giovedì 14 marzo 2019

PAROLA DI SCRITTORE (1x03): MyLife - PESCI ROSSI E PESCICANI (Un racconto autobiografico - Versione per Radio SkyLab)

Salve a tutti!... Lunedì scorso ho voluto tenervi compagnia con un mio ricordo personale di Andrea G. Pinketts (CLICCA QUI).
La storia che ora ascolterete s’intitola Pesci rossi e pescicani, è un mio racconto autobiografico che ho scritto quando collaboravo con l’Agenzia giornalistica Hpress, ed è uno dei primi racconti che feci leggere a Pinketts e ad Andrea Carlo Cappi, il mio futuro mentore. Un mio racconto dallo stile tipicamente pinkettsiano, che scrissi ancora prima di conoscere lo stesso Pinketts, e che ora voglio riproporre per rendergli un ulteriore omaggio.
Buon Ascolto a tutti! (Sergio Rilletti)

Ora posso dirlo! Ieri, domenica 7 febbraio 1999, la morte mi ha sfiorato, e me ne sono accorto soltanto oggi!

Io generalmente sono contrario alla pesca, soprattutto alla pesca sportiva; anche perché non riesco proprio ad immaginarmi una pesca in tuta da ginnastica mentre fa footing. L’unica pesca che pratico è quella di beneficenza, dove migliaia di bigliettini, tutti accatastati in una boccia di vetro sprovvista d’acqua, attendono pazientemente che qualcuno li sottragga da quella casta ammucchiata. Una volta, partecipando ad una pesca di beneficenza, vinsi un pesciolino rosso in un sacchetto pieno d’acqua; ma queste, si sa!, sono le straordinarie coincidenze della vita.
Esattamente come quelle coincidenze che fanno evitare la lenza ad un pesce, per farla abboccare ad un altro.

Ero andato al Casinò De La Valle di Saint-Vincent con l’intenzione di giocare alla roulette (rigorosamente francese, non russa!), sperando ardentemente che, pescando i numeri giusti, potessi fare un po’ di beneficenza a me stesso.
Percorsi con i miei compagni del Servizio Tempo Libero dell’A.I.A.S. Milano il lungo corridoio verde (il colore della speranza), cercando di captare tutte le sensazioni di quell’irreale silenzio.
Arrivammo in fondo, ai due ascensori. Non eravamo soli: con noi c’erano altre dieci persone, tutte in trepida attesa.
L’ascensore di sinistra arrivò. Lucia, una volontaria, salì con un ragazzo in carrozzina, e, considerata la capienza di 8 persone - come dichiarava il grande cartello posto sopra l’ascensore -, invitò a gran voce altre persone ad entrarvi.
Dopo qualche secondo arrivò quello di destra: quattro persone vi si catapultarono dentro, e, nonostante la loro magrezza, decisero di essere abbastanza obese per non aspettare alcun altro.

Giunto al piano superiore, la mia mente di autore di thriller cominciò a funzionare alacremente: sapevo che in quell’ambiente sfarzoso, in quell’acquario, tutto era finto, e che l’eleganza dei pescatori serviva soltanto a nascondere le dilanianti ferite inferte dai pescicani.
Mi guardai intorno: decine di persone, serissime, che non erano più in grado di vedere la morte in faccia perché era già penetrata nei loro occhi.
Voltando lo sguardo a destra e a sinistra, il mio inconscio decise di premiarmi guidandomi verso l’angelica visione di due hostess, due deliziose biondine in tailleur rosso, due bei pesciolini rossi a guardia di una finta slot-machine che permetteva di vincere, gratuitamente, il portachiavi-ricordo del casinò.
Proseguii, e mi accomodai al tavolo della roulette.
Decisi di pescare non con una canna ma con una rete, puntando su intere serie di numeri. Giocavo con estrema caparbietà; tanto, la Fortuna va a Fortuna, è inutile cercarla altrove. Qualcuno, mi pare Edith, disse che ero il Paul Newman della situazione; in realtà, io mi sentivo come James Bond nel primo (e tragicissimo!) romanzo di Ian Fleming, Casinò Royal.
Imbroccai qualche numero giusto, ma evidentemente pescai anche dei piraňa, che mi divorarono voracemente le maglie della rete. Nella mezz’ora che avevo a mia disposizione persi 60.000 lire. La volta, nonché l’anno, precedente ne avevo perse 100. Quindi, praticamente, questa volta era come se ne avessi guadagnate 40… anche se il mio portafogli si ostinava a darmi torto.

Uscendo dal casinò giocai alla finta slot-machine, concentrandomi più sui due pesciolini rossi che sulla macchina in sé.
Vinsi, e il pesciolino alla mia sinistra mi diede il portachiavi, elargendomi uno splendido sorriso.

Salii in ascensore con Mariangela, la mia deliziosa assistente di quella giornata. Entrarono un presunto padre con un altrettanto presunto figlio.
Il padre - alto, capelli tagliati molto corti, baffi castani, e camicia a mezze maniche tra il rosa e l’arancione - ci salutò cordialmente; il figlio, no. Il figlio, un maggiorenne (visto l’ambiente) con la faccia da adolescente, laccato e vestito di tutto punto in un rigoroso abito nero, fissava, serissimo e impassibile, l’aria davanti a sé: nei suoi occhi, sagome di pescicani continuavano a vagare avanti e indietro senza sosta.
La mia perversa mente di autore di thriller stava galoppando, facendomi immaginare padre e figlio sconfitti e debitori di una cospicua somma di denaro che dovevano racimolare (e restituire!) al più presto.

La cronaca di oggi, lunedì 8 febbraio 1999, ha preceduto qualsiasi mia fantasia: ieri sera, poche ore dopo la nostra partenza, il Casinò De La Valle di Saint-Vincent è stato teatro di un altro tipo di pesca. Una pesca brutta, cattiva, violenta.
Una pesca di pescicani.
Una pesca di strozzini.
Una pesca marcia.
Una pesca andata a buon fine, compiuta non con una rete ma con una canna. Una canna calibro 9.


©Sergio Rilletti, lunedì 11 marzo 2019, ore 17.15, Radio SkyLab, per "PAROLA DI SCRITTORE - CINQUE MINUTI CON SERGIO RILLETTI" - Letto da Stefano Pastorino

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