voluto costruire in azienda. “Non pensavo che qualcuno, per questo, potesse volere la mia morte!… Non so davvero come ringraziarvi!”
“Io sì!” rispose Mister Noir in tono beffardo. “Che ne dice di pagare tutti i danni che abbiamo provocato per salvare la sua vita?!”


Epilogo

Mister Noir, nella hall dell'albergo, stava assistendo, in diretta televisiva, all'eccidio della musica italiana.
La conduttrice del Festival stava cercando di calmare l'allegra sommossa dei professori d'orchestra, che, tra il serio e il faceto, sentendosi apostrofare al ritmo di "Venduti! Venduti! Venduti!" dal pubblico in sala, decisero di buttare all'aria gli spartiti in segno di protesta, dissociandosi dal risultato e chiedendo a gran voce, tramite il maestro Marco Sabiu, di rendere pubblici i propri voti, che, com'era noto, valevano il 50% del giudizio complessivo. L'altro 50%, com’era altrettanto noto, era invece determinato dal televoto dei telespettatori.
Era inevitabile che la maggior parte degli artisti in gara venisse esclusa dalla sfida finale, ma che tutti i favoriti - tra cui Simone Cristicchi, Noemi, Malika Ayane, e Arisa - fossero stati decimati, era assolutamente inconcepibile!
Ora restavano in lizza, Valerio Scanu, gli Avanti Savoia, e Marco Mengoni, che sembrava essere l'unico ad avere i favori di tutta l'orchestra.
Secondo Mr. Noir, considerata la vocalità e la presenza scenica di quest'ultimo, a quel punto Marco Mengoni avrebbe dovuto vincere il Festival con estrema facilità. Ma, data la sua professione, e quel caso in particolare, il detective sapeva che bisognava aspettarsi sempre di tutto.
Soprattutto l'imprevedibile!



sabato 8 febbraio 2014

MyLife - PESCI ROSSI E PESCICANI (Un racconto autobiografico)


Ora posso dirlo! Ieri, domenica 7 febbraio 1999, la morte mi ha sfiorato, e me ne sono accorto soltanto oggi!
  
Io generalmente sono contrario alla pesca, soprattutto alla pesca sportiva; anche perché non riesco proprio ad immaginarmi una pesca in tuta da ginnastica mentre fa footing. L’unica pesca che pratico è quella di beneficenza, dove migliaia di bigliettini, tutti accatastati in una boccia di vetro sprovvista d’acqua, attendono pazientemente che qualcuno li sottragga da quella casta ammucchiata. Una volta, partecipando ad una pesca di beneficenza, vinsi un pesciolino rosso in un sacchetto pieno d’acqua; ma queste, si sa!, sono le straordinarie coincidenze della vita.
Esattamente come quelle coincidenze che fanno evitare la lenza ad un pesce, per farla abboccare ad un altro.

Ero andato al Casinò De La Valle di Saint-Vincent con l’intenzione di giocare alla roulette (rigorosamente francese, non russa!), sperando ardentemente che, pescando i numeri giusti, potessi fare un po’ di beneficenza a me stesso.
Percorsi con i miei compagni del Servizio Tempo Libero dell’A.I.A.S. Milano il lungo corridoio verde (il colore della speranza), cercando di captare tutte le sensazioni di quell’irreale silenzio.
Arrivammo in fondo, ai due ascensori. Non eravamo soli: con noi c’erano altre dieci persone, tutte in trepida attesa.
L’ascensore di sinistra arrivò. Lucia, una volontaria, salì con un ragazzo in carrozzina, e, considerata la capienza di 8 persone - come dichiarava il grande cartello posto sopra l’ascensore -, invitò a gran voce altre persone ad entrarvi.
Dopo qualche secondo arrivò quello di destra: quattro persone vi si catapultarono dentro, e, nonostante la loro magrezza, decisero di essere abbastanza obese per non aspettare alcun altro.

Giunto al piano superiore, la mia mente di autore di thriller cominciò a funzionare alacremente: sapevo che in quell’ambiente sfarzoso, in quell’acquario, tutto era finto, e che l’eleganza dei pescatori serviva soltanto a nascondere le dilanianti ferite inferte dai pescicani.
Mi guardai intorno: decine di persone, serissime, che non erano più in grado di vedere la morte in faccia perché era già penetrata nei loro occhi.
Voltando lo sguardo a destra e a sinistra, il mio inconscio decise di premiarmi guidandomi verso l’angelica visione di due hostess, due deliziose biondine in tailleur rosso, due bei pesciolini rossi a guardia di una finta slot-machine che permetteva di vincere, gratuitamente, il portachiavi-ricordo del casinò.
Proseguii, e mi accomodai al tavolo della roulette.
Decisi di pescare non con una canna ma con una rete, puntando su intere serie di numeri. Giocavo con estrema caparbietà; tanto, la Fortuna va a Fortuna, è inutile cercarla altrove. Qualcuno, mi pare Edith, disse che ero il Paul Newman della situazione; in realtà, io mi sentivo come James Bond nel primo (e tragicissimo!) romanzo di Ian Fleming, Casinò Royal.
Imbroccai qualche numero giusto, ma evidentemente pescai anche dei piraňa, che mi divorarono voracemente le maglie della rete. Nella mezz’ora che avevo a mia disposizione persi 60.000 lire. La volta, nonché l’anno, precedente ne avevo perse 100. Quindi, praticamente, questa volta era come se ne avessi guadagnate 40… anche se il mio portafogli si ostinava a darmi torto.

Uscendo dal casinò giocai alla finta slot-machine, concentrandomi più sui due pesciolini rossi che sulla macchina in sé.
Vinsi, e il pesciolino alla mia sinistra mi diede il portachiavi, elargendomi uno splendido sorriso.

Salii in ascensore con Mariangela, la mia deliziosa assistente di quella giornata. Entrarono un presunto padre con un altrettanto presunto figlio.
Il padre - alto, capelli tagliati molto corti, baffi castani, e camicia a mezze maniche tra il rosa e l’arancione - ci salutò cordialmente; il figlio, no. Il figlio, un maggiorenne (visto l’ambiente) con la faccia da adolescente, laccato e vestito di tutto punto in un rigoroso abito nero, fissava, serissimo e impassibile, l’aria davanti a sé: nei suoi occhi, sagome di pescicani continuavano a vagare avanti e indietro senza sosta.
La mia perversa mente di autore di thriller stava galoppando, facendomi immaginare padre e figlio sconfitti e debitori di una cospicua somma di denaro che dovevano racimolare (e restituire!) al più presto.
  
La cronaca di oggi, lunedì 8 febbraio 1999, ha preceduto qualsiasi mia fantasia: ieri sera, poche ore dopo la nostra partenza, il Casinò De La Valle di Saint-Vincent è stato teatro di un altro tipo di pesca. Una pesca brutta, cattiva, violenta.
Una pesca di pescicani.
Una pesca di strozzini.
Una pesca marcia.
Una pesca andata a buon fine, compiuta non con una rete ma con una canna. Una canna calibro 9.


©Sergio Rilletti, 1999

venerdì 31 gennaio 2014

SOLO! (versione originale 2006 - Il mio racconto autobiografico per eccellenza)

Questo racconto è dedicato a due giovani
e alle loro splendide anime.
Lei si chiama Lisa, lui mi pare si chiami Mauro.

Li incontrai, un giorno, in mezzo al Parco di Monza.
E spero, un giorno, di poterli incontrare di nuovo!


Quest’anno ho scoperto che il Destino è un mio grandissimo fan; un fan un po’ apprensivo, a dir la verità, che, ingiustamente preoccupato che rimanga senza ispirazioni per i miei thriller, me ne fa capitare di tutti i colori. La storia che state per leggere è assolutamente vera. Dopo una lunga e attenta meditazione ho deciso di scriverla “in soggettiva”, telecamera immaginaria alla mano, per portarvi con me, a bordo della mia carrozzina elettrica, e farvi vivere quello che ho vissuto io, esattamente come l’ho vissuto io: pensieri compresi. La data e i luoghi sono veri, i nomi dei personaggi sono ovviamente modificati per salvaguardare la loro privacy. Solo i nomi di Lisa e, mi pare, Mauro (ho una certa idiosincrasia con i nomi maschili), protagonisti assoluti della terza parte, sono veri; e ho voluto mantenerli tali in modo che loro si possano riconoscere e io possa ringraziarli. Ma ora basta con le chiacchiere, e seguitemi nei meandri del parco di Monza e della mia mente. (Sergio Rilletti)



Domenica 9 aprile 2006, Ore 13.10 circa, Parco di Monza

Vanno. Loro vanno. E io, rimango sempre più indietro.
Certo che seguire due risciò con una carrozzina elettrica di modeste dimensioni e di scarsa potenza come la mia, non mi sembra un’idea proprio geniale, anche perché il terreno qui è sconnesso. Ma come potevo impedire agli altri di andarci? Ora dovrò fare la passeggiata da solo, e accontentarmi dei momenti di contatto che avrò quando si fermeranno ad aspettarmi. Accontentarmi e gustarmeli. Fino in fondo.
Già, accontentarmi. Loro davanti, tutti assieme, che si divertono; e io qui dietro, da solo, che arranco. D’altronde, non potevo certo oppormi, non potevo impedire agli altri di fare questa bell’esperienza.
Ma come ha potuto Carletto fare una proposta del genere?
Speriamo almeno che si fermino. Qui il terreno è accidentato, e la carrozzina traballa.
Sì, sì; sicuramente si fermeranno. Carletto è un professionista: sa quello che fa. Sì, ecco, si fermano. Bravo, Carletto: sapevo di poter contare su di te! Ora vi raggiungo. Ancora qualche metro su questo terreno sconnesso, e sono da voi. Una buca, due buche, una pozzanghera di fango, un dosso di terra battuta, e ancora una buca. La carrozzina traballa per tutto il tempo, ma alla fine vi raggiungo. Sorrido. Anche Carletto sorride, e poi mi fa: “Senti… Possiamo andare avanti?”
A me si raggela il sangue e non dico nulla, paralizzato, sbalordito; ma Carletto non si accorge di niente e prosegue: “Ti fai una bella passeggiata da solo nel parco fino alla cascina. Tanto la strada è facile: vai avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, costeggiandolo.”
Sconcertato, rispondo di sì. Io non sopporto l’idea di rimanere da solo in un luogo pubblico, soprattutto in un parco; un parco non mi dà alcun senso di sicurezza: si può incontrare chiunque, in un parco, assolutamente chiunque. Ma che diritto ho io di limitare agli altri questa bell’esperienza? Domando di nuovo la strada, con espressione estremamente titubante, per far capire che non sono affatto sicuro, Carletto me la ripete, e io, sempre titubante, li saluto. Tanto, penso, si gireranno. Non mi perderanno certo di vista!
Vanno. Loro vanno. Senza voltarsi.
E mi distanziano sempre più.
Io arranco con la mia piccola carrozzina elettrica. Qui il terreno è asfaltato, procedo abbastanza bene. Li vedo allontanarsi. Già, si allontanano. E non si voltano.
Cazzo, ma voltatevi!
Niente. Non si voltano.
Vedo, lontano, una curva; una curva che devono intraprendere. Sarei tentato di tagliare per il prato, per avere almeno una piccola possibilità di raggiungerli, ma se mi ribalto che faccio? Il terreno erboso è il più insidioso di tutti, perché l’erba copre, e, sotto l’apparenza di un terreno verde e pianeggiante, si cela sempre un terreno accidentato, pieno di dune, pendenze, e avallamenti. E le possibilità di ribaltarsi sarebbero infinitamente superiori! Non mi fido, e decido di proseguire per la strada principale; anche se sono consapevole che non li raggiungerò mai.
Continuo, senza perderli di vista.
Finché posso.
Poi salgono su una montagnetta; su, su, fino in cima.
Li guardo, per vedere se si girano. Si gireranno sicuramente per salutarmi. Si girano? No, se ne vanno: proseguono. Lasciandomi definitivamente solo.
Oh, cazzo! Speriamo in bene! Avanti fino all’autodromo e poi giri a sinistra, mi hanno detto. Devo costeggiare l’autodromo. Ma dov’è l’autodromo? Speriamo almeno che la batteria della carrozzina duri fino alla cascina, che non si scarichi prima. Proseguo, tesissimo. Maledico il momento in cui ho accettato. Maledetta generosità! Ora loro (Carletto, i due assistenti dell’Organizzazione, e i tre miei compagni) sono tutti insieme a divertirsi, mentre io sono qui a girare da solo come un pirla! Mi impongo di calmarmi, ci riesco; tanto ormai è inutile: sono da solo! Quindi, ho due alternative: o continuare a recriminare o godermi il panorama. Opto per la seconda. Intanto proseguo sempre dritto, per un bel po’. Dritto, e poi all’autodromo a sinistra, costeggiandolo, mi ripeto. Meno male almeno che il tempo è bello. Pensa un po’ se minacciasse di piovere…
Continuo la mia marcia forzata ostentando un interesse particolare per tutto il verde che mi circonda. Laggiù, lontano, vedo anche le montagne innevate. Non che mi interessi in modo particolare un panorama che, andando a questa velocità, cambia poco; ma almeno mi aiuta a distrarmi e a non pensare che sono solo… e che devo trovare la strada per tornare alla cascina. A proposito: dove cazzo è l’autodromo? Ormai è da un po’ che sto camminando. Possibile che sia così avanti? Possibile che siano andati così avanti? Mi fermo, scruto l’orizzonte, ma dell’autodromo non si vede neanche l’ombra. Eppure non è piccolino. È un autodromo, voglio dire: se ci fosse, lo vedrei! Anche lontano, magari, ma lo vedrei! Rischio di farmi prendere dal panico; invece no, non devo!
Aziono la cloche della mia carrozzina, e procedo. Se ti hanno detto vai avanti fino all’autodromo, e non vedi ancora l’autodromo, vuol dire che non sei ancora arrivato. Semplice, no?
Semplice un corno! Se sei in un posto sconosciuto, hai solo una vaga idea di dove dover andare (sperando, tra l’altro, di aver capito bene), non vedi mai arrivare questo cazzo di punto di riferimento (peraltro neanche tanto piccolo), ti guardi intorno e ti sembra tutto uguale, e non puoi neanche chiedere una conferma a qualcuno perché le tue difficoltà motorie ti creano qualche problemino nel farlo, allora no, non è affatto semplice essere sicuri di non aver sbagliato strada. Ma proprio neanche un po’. E comunque non ti preoccupare, mi dico. Appena non ti vedranno arrivare, ti verranno sicuramente a cercare! Ora non devi fare altro che andare avanti fino…
Mi blocco.
Mi raggelo.
Ma no… non è possibile!
E mo’, dove vado?
MA DOVE CAZZO E’ L’AUTODROMO?!
Sono arrivato a un incrocio a T. Davanti a me la strada è sbarrata da un paio di panettoni. O meglio: non è che sia proprio sbarrata, ma comunque il passaggio non è abbastanza largo per un risciò. E poi, al di là dei panettoni, il terreno sembra sabbioso. Evidentemente è qui che devo girare a sinistra. Sì, ma… Dove è l’autodromo?
Vado. Ma le cose non stanno andando come previsto. E questo non mi piace neanche un po’. Sto abbandonando il viale principale. Non è prudente, lo so, ma per un po’ rimarrò comunque ben visibile: se ripassassero, mi vedrebbero sicuramente! E poi, loro mi aspettano in cascina. L’appuntamento è là!
Arrivo a un altro incrocio. Ora ho tre possibilità: o attraversare la strada e proseguire diritto (però quella mi sembra una zona un po’ troppo boscosa), o immettermi in questa strada dove scorrazzano le auto (e non ci penso proprio!), oppure seguire questo controviale pedonale che costeggia la carreggiata delle auto. Sì, questa terza soluzione mi sembra la migliore: la seguo. Anche perché, in effetti, quelle auto devono pur fermarsi da qualche parte. Non è detto, ma magari vanno proprio all’autodromo. Procedo lungo il controviale, mentre le auto continuano a sfrecciare alla mia sinistra. Ecco. Ora ho completamente abbandonato il viale principale, non lo vedo più; e per ogni metro che faccio su questa strada, la tensione aumenta. Speriamo in bene, speriamo di aver fatto la scelta giusta!
No!…
Rallento.
No!…
Rallento.
No!…
Mi fermo.
Di nuovo. Per forza.
Nooo!… Ma porcaputtana! Ma non è possibile!… E che è?!
La strada è sbarrata, di nuovo. E questa volta non si tratta di semplici panettoni, tra cui, magari, potrei passare; no, è proprio sbarrata, chiusa!
Ansimo. Sento un brivido corrermi lungo la schiena: parte dalla cervicale e si snoda in tutto il corpo. Dondolo la testa da una parte e dall’altra, per sgranchire i muscoli del collo e scaricare la tensione. Scoppio in una risata isterica, giro la carrozzina, e mi affretto a tornare indietro. Ecco, ora sono proprio nei guai. Ma proprio Guai Guai Guai! Non vedo l’ora di tornare sul viale principale. Cazzo, adesso come faccio? Magari mi si scarica pure la batteria della carrozzina! Ma che coglioni!

Sono tornato sul viale principale, finalmente. Giro fiducioso la testa a destra e a sinistra, ma di Carletto & Co. neanche l’ombra. Ma che coglioni! Vado a destra e poi torno indietro, mantenendo una posizione ben centrale. Vedo scorrazzare molti risciò, ma nessuno con tre persone a bordo. Finalmente ne vedo uno con tre passeggeri. Mi sento sollevato. Alzo la mano sinistra e preparo un bel sorriso, pronto a fare un allegro cazziatone; ma quando il risciò si avvicina… devo ritirare tutto: mano e sorriso. Non sono loro! Ma che cosa aspettano a venirmi a cercare? Non si sono accorti che non ci sono? Qui devo razionalizzare i movimenti, non posso continuare così! Se mi si scarica la carrozzina, sono guai! E sì che Carletto è un professionista: dovrebbe ben sapere che potrebbe scaricarsi la batteria. Ma che coglione! Torno indietro, fino alla mappa del parco che avevo notato, e guardo dov’è la cascina. È un po’ lontana, ma decido di riprovarci.
Parto. Comincio a ripercorrere la stessa strada di prima, ma la tensione e la rabbia hanno raggiunto livelli ormai incontrollabili. Ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare: il professionista coglione mi doveva capitare! Ma quando arrivo a casa, quelli dell’Organizzazione mi sentono! Che poi loro, quelli dell’Organizzazione, in effetti non hanno colpa: Carletto ha un curriculum favoloso, è normale che scegliessero lui! Chi poteva immaginare che, uno con un curriculum favoloso come il suo, potesse combinare una stronzata del genere? E ora, che faccio? Sto percorrendo di nuovo questa strada, e loro non ci sono ancora! Non posso continuare a girare così a caso: la carrozzina rischia di scaricarsi! Devo chiedere aiuto. Ma a chi? Anche ammesso di riuscire a parlare in modo abbastanza chiaro da farmi comprendere, a chi chiedo informazioni? Qui è pieno di gente, è vero, ma sono comunque tutti dei passanti: non è detto che sappiano dove è la cascina. Mentre cerco invano la figura di Carletto & Co., uno spiraglio si apre. Uno spiraglio di speranza. A forma di entrata. A circa venti metri da me, sulla destra, c’è una deviazione che porta a due colonne che delimitano l’entrata di un rione. Mentre mi avvicino guardo meglio: sembra un quartiere agricolo, e ci sono delle case. Sono un po’ in dubbio se entrare o no: si tratta comunque di abbandonare di nuovo il viale principale; consumerei batteria, il terreno lì è molto sconnesso, e il risultato è incerto. Ma comunque, se voglio chiedere aiuto, è lì che devo andare.
Varco l’entrata, e mi sembra di ritrovarmi in aperta campagna. Vado avanti per il sentiero sterrato stando ben attento a dove metto le ruote, per non ribaltarmi. Alla mia sinistra vedo un vecchio contadino raccogliere legna, qualche metro dietro a lui c’è un bel fuoco, e, un po’ più lontano, quasi di fronte a me, leggermente alla mia destra, una donna bruna sbuca dal cortile del rione, camminando a passo spedito. Sarà per l’aspetto giovane ed eretto, sarà perché, per esperienza, so che le donne sono spesso più sveglie di noi uomini, sarà per la mia naturale propensione verso il sesso femminile, ma opto per lei. Io opto per lei ma lei non opta per me, e devia verso un altro sentiero. Rimango stupito: pensavo che la mia fosse l’unica strada per entrare e uscire da quel rione; e invece, a quanto pare, no. Capisco subito che non la raggiungerò più e mi dirigo verso l’agglomerato di case, disposte a ferro di cavallo. Entro nel cortile e mi colloco nel centro. Lo spettacolo è deprimente e angosciante; mi sembra di essere capitato in una città fantasma. Case bianche e fatiscenti, con persiane verdi e porte marroni. Forse, una volta, erano belle, ma ormai i muri sono sporchi e scrostati, logorati dal tempo, e le porte, anche se chiuse a chiave, non danno certo l’idea di sicurezza e protezione.
Comincio a gridare (“Aiuto! Aiuto! Aiuto!”), ma la parola Aiuto ha una combinazione di lettere davvero ostica per me, quindi riesco a pronunciare solo la A, mentre tutte le altre lettere mi muoiono in gola.
Nessuno si affaccia. È inutile rimanere oltre.
Decido di tentare con il contadino. Torno indietro, ma… No! Dov’è?… Dov’è finito il contadino? Mi dirigo nell’esatto punto dove l’avevo visto prima; mi guardo intorno: il fuoco c’è ancora… ma il contadino no. No, non è possibile! Ho perso l’unico contatto che avevo! Calma, calma. Sta’ calmo e ragiona. Se ha preso della legna e al fuoco non c’è, vuol dire che l’ha portata da qualche altra parte. Ma dove?… A casa, certo: è andato a casa! Torno nel cortile, e scruto tutte le porte delle case. Laggiù, in fondo, ce n’è una aperta. Il contadino dev’essere là! Mi avvicino. Il contadino esce, mi guarda incuriosito, e mi viene incontro. “Hai bisogno di aiuto?“ mi chiede.
La sua voce fessa non promette nulla di buono, ma io faccio cenno di sì.
“Ti sei perso?”
La risposta esatta sarebbe “No, mi hanno perso”, ma, per semplificare, taglio corto e rispondo di sì.
Eh-eh! E mo’ viene il bello! In casi come questo, quando devi spiegare una tua impellente necessità ad un estraneo, devi proprio dimenticarti qualsiasi forma di preambolo, di sintassi, e di educazione, che impegnerebbero l’attenzione e il tempo dell’altro inutilmente, e concentrarti solo sull’informazione primaria in sé. Sono un po’ incerto sull’informazione da chiedere. Indicargli la borsa, per fargli prendere la mia agenda e telefonare a qualcuno, mi sembra troppo complicato; quindi, mi rimangono due possibilità: Cascina o Autodromo? ‘Fanculo l’autodromo!, mi rispondo. Lo guardo fisso negli occhi, e, scadendo bene le parole, dico semplicemente: “Cascina Costa Alta.”
“Cascina Costa Alta?! mi ripete. Come, mi ha capito? Sono sinceramente stupito: non mi aspettavo che ci saremmo capiti così, al primo colpo; mi affretto a dire di sì. Lui mi guarda un po’ perplesso. “Sei un po’ lontano: la cascina che dici tu è a due chilometri da qui.”
Io lo guardo sbigottito. Rimango senza parole, anche nella mente.
“Guarda: Tu, uscito da qui, vai a sinistra; poi, a un certo punto, vedrai un cartello con l’indicazione 'Bocciodromo'. – Il contadino mi spiega tutta la strada, sembra facile, ma poi conclude: -- Comunque, secondo me, non ce la fai ad arrivare, perché alla fine c’è una salita così. Hai capito?”
Dentro rabbrividisco, ma comunque non posso chiedergli di più: rispondo di sì, lo ringrazio, e, anche se insicuro, vado. Incontro di nuovo la donna bruna; sarei tentato di chiederle aiuto, ma ho paura che il contadino, vedendomi, possa rimaner male. Proseguo senza dir niente.
Esco dal rione e comincio a cercare febbrilmente l’indicazione per il bocciodromo, sperando sempre che la carrozzina non si scarichi. Finalmente la trovo, esulto, e la seguo. Ma anche quella strada risulta essere interrotta. Torno indietro sul viale principale, e mi guardo intorno. Ci sono? No, macché! Ma che gruppo di coglioni!… Ma che branco di handicappati! Decido di andare ancora alla mappa, per chiedere aiuto da lì. Ma che imbecilli! La mappa, oltre alla cartina del parco, mostra, in basso, sei cerchi con i luoghi più importanti del parco. Io mi posiziono il più vicino possibile, in modo da poter indicare con facilità Cascina Costa Alta. Comincio a gridare agitando le braccia, per attirare l’attenzione; le persone, però, non mi degnano neppure e tirano dritto.
Dopo un po’ vedo arrivare una famigliola – papà, mamma, e bambino -, e io, avendo una fiducia smodata nelle famiglie, gesticolo ancora di più. L’uomo mi vede sbracciarmi e gesticolare, mi guarda, e, con lo sguardo assente come il suo cervello, mi risponde: “Ciao!”
“Eh, Buonanotte!” lo saluto platealmente io.
Finalmente arriva un giovane pattinatore, castano e riccioluto; arriva sparato sui rollerblade, e, dopo qualche giravolta di rallentamento, si ferma proprio accanto a me. Io gli indico la cascina, e lui mi indica la strada; si assicura che abbia capito, e poi se ne va, sparato com’era arrivato. Vado, ricordandomi che a un certo punto devo girare a sinistra. Io vado, ma qui è tutto uguale. Dov’è che devo girare? Sono depresso, angosciato, non ce la faccio più. Il mio sguardo vaga alla ricerca di Carletto & Co., oppure, in alternativa, di qualche vigile o poliziotto a cavallo (so che esistono). Avrei voluto evitarlo, ma dopotutto… Cazzi loro: a mali estremi, estremi rimedi!
Non vedo nessuno.
C’è un viale a sinistra: lo prendo; ma mi sembra dannatamente uguale a quello che mi aveva portato alla strada carreggiata e al controviale pedonale senza uscita, e mi faccio prendere dal panico. Sono sull’orlo d’una crisi di nervi. Incrocio un uomo; vorrei chiedergli aiuto, ma è troppo impegnato con il suo cellulare. Proseguo.
Pochi metri davanti a me compaiono due ragazzi: lei è una deliziosa biondina, con i capelli lunghi e il viso rotondo, pieno di nei ma “pulito”; lui è bruno, capelli corti, viso tendente al rotondo ma con lineamenti più marcati. Mi vengono incontro. Io devo avere un’espressione abbastanza spaventata, perché lei mi chiede subito se mi serve aiuto, senza bisogno che io dica A: io mi affretto ad annuire.
“Ma è da solo?” si chiede lei con stupore e voce carezzevole, guardandosi intorno. E poi, rivolgendosi a me: “Ma eri con qualcuno?”
“Con un gruppo.”
“Vedi, era con un gruppo!” esclama, rivolta al ragazzo.
“Ma io non vedo nessuno”, risponde lui, scrutando l’orizzonte.
“Neanch’io” ribadisce lei.
Io scoppio in una piccola risatina isterica. Eh! Non ditelo a me!
“Guarda nella sua borsa, magari ha un numero da chiamare”, dice lei.
Io sto per assentire, ma lui, con un tono dolce e imbarazzato, dice: “No… Non me la sento di mettergli le mani in borsa .”
“Vabbe’… Andiamo in là, vedrai che li troviamo!” dice la ragazza, rivolgendosi a me. Io non sono proprio così ottimista, ma capisco che non mi abbandoneranno, e mi sento al sicuro. Li identifico subito come due angeli custodi mandati da Dio, e lo ringrazio. Sul serio! Io non sono particolarmente avvezzo a questo tipo di pensieri, non mi capita molto spesso di ringraziare Dio, e quasi mai lo faccio tempestivamente; ma, questa volta sì.
C’incamminiamo, e io mi mantengo qualche metro davanti a loro; abbastanza vicino perché capiscano che sono sempre con loro, ma abbastanza lontano perché possano continuare a godersi un po’ di intimità. Li sento ridere e scambiarsi paroline affettuose. È un piacere sentirli: mi fanno andare indietro nel tempo; agli amori giovanili dei miei primi amici. Sì, è proprio un piacere sentirli. Parlano tra loro, ma so che sono con me. Sì, loro sono con me, e sento lei dire: “Ma l’hanno lasciato solo? Ma che gente è?… Ma come si fa a lasciarlo solo?”
Sogghigno, con soddisfazione e sollievo. La tipa è sveglia, ha colto proprio nel segno: non pensa che mi sono perso, pensa che mi hanno perso!
Arriviamo al viale principale, ci guardiamo intorno, ma… Toh, che strano. Non c’è nessuno.
“Io non vedo nessun gruppo. Se ci fosse un gruppo, lo vedremmo”, dice lei con aria smarrita e stupefatta.
“Che facciamo, chiamiamo i vigili?” propone lui.
“No, aspetta. Magari in borsa ha un numero da chiamare!”
“Ma a me non va di mettere le mani nella sua borsa”, ribadisce lui, timido e imbarazzato al tempo stesso. Mi fa proprio una bella impressione: il rispetto, quasi reverenziale, che ha per me e per la mia privacy mi colpisce e mi commuove. Ma questo non è il momento della riservatezza, e faccio chiaramente capire che non deve farsi problemi e di guardare pure nella mia borsa.
“Ecco, vedi, vuole che guardiamo nella sua borsa; giusto?”
Annuisco con veemenza. “Ho una agenda” dico, scandendo bene le parole.
“Hai un’agenda?” ripete lei. Poi, vedendo la mia espressione meravigliata, mi fa: “Sei stupito perché ho capito? Ma io sono abituata con i bambini, faccio la maestra. Eh sì: la maestra Lisa capisce sempre tutto!”
Maestra? Ma come maestra? Io pensavo che andasse ancora a scuola.
Chiedendomi ancora una volta il permesso, il ragazzo comincia a frugare nella mia borsa, maneggiando ogni cosa come fosse una reliquia antica di immensa fragilità, finché trova la mia agenda.
“Chi dobbiamo chiamare?” mi chiede Lisa.
La cosa più facile sarebbe far aprire l’agenda alla prima pagina, dove ho i numeri dei miei familiari e parenti, e far chiamare i miei genitori. Ma, se lo faccio, mia madre si terrorizza. So di non avere il numero di quell’imbecille di Carletto, ma so di avere quello di Filomena, una delle assistenti che era rimasta in cascina con altri ragazzi. So di avere il suo numero di casa; spero di avere anche quello di cellulare. Dico di aprire l’agenda alla lettera F, indico il nome di Filomena, ma… Ho soltanto il suo numero di casa! Il cuore mi sale in gola, ma non dico niente. Lisa prende il mio cellulare, lo accende, ma si accorge che dovrebbe mettere il pin per attivarlo; e, anziché chiedermi il codice, mi rimette via il telefono, chiedendo al ragazzo di usare il suo. Io lo lascio tentare. C’è ancora una piccola possibilità, una fievole speranza: Asdrubale, avvocato e neo-ex fidanzato di Filomena, in quel momento potrebbe essere proprio lì, a raccogliere le sue cose.
Asdrubale risponde. Il ragazzo gli parla, e deve ripetergli due volte che mi hanno trovato a girare da solo in mezzo al parco di Monza, e che sono molto agitato; gli dà il suo numero di cellulare, di cui, purtroppo, memorizzo solo le prime tre cifre, e gli dice di richiamarlo per fargli sapere dove dobbiamo trovarci. Riattacca, e ci riferisce che Asdrubale si è incazzato e ha detto frasi del tipo: “Ma come da solo?… Ma sono impazziti?”
Il cellulare suona: è Carletto. Il ragazzo non riesce fargli capire dove siamo, e allora gli dice che li aspetteremo all’incrocio dove c’è la mappa.
Ci avviamo. Io vorrei chiedere al ragazzo il suo numero di cellulare, per poterli richiamare, ringraziare bene, e magari, perché no, rivederli con un po’ più di tranquillità per chiacchierare un po’; vorrei proprio farlo, ma, invece, mi blocco: mi stanno aiutando, stiamo procedendo verso un obiettivo ben preciso, non voglio distogliere la loro attenzione, per magari agitarli o imbarazzarli. Tanto, penso, Carletto e Asdrubale ce l’hanno. Sicuramente me lo daranno. Do la precedenza a una parola, una soltanto, che devo per forza dire ora, se no poi, nella confusione, magari non riesco più a pronunciare: “Grazie.”
“Di niente, figurati!” risponde prontamente lei.
Chiedo a lui come si chiama.
“Mauro”, dice sorridendo.
Lei si affretta a ridirmi che si chiama Lisa, ma in realtà il suo nome l’ho già memorizzato da prima. “E tu?” fa lei, con voce gioiosa.
“Sergio.”
“Ah, Sergio!”
Arriviamo all’incrocio, e ci mettiamo proprio accanto alla mappa; così, giusto per essere sicuri che ci vedano. Lisa e Mauro sono di fronte a me, e, mentre stiamo aspettando che arrivino, inaspettatamente, veloce come un lampo, tra loro schiocca e sboccia un bacio. È un bacio-lampo, reciproco e simultaneo, un bacio giocoso, uno di quelli che solo due fidanzatini possono scambiarsi. Un bacio fresco, giovane, primaverile, che si fonde perfettamente con i colori di questa bella giornata. Non posso trattenere un moto di contentezza. Loro se ne accorgono e scoppiano a ridere, creando tra noi un legame magico e indissolubile.
Arriva Carletto, incredibile ma vero, con il pulmino dell’Organizzazione. Scende e, anziché dire frasi del tipo Come stai?… Scusami. Ma che pirla sono stato! oppure Grazie, ragazzi! Davvero, grazie mille!, comincia a sfottermi dicendo che non ho il senso dell’orientamento; e quando Lisa gli dice “Guarda che era molto spaventato! “ lui rincara la dose, facendo i versi che di solito si riservano ai bebè, e sostenendo che mi stavano cercando dappertutto e che, comunque, era tutto sotto controllo.
Minchia! Lo mando subito, e più volte, a 'fanculo. Non gli dico dove deve mettersi il pulmino solo perché sul pulmino devo salirci anch’io.
Mentre uno degli assistenti, senza proferir parola, mi carica di gran carriera, ho solo il tempo di un ultimo fugace sorriso con i due ragazzi. Lisa e Mauro sono lì; probabilmente si aspettano che Carletto dica loro qualcosa. Io lo guardo con due occhi grandi così. Adesso li ringrazierà, sì. Arriverà a capire che deve ringraziarli! No, macché! Carletto non arriva a capire neanche questo! Sale sul pulmino, e parte.
Mi guardo intorno, e mi accorgo che la compagnia è cambiata, a parte Carletto e l’assistente che mi aveva caricato sul pulmino. Non sono quelli che erano partiti con me dalla cascina, sono quelli che erano rimasti dentro. E ci sono pure dei miei compagni in carrozzina! Sono scioccato. Ma come? Venite a cercare me, e, anziché organizzare un gruppo di soli assistenti in modo da poter essere più liberi nei movimenti, vi portate dietro le carrozzine? No, non è possibile! Non è proprio possibile!
Filomena, seduta accanto a me, è al telefono con Asdrubale. Mi dice che Asdrubale poi mi darà il numero di cellulare del ragazzo, e io, contento, lo ringrazio. Filomena comincia a farmi domande a raffica, come se potessi spiegare in cinque minuti cosa mi era accaduto, e alla fine, bella bella esclama: “Sai, Sergio, di questa storia potresti scrivere un racconto!”
“Sì, sì… Contaci!”


Cascina Costa Alta, Ore 15.30

Mi trovo qui, nel salone. Sono tornato da poco, e ora sto mangiando. Mi sento ancora un po’ scosso per quello che mi è accaduto. Tutti mi hanno accolto con un grande applauso, è vero, ma nessuno mi chiede niente. Perché? Neanche Guido e Viola, i due assistenti con cui ho più confidenza, mi chiedono niente; neanche come sto. Perché? Il cellulare di Carletto suona: è mia madre. Carletto le dice “che ho fatto una cosa…!”, facendole supporre che si tratti di una bricconata.
La saluto, dicendole solo che ora sto bene. Tanto, penso, ho tutto il tempo per far rabbrividire familiari, parenti, e un nugolo di amici!…

Quando ho iniziato a scrivere questo racconto, non immaginavo che venisse così lungo. Il fatto è che nelle mie molteplici narrazioni orali, per quanto fossero dettagliate, ho sempre tagliato i particolari dei miei pensieri, delle sensazioni, e degli imprevisti che incontravo, parti fondamentali della vicenda, per non affaticare troppo l’ascoltatore; quindi, quella che mi ricordavo all’inizio, al momento della premessa, era solo la versione “orale”, non quella “integrale”. Poi, scrivendo, mi è riaffiorato in mente tutto. E solo così, solo mettendo tutto quello che avevo visto e provato e pensato, espressioni da educanda infuriata comprese, potevo trasmettere esattamente quello che avevo vissuto, scandendo l’evoluzione della mia paura “momento per momento”, che comunque ho sempre dominato. Ma se la paura non ha mai governato la mia mente, ha però dominato quella degli assistenti, che, accomunati da un malsano concetto di unione di gruppo, si sono fatti fagocitare tutti dal terrore. E questa vicenda, purtroppo, ha un epilogo delirante. Io, in cuor mio, so già che deciderò di non querelare Carletto, anche se potrei diventare ricco con estrema facilità; un po’ perché appartengo comunque a una famiglia di santi, e un po’ per non creare dei problemi all’Organizzazione, che, in fondo, non ha colpa. Però non mi va di dirlo subito, e lo tengo per me. Filomena mi scrive un’e-mail dove mi dice che mi ha visto un po’ agitato e di confidarmi pure con lei, se voglio. Io mi fido, le scrivo in due righe quello che penso di Carletto, e lei non mi dice più nulla, né per e-mail né a voce. Gli altri assistenti, anche quelli che credevo affezionati, non mi dicono più nulla al riguardo; e quando mi vedono, fanno finta che sia successo niente. Non solo. Ma non riesco neppure a ottenere il numero di cellulare di Mauro: né Carletto né Asdrubale, che oltretutto me l’aveva promesso, l’hanno tenuto, compiendo così un atto gravissimo, deplorevole e senza senso (senza senso in tutti i sensi!), degno di un racconto non giallo, ma noir. E pensare che io li volevo solo ringraziare, quei due ragazzi. E l’ho più volte specificato a Carletto, ad Asdrubale, e all’Organizzazione, che volevo solo ringraziarli… L’unica vera soddisfazione in questa vicenda è essere riuscito a cavarmela in una situazione difficile e imprevedibile, e di aver scoperto di possedere, forse, più capacità di quelle che sospettavo. Quest’anno il Destino si è dimostrato un mio grandissimo fan, procurandomi parecchi colpi di scena… tra cui l’incontro con Lisa e "Mauro" (sperando, ovviamente, che lui si chiami proprio così). Spero proprio che un giorno, magari con l’aiuto di qualcuno o la complicità di qualche appuntamento di Alacrán Edizioni, possa procurarmi un altro colpo di scena e farmeli incontrare di nuovo.



©Sergio Rilletti, 2006